Squeeze – TrixiesBMG

Esce Trixies, nuovo disco degli Squeeze, storica band new wave.

Gli Squeeze in Italia non hanno mai veramente sfondato in termini di popolarità come invece accadde per molti altri loro contemporanei: troppo pop elegante e di chiara derivazione beatlesiana, ma senza i guizzi degli XTC; molte canzoni appartenenti a generi diversi e quindi di difficile collocazione per un pubblico che ha bisogno di incasellare, nonostante un trademark — quello dei due principali membri Glenn Tilbrook e Chris Difford — in patria spesso associato (di nuovo) a John Lennon e Paul McCartney. Insomma, misteri del marketing discografico nostrano o best hidden secret degli anni d’oro della new wave tutto da riscoprire? Opto ovviamente per la seconda ipotesi, perché potrebbe regalare meraviglie.

Un nuovo disco che ha radici nel 1974

Personalmente li seguo dal primo album, prodotto tra l’altro da John Cale, e ho quindi seguito tutta la loro evoluzione, gli scioglimenti, le rinascite che li hanno portati fino ad oggi, dopo nove anni dalla loro ultima uscita, The Knowledge, con questa operina dal sapore e dagli intenti a dir poco originali.

Trixies nasce infatti da canzoni scritte dal duo nel lontano 1974, quando, ancor poco più che adolescenti, immaginarono di recarsi in un locale in quel di Soho e di descriverci quanto vi avveniva, con i risultati che possiamo oggi finalmente ascoltare.

Squeeze – Trixies: le canzoni e i riferimenti

In queste tredici canzoni si dipana un concept album assolutamente figlio di quegli anni ’70 che vedevano il glam al loro fulgore e le scorie della psichedelia ancora presenti, e che indubbiamente affascinarono i due, tanto che di riferimenti se ne scorgono già a partire dal brano che apre la raccolta, What More Can I Say, che ha gli echi sbilenchi dello Syd Barrett stroboscopico; il protofolk di Donovan in You Get the Feeling; l’arrivo di Ziggy Stardust negli arrangiamenti di The Place We Call Mars; gli Sparks con ancora il kimono in Hell on Earth. Arrivati sin qui, non si pensi che i riferimenti citati siano plagi, bensì derivanti da quell’ispirazione che non può che coglierti se sei un adolescente che cresce in uno dei periodi musicali più fertili e stimolanti del secolo scorso.

The Dancer avvolge spiralidealmente in un crescendo ansiogeno. I The Beatles fanno epifania in Good Riddance; il blues quasi talkin’ di Don’t Go Out in the Dark diventa catchy refrain; il tango glam di Why Don’t You mantiene i lustrini promessi; Anything but Me pare ballata convenzionale ma è ricca di insidie sonore e tonalità out of tune; It’s Over è l’apparire di un’alba fosca e brumosa come solo a Soho poteva accadere. The Jaguars t-rexeggia con la simpatica cialtroneria propria dell’età dello sviluppo; e le conclusive Trixies Pt. 1 e Pt. 2 hanno la struttura di una piccola suite un po’ liverpooliana e una chiosa dal sapore bowiano, già segnata da quella originalità che li contraddistinguerà per il resto della loro carriera.

A questo punto attendo di avere tra le mani l’edizione a 2 CD, in quanto nel secondo dovrebbero esserci i demo originali dei ’70, oltre ad alcune recenti versioni live.

Lasciatevi spremere senza pentimenti.

Squeeze – Trixies
8,5 Voto Redattore
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Collaboratore per testate storiche (Rockerilla, Rumore, Blow Up) è detestato dai musicisti che recensisce e dai critici che non sono d'accordo con lui e che, invece, i musicisti adorano.

Di Marcello Valeri

Collaboratore per testate storiche (Rockerilla, Rumore, Blow Up) è detestato dai musicisti che recensisce e dai critici che non sono d'accordo con lui e che, invece, i musicisti adorano.

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