Premessa necessaria all’ascolto di Stefano Donato feat. Ulrich Sandner & Arlo Bigazzi – Canzoni dallo Scaleo.
Mamma mia, che impressione. Erano eoni che non provavo certi goose bumps all’ascolto di un disco, quella sensazione di compenetrazione tra voce, suoni e atmosfere che ti fa sussurrare al miracolo e gridare con rabbia alla stramaledetta nicchia, e viceversa, quando invece, se queste opere provenissero da chissà quali latitudini e fossero recensite da grandi firme anziché dalla paupera mano stentorea del sottoscritto, le coorti di leccaculisti di settore si metterebbero a novanta per conoscere l’autore, sperticarne le lodi nei salotti catodici e farsi selfare per la gioia effimera di un post…
Dal Valdarno selvaggio
Stefano Donato, per gli amici, quelli veri, il Dona, è intanto di una bellezza iconografica degna delle fotografie di Robert Frank e delle pagine furiose di Steinbeck. Potrebbe guadagnare un sacco di soldi anche solo posando, se non fosse che, con scelta ardita e coerente con il proprio animo fatto di terra bassa e rami alti, lui compone poesie e liriche in quel di Pratomagno, nel Valdarno selvaggio, e lo scaleo ispiratore è strumento rurale di duro utilizzo, così come dure sono le parole che hanno radici sì nel blues del Delta, e lo si evince inevitabilmente dal vestito sonoro costruito dai sapienti tocchi, arpeggi e accordi chitarristici di Ulrich Sandner, musicista con una produzione discografica evocativa ed eccelsa, anch’essa tutta da diffondere alle masse, e dalle sonorità polisemicamente provenienti dal basso di Arlo Bigazzi che, per fortuna nostra, prosegue pervicacemente nella sua missione musicale con una carriera tra le più eccelse e sconfinate, nel senso di eliminazione di geografici confini, dello Stivale.
Le Canzoni dallo Scaleo
E il suono dello stivale che batte su un’asse di legno di un patio toscano è quello che viene evocato sin dalle prime note di Il Buio Dentro Me, elegiaca introduzione al lavoro. Le parole sono nude e senza ombra di vergogna, uno scavo interiore per l’emissione di petrolio emozionale. El Drano è una preghiera estrema in forma di talking blues, l’origine di tutto sta nel grano e tutto il resto è materiale di scarto da cui liberarsi, detergersi in maniera profonda. Si è chiuso il cielo si apre su morbide note di Sandner e richiama, per chi necessita di riferimenti, quel Piero Ciampi, anch’egli di appartenenza etrusca e al quale dedico sempre Adius agli amici più cari, e il Tom Waits dei cani bagnati; il testo parla con cruda sincerità di molto di quel che ci circonda e che nessuno vede più, il cielo chiuso per lutto dice tutto. Si astengano paragoni con Capossela, da anni ormai dato per disperso in quanto ovunque ma vuoto.
Atmosfere molto varie ma un filo conduttore comune per Stefano Donato, Ulrich Sandner e Arlo Bigazzi
Un blues fangosissimo che sostituisce i salici piangenti canonici con rami di castagno minacciosi riveste Come Un Serpente, Screamin’ Jay Hawkins si affaccia pianisticamente, le liriche sono amare quanto lo può essere il sentire di chi le ha scritte. Il Buon Odio è, per le mie orecchie stonate, uno scarnissimo glam; Ulrich Sandner e Arlo Bigazzi headbangano sorridenti mentre Stefano Donato è su un pulpito a declinare una elegia chiarissima, l’ossimoro del buon odio è denuncia, quelli che non ricordano il passato, pure se recente, son condannati a ripeterlo, un monito sempre valido.
Il Soffitto Nero cambia radicalmente scenario. Pastorale melodia acustica assai evocativa, canzone da tramonto che volge alla notte quando le parole iniziano a essere pronunciate, una prece d’accusa verso quel che ciascun di noi intende come divinità, si chiamino dei o amori perduti, affetti svaniti o rimpianti di quel che potrebbe esser stato. La percezione della caduta è da vertigini, c’è piena consapevolezza in queste parole che precipitano in abissi interiori. Scavando s’impara chiude questo lavoro eccezionale, suoni senza illusione accompagnano questa canzone con quell’armonica che porta lontano, ma lontano da dove non si sa; ognuno potrebbe aver avuto o avere qualcuno a cui dedicarla senza aspettarsi ringraziamenti.
Contributi essenziali
Un grato plauso, infine, all’alchimia sonora debitoria a Guglielmo Ridolfo Gagliano, che ha vestito, in fase di mixaggio in solitudo e produzione con il Bigazzi, tutto il lavoro con luci e ombre degne del miglior Storaro e accompagnato con devozione, con percussioni dotte, cello, organo e piano, queste parole intagliate a coltello. Plauso dovuto alla grande Elena M. Rosa Lavita che condivide il progetto grafico con empatica perizia con il Bigazzi tuttofare. Stefano Donato è un tesoro nazionale, è uno che ha mollato tutto per trovare tutto, che ha cercato nel ritorno alla natura l’essenza di uno spirito in via d’estinzione, senza illusioni Into the wild, e meno male per noi. Aggiungo in coda: quanto sarebbe bello se Nada facesse qualcosa con lui, i sigari li porta lei.
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