Steven Brown, El Hombre Invisible e l’ombra dei Tuxedomoon

Ogni volta che un membro dei Tuxedomoon rilascia un disco diventa difficile non azzardare qualche paragone qua e là alla passata produzione della band. La luna in frac, probabilmente, non tornerà più anche per via della dipartita di Peter Principle, mentre i superstiti Reininger e Van Lieshout, così come il qui presente Steven Brown, centellinano le loro produzioni. E, aggiungo, per fortuna.

Si perché, così, ogni nuovo capitolo si aggiunge ad un’onda emozionale di lunga data, si fa compendio prezioso e si traduce, sempre e comunque, in ascolti che non si possono limitare al solo sentire.

L’essenzialità come cifra stilistica odierna di Steven Brown

Ecco, il nuovo lavoro di Steven Brown, El Hombre Invisible (Crammed Discs),  ha dunque la sua importanza in una essenzialità tutta necessaria, non un suono fuori posto, non una parola non meditata e molte, moltissime suggestioni dettate dalla sua ormai quasi trentennale permanenza in Messico. Suggestioni intellettuali e non sonore, si badi.

La prima che a me è venuta in mente, rispetto al titolo, è che fosse un omaggio a William S.Burroughs. El Hombre Invisible era uno dei soprannomi dati a zio Bill nel suo periodo messicano per la capacità dello scrittore di muoversi impercettibilmente e non visto tra la popolazione, forse alla ricerca di Kiki o dei soliti derivati psicotropi. Invece scopro che è dedicato a un romanzo omonimo dove l’uomo invisibile è un uomo di colore perché così che è visto dai bianchi, un po’ una metafora rovesciata del Painted Bird di Kosinski, se si conosce la storia, ma io dovrei parlar di musica…

Canzoni, come si scriveva, pienamente scarne, ossimoro sonoro dove anche il medesimo accento di Brown varia da brano a brano, una piccola babele dove i linguaggi, e ci risiamo, probabilmente sono davvero un virus venuto dallo spazio profondo.

El Hombre Invisible: suoni e referenti

Piccoli film e grandi storie,  un duetto con Lila Downs, cantante locale, in Familias Ricas dipinge ad acquarello un haiku latino, Warning è foriera di consigliata attenzione e Faces contrappunta l’ascolto come se fosse uscita da Songs For Drella di Reed/Cale ma ha anche un bizzarro rimando ai Residents, per la cui Ralph usci Half Mute, primo lavoro ormai lontano anni luce dei Tuxedomoon. Fireworks è il brano che si potrebbe sentire suonare al termine di un qualunque dia de los muertos. Kill sembra uscita da Weimar e omaggiare i Fugs.

Probabile che il fatto che il musicista si sia da tempo trasferito in Messico a Oaxaca, quasi a volersi realmente rendere invisibile tra gli invisibili, abbia fornito la tavolozza fatta dalle emozioni ma non dei colori di quella terra, qui limitati ad una strumentazione essenziale: pianoforte, la tromba di Luc Van Lieshout, qualche traccia elettrificata di chitarra e, ovviamente, il sax melanconico di pura marca Brown. L’ibrido che ne risulta è meravigliosamente straniante e persino terapeutico.

Steven Brown - El Hombre Invisible
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Collaboratore per testate storiche (Rockerilla, Rumore, Blow Up) è detestato dai musicisti che recensisce e dai critici che non sono d'accordo con lui e che , invece, i musicisti adorano.

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