La sorpresa Tash Sultana.

Se la nostra classifica 2018 prevederà, al contrario di quella 2017, la segnalazione del disco più strano dell’anno, Tash Sultana – Flow State potrebbe essere il candidato giusto. Non perché Flow State sia un disco sperimentale, almeno non in senso classico. La giovane (23 anni) australiana Tash Sultana lo compone attingendo ai linguaggi del pop-rock a tinte blues, soul, reggae, r’n’b. Insomma territori conosciuti, ma anche territori numerosi.
Tash Sultana polistrumentista molto dotata
A quanto detto si aggiunge il fatto che Tash Sultana prende il DIY molto sul serio. Suona infatti tutti gli strumenti, anche bene. Certo, quando la si vede sul palco, un po’ viene voglia di spiegarle a cosa servono le band, anche quelle in cui uno comanda tutti gli altri. Si eviterebbe di dover preparare il pezzo registrando live tutte le parti strumentali.
Una fissazione, questa, che nel disco si traduce in qualche lungaggine. Sia nella totalità del disco: oltre sessanta minuti sono tanti, troppi. Sia per il fatto che, brava com’è, Tash Sultana sembra non essere soddisfatta se non infila un a solo nella coda di ogni canzone.
Flow State non perfetto ma inventivo
Però, detta così, sembra che Flow State sia un disco sbagliato. E invece non lo è. Da tempo non si sentivano tante belle chitarre come in Flow State. In Murder To The Mind, forse il brano migliore, la coda di chitarra solista è proprio perfetta. Ancor più perché fa seguito a un brano soul con tanto di fiati veramente notevole. Cigarettes, dove alla fine la ritmica accelera e si incrocia con un altro a solo potente, è pure una gran canzone. Salvation, scelta per il video, una buona ballata nu-soul. Piaceranno anche i momenti più intimisti, come il blues di Pink Moon, dove Tash Sultana sfodera anche una voce splendida.
Insomma, qui il talento si spreca, questo è certo. Mentre per trovare il senso della misura c’è tempo. Molto meglio un disco strano che banale, no?
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