Un ritorno a lungo atteso e di qualità insperata: parliamo di The Divine Comedy – Rainy Sunday Afternoon.
Sei sono gli anni che separano questo Rainy Sunday Afternoon, nuovissimo disco dei The Divine Comedy, da Office Politics, dai più considerato uno zibaldone tanti erano gli stili e le stramberie che lo componevano e che al sottoscritto non era dispiaciuto; in mezzo Charmed Life, antologia preziosa nella sua veste di triplo cd, in quanto il terzo conteneva una serie di inediti che avrebbero potuto costituire furbescamente addirittura un nuovo album, ed ha composto le canzoni del trascurabile, filmicamente parlando, Wonka.
Neil Hannon ha ormai raggiunto lo status di cult figure, certo non qui ma non è una novità, ed ha raggiunto pure l’età in cui zompettamenti orchestrali e canzoncine alla Monty Phyton non son da lui considerate proprie dell’anagrafe: ci sarà chi ne sarà dispiaciuto e chi invece griderà al piccolo miracolo; io, siccome son come la virtù, sto in mezzo, propendendo più per la seconda.
La malinconia della scrittura di Neil Hannon
Certo, da un titolo del genere non ci si poteva aspettare una messe di allegri motivetti ma, dato che il clima generale tende già a stati depressivi diffusi, chi vorrà trovare canzoni che risveglino spleen sopiti o che facciano da perfetto sottofondo a giornate piovose anche non festive, qui troverà pane per le sue orecchie e pure un po’ di sollievo che lenirà sensi di solitudine paradossalmente diffusi in molti.
L’atmosfera richiama infatti riflessioni sulla vita e il suo esser effimera, a cominciare dall’iniziale Achilles, con quelle campane alla Scott Walker, alla senilità in The Last Time I Saw the Old Man, la ballata con contrappunto corale tra il bucolico e un certo tipo di folk di The Man Who Turn into a Chair e la bowianità della torch song, sempre presente in Hannon, di I Want You, quasi un Satie calato negli anni 60.
Le canzoni di The Divine Comedy – Rainy Sunday Afternoon
La title track richiama la Raindrops Keep Falling on My Head di Burt Bacharach, un piccolo omaggio dovuto al maestro della perfetta pop song con un arrangiamento a tratti vaudeville che la rende un instant classic già al primo ascolto. Con un incidere da marcetta tutta british, All the Pretty Lights culla verso lidi malinconici con un inciso tra Brian Wilson e i quattro di Liverpool, mentre Down the Rabbit Hole sfiora la psichedelia, abbraccia i Kinks e va benissimo se la si vuole usare in un musical sul glam, il tutto in meno di tre minuti.
Mar-A-Lago by the Sea la state ascoltando mentre, sulla chiglia di una nave da crociera, si intravede un tramonto purpureo. The Heart Is a Lonely Hunter (chi non ha letto Carson McCullers, Baricco lo colga) mantiene i toni della ballad più concentrata sulle liriche, come la frase life is just a shadow play, che è solo per pochi, che sugli arrangiamenti. Gravi e scarne note di pianoforte compongono Can’t Let Go, strumentale dove classicismo e commiato si uniscono per portarci verso Invisible Thread, perfetta chiusura di un cerchio sonoro coerente, e dove il filo invisibile che unisce solo alcune persone, siano essi padri e figli, amanti e chi più ne ha ne dica, prende finalmente visibilità.
Per gli hardcore fans la versione deluxe contiene un album live registrato tra Londra e Parigi, dove si invidia chi ha potuto assistervi e dove, al posto di superclassici, si possono ascoltare molte gemme dello scrigno Divine Comedy spesso lasciate sul fondo: inutile dire che prendo questa.
Quando gli artisti crescono insieme a chi li ascolta.
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