The Dream Syndicate -Ultraviolet Battle Hymns and True Confessions

Il quarto album dei “secondi” The Dream Syndicate: Ultraviolet Battle Hymns And True Confessions

Che la ricostituzione dei The Dream Syndicate non sia stata una mera “operazione nostalgia” lo conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, questa “opera quarta” uscita con quella cadenza biennale alla quale ci hanno ormai abituati. E il bello è che, pur all’interno di un clima musicale comune che certo sembra volto a riportare in auge i fasti del Paisley Underground, ogni disco presenta una “rilettura” diversa.

In Ultraviolet Batttle Hymns And True Confessions, ultima fatica di Steve Wynn e soci. il ritorno alle origini appare più marcato. Sono praticamente spariti quegli inserti di sax che conferivano un andamento quasi jazzato a diversi brani del disco precedente: se ne avverte appena la presenza in My Lazy Mind, ma si tratta comunque di un sax molto più “lounge” che “jazz”. Tornano protagoniste assolute le chitarre e le percussioni martellanti, con qualche spruzzata – a volte anche molto consistente – di Hammond: si ascolti a questo proposito Straight Lines, dove il cantato lascia il posto – poco oltre la metà del brano – ad uno strumentale molto “tirato” a base proprio di chitarre e organo.

Canzoni e suoni di Ultraviolet Battle Hymns And True Confessions

I primi tre brani del disco presentano incipit piuttosto curiosi e apparentemente slegati dal resto del contesto musicale, a volte abbastanza lunghi – nel primo brano – altre volte invece molto brevi. In Where I’ll Stand questa intro è realizzata da un apparentemente “nevrotico” cinguettio elettronico, smorzato verso la fine da un contrappunto di chitarre twang che introducono un pezzo in puro stile “Wine and Roses”. Damian si apre con un brevissimo esordio che riecheggia vagamente l’accordatura degli archi in un’orchestra sinfonica prima dell’esecuzione. Beyond Control nasce da una intro tratteggiata, a giudicare dal suono, da un handpan che continua ad accompagnare l’inizio del canto e non lascia la scena neppure all’ingresso delle chitarre, continuando a contrappuntarne il suono col suo costante effetto ipnotico.

La vena “romantica” del songwriting di Wynn dà il meglio di se in Hard To Say Goodbye, fra chitarre elettronicamente modificate e un “discreto” sintetizzatore già comparso con successo in The Chronicles Of You. Se Every Time You Come Around presenta più di un punto di contatto con il sound di altri illustri colleghi come Tom Petty, le successive Trying To Get Over e Lesson Number One – quest’ultima con una intro simile a quella di Damian, anzi leggermente più lunga – riportano ad atmosfere e sonorità tipiche del Paisley, forse ancor più sulla sponda Green On Red.

La vitalità tra vecchio e nuovo dei The Dream Syndicate

Non è difficile ipotizzare che l’ingresso in pianta stabile nella band di Chris Cacavas possa aver avuto una parte in tutto ciò. Del resto tra Steve e Chris esiste da anni un comune sentire musicale che li ha anche portati in passato a proporsi insieme in tour anche in Europa. Il disco si chiude con la già citata Straight Lines, un ritorno alle origini che sembra in qualche modo chiudere il cerchio e in cui una sorta di psichedelia punkizzata disegnata da chitarre distorte, batteria implacabile e uno “svisato” organo Hammond mostra tutta la sua ancora attuale vitalità. Steve Wynn e i suoi risorti The Dream Syndicate restano fedeli alla loro radici rinnovandosi continuamente: non è impresa, né pregio, da poco.

The Dream Syndicate - Ultraviolet Battle Hymns And True Confessions
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“Giovane” ultrasessantenne, ha ascoltato e ascolta un po' di tutto: dalla polifonia medievale all'heavy metal passando per molto jazz, col risultato di non intendersi di nulla! Ultimamente si dedica soprattutto alla scoperta di talenti relativamente misconosciuti.

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