La complessa genesi di “The Former Site Of The New Pornographers”.
Data la loro natura di supergruppo (indie) pop, con i singoli componenti impegnati in tanti altri progetti paralleli, i canadesi The New Pornographers hanno sempre faticato a trovare il tempo per mettere in comune le proprie idee. E questo decimo album in quasi 30 anni di carriera è stato forse il più faticoso di tutti.
Una triste storia e la scelta di andare avanti
Nell’aprile 2025, con l’album pressoché ultimato, accade che il batterista Joe Seiders venga arrestato (e successivamente condannato) per possesso di materiale pedopornografico. Il resto della band rescinde ogni legame con lui, cancella tutte le sue parti strumentali e le fa riregistrare dal sessionman Charley Drayton. Viene valutata anche l’ipotesi di modificare una ragione sociale che suona imbarazzante salvo poi abbandonare l’idea. L’album esce con una grafica che fa pensare che il titolo per esteso sia “The Former Site Of The New Pornographers”. quasi a sottolineare come il gruppo non possa essere più lo stesso di prima.
Il mood complessivo di The Former Site Of
Stabilito che la triste vicenda non ha influenzato canzoni scritte prima dell’arresto di Seiders, è indiscutibile come The Former Site Of sia un disco dove prevale, se non l’interiorità, comunque una modalità sottotraccia. D’altronde, come hanno spiegato i diretti interessati, “[si tratta di ] dieci racconti su persone in situazioni sociali o personali estreme”. Siamo dunque lontani (il titolo forse fa cenno anche a questo) dai primi, più frizzanti, lavori che qualcuno con un po’ esagerazione aveva definito power pop. Qui, tanto per dire, c’è un pezzo che si chiama Wish You Could See I’m Killing It…
Il protagonista principale resta A.C. Newman, autore di tutti e brani, anche se molto del fascino complessivo deriva, come sempre, dall’incontro dello voci dello stesso Newman e di Kathryn Calder e Neko Case (unica statunitense della formazione). Il suono è atemporale, etereo, a volte quasi sfuggente (Spooky Action, Calligraphy) altre più corposo, come nelle iniziali Great Princess Story e Pure Sticker Shock che fanno pensare ai connazionali Arcade Fire (pure loro di recente alle prese con una storiaccia). A farsi apprezzare maggiormente sono quei passaggi, ad esempio Ballad Of The Last Payphone, Bonus Mai Tais o Votive (con bel mandolino all R.E.M.) , dove entrano in scena un fascinoso senso di spazialità e un piglio più deciso.
Un bel disco, ma…
Alla fine ci si ritrova con un disco bello ma irrisolto, intrigante ma sempre incerto se lasciarsi andare o meno, come mostra anche la title track che impiega un po’ troppo tempo a uscire dal guscio. Allo stesso modo tutte le melodie sono ben scritte senza che nessuna risulti davvero memorabile. Al prossimo giro sarebbe dunque bello se ritornasse il vecchio amico Dan Bejar, uno che di hooks se ne intende.
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