Una ristampa per il disco ‘debole’ dei primi Pentangle: Solomon’Seal
È opinione consolidata che Solomon’s Seal sia il meno riuscito fra i sei album pubblicati dai Pentangle con la loro prima – e migliore – formazione, quella in vita fra il 1967 e il 1972.
Forse è vero, tuttavia: 1) quei Pentangle mantennero comunque un livello qualitativo altissimo, per cui avercene di “dischi peggiori” così; 2) Solomon’s Seal ha sempre posseduto un suo fascino particolare che, alla fin fine, lo fa amare anche per i suoi difetti. E adesso il Sigillo di Salomone diviene il primo fra i lavori del quintetto anglo-scozzese a poter vantare l’edizione di lusso.
I Pentangle e il faticoso approdo a Solomon’s Seal
Nel 1972 i Pentangle stanno vivendo un momento complicato. Restano uno dei tre nomi-simbolo del folk-rock britannico insieme a Fairport Convention e Steeleye Span, rispetto ai quali sono molto meno rock e molto più stabili come formazione. Ma proprio questa convivenza di lunga durata sta creando problemi, soprattutto a causa di estenuanti tournée in giro per il mondo imposte dal tirannico manager Jo Lustig.
Da qualche tempo i cinque hanno perso la naturale, a volte persino soprannaturale, sintonia degli esordi con cui fondevano folk (la cantante Jacqui McShee), jazz (la sezione ritmica di Danny Thompson e Terry Cox) e ‘blues barocco’ (le chitarre quasi sempre acustiche di Bert Jansch e John Renbourn). In alcuni momenti riescono ancora a essere scintillanti e pervasivi, in altri suonano vagamente manierati come ha mostrato il quinto album, Reflection.
Quando entrano in studio per Solomon’s Seal la stanchezza è forte quanto le tensioni interne e le registrazioni vanno avanti a fatica. All’atto della pubblicazione le recensioni non sono positive e le vendite deludono, nonostante si tratti del primo lavoro a vedere luce per una major come la Reprise. Pochi mesi dopo, fra esibizioni demotivate e sessions di studio cancellate, arriva l’annuncio dello scioglimento.
L’album originale
Eppure Solomon’s Seal, riascoltato 53 anni dopo, suona indiscutibilmente bello e persino con qualche bagliore in più rispetto a come lo si ricordava, grazie anche a un nuovo missaggio, a cura di Eroc, che utilizza passato e ultrapresente, ovvero una copia intonsa del vinile originale lavorata utilizzando l’intelligenza artificiale. In questa nuova veste spuntano diversi dettagli prima seminascosti, soprattutto la finezza con cui sono inseriti negli arrangiamenti strumenti ‘di contorno’ come banjo, dulcimer, flauto, sitar.
A convincere meno sono i brani originali, tanto piacevoli quanto di maniera, mentre un discorso del tutto diverso va fatto per i titoli provenienti dal repertorio tradizionale. Se in Reflection erano tutti di matrice americana qui si ritorna a casa: Willy O’Winsbury, High Germany, Cherry Tree Carol sembrano davvero piccoli viaggi in un’Albione remota e quasi magica. Certo, a questa magia la nitida voce di McShee contribuisce non poco, tuttavia quando a cantare è Jansch, come in The Snows, emerge quella malinconia che sembra avvolgere un po’ tutto il lavoro. Dunque un album non perfetto, come si diceva, di sicuro affaticato eppure coinvolgente e senza grandi tracce di quella freddezza di cui lo si è sovente accusato.
Le bonus tracks
Il materiale aggiunto a questa edizione occupa metà del primo cd e tutto il secondo ed è composto da porzioni di concerti e sessions per la BBC. A parere del sommo pentangologo Colin Harper vi si coglie qualche indicazione di come sarebbe stato il settimo, mai nemmeno iniziato, album dei primi Pentangle. In realtà questo vale forse solo per la murder ballad Yarrow (che l’anno dopo apparirà in Moonshine di Jansch), mentre altrove spiccano soprattutto i segnali di quello che sarà dal 1977 il John Renbourn Group. Peccato che della magnifica Flower Of Northumberland si possa ascoltare solo un breve accenno.
Una curiosità è rappresentata dal ritrovamento dell’audio del documentario Music On Any Day realizzato dalla Shell per raccontare il lavoro dei suoi dipendenti in tutto il mondo. Le parti strumentali suonate dai Pentangle si alternano alle voci – di cui due italiane – dei lavoratori è il risultato è abbastanza noioso.
Dunque, come spesso accade, il materiale aggiunto non risulta di per sé troppo rilevante. Qui tuttavia contribuisce a meglio documentare la fine di una storia bella, importante, complicata. I Pentangle rinasceranno nel 1985 (senza Renbourn e poi perdendo altri pezzi), ma non sarà la stessa cosa.
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