Recensione: Throwing Muses – Sun Racket
Fire Records - 2020

Recensione: Throwing Muses – Sun Racket

Il lungo cammino delle Throwing Muses fino a Sun Racket.

Il tempo passa per tutti, e così realizziamo che le Throwing Muses (mi prendo la libertà di declinarle al femminile, anche se non tutti i membri sono donne) l’anno prossimo compiranno 40 anni di attività. Le sorellastre Kristin Hersh e Tanya Donnelly iniziarono infatti sul finire del 1981 con il nome di “Kristin Hersh and the Muses”, prima di mutare il nome in quello attuale nel 1983, ed esordire poi nel 1984 con l’ep Stand Up. Non è stata una storia continuativa la loro, tanto che questo Sun Racket, loro decimo album, va a rompere l’ennesimo lungo silenzio (il precedente Purgatory/Paradise è del 2013) per la necessità della Hersh di seguire i propri progetti solisti.

Recensione: Throwing Muses – Sun Racket

Fire Records – 2020

Tanya Donnelly si è ormai chiamata fuori da tempo (qualche coro nell’omonimo album del 2003 è il suo ultimo contributo alla band), e così la sigla è ormai ridotta ad un trio, dove la sessione ritmica di Bernard Georges e dello storico batterista David Narcizo sono ormai solo un supporto alle idee della Hersh. Che ultimamente sfoga una rinnovata voglia di chitarre e rock, presentandoci così un disco roccioso e muscolare nel suono (ma non nei ritmi), corredato al solito dalla scrittura comunque di impostazione folk di Kristin.

Kristin Hersh è l’anima delle Throwing Muses e di Sun Racket

Il risultato è un album che sa fortemente di primi anni novanta, come dimostra già subito l’iniziale Dark Blue, con le sue asprezze da rock alternativo. Bywater e Maria Laguna però fanno capire che il tema del disco saranno le lente ed ipnotiche ballate della Hersh, mai banali, e solo in pochi casi concilianti nella melodia (forse solo la finale Sue’s, con il suo pianoforte a contrappuntare le strofe, concede qualche cosa in orecchiabilità), ma spesso improntate su un canto lisergico e allucinato che sarebbe piaciuto alla Kim Gordon dei Sonic Youth di un tempo.

 

Altrove Bo Diddley Bridge o la breve e percussiva St Charles ripartono là dove i Pixies si erano interrotti nella loro prima gloriosa fase, mischiando sapori da garage-rock, riff antichi, e molta attenzione comunque anche sulla scrittura della canzone.

Datato ma solido. Come il rock

Un mix che le Throwing Muses ripropongono senza concedere nulla alla musica degli anni 2000, evitando quindi le nostalgie degli anni ottanta o le leggerezze indie in voga in questi ultimi anni, ma badando al sodo con brani come la sofferta Frosting, che forse 30 anni fa avremmo anche chiamato avanguardia, ma che oggi suona come potevano suonare i Rolling Stones negli anni 90, sempre uguali a sé stessi, eppure in fondo ancora al passo con i tempi. Abbiamo forse smesso di aspettarci dalle Throwing Muses il disco importante, e i tempi in cui album come Red Heaven o University finivano abbastanza in alto nelle classifiche sia UK che USA sono lontani, ma Sun Racket dimostra quanto abbiano deciso di invecchiare bene con il loro ormai vecchio rock.

Throwing Muses – Sun Racket
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Nicola Gervasini

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Scrive regolarmente di musica dal 1992 per varie testate e siti web di settore (Mucchio Selvaggio, Il Buscadero, Rootshighway, FilmTV). Nel 2009 il suo racconto La Pistola ha ottenuto la Menzione Speciale della Critica al Concorso Quaderni Rock del MEI. Nel 2010 ha pubblicato Rolling Vietnam – Radio-grafia di una guerra (Pacini Editore), nel 2017 il thriller Musical 80 (WLM).

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