Amore e guerra nel mondo odierno secondo Tommaso Talarico.
Il “messaggio” di Tommaso Talarico è chiaro fin dal titolo. E se non bastasse quello basta guardare l’immagine della cover, che sembra – e magari lo è – ricavata da un fotogramma de La Strada, il film post-apocalittico tratto dall’omonimo capolavoro di Cormac McCarthy. Se per Canzoni D’Amore Per Un Paese In Guerra forse non si può parlare di vero e proprio concept album, c’è nondimeno un indubbio e chiarissimo filo conduttore che lega i nove brani del disco.
Previsioni Del Tempo si apre con una intro di piano che suona l’Inno Alla Gioia, che Gianfilippo Boni declina in una versione lentissima e malinconica, mentre in sottofondo scorrono le parole della più sinistra estetica futurista: per intendersi, quella che predicava l’avvento della guerra come igiene del modo. Ovvviamente sono previsioni che non riguardano il tempo atmosferico, ma i tempi calamitosi che stiamo vivendo, con le strade d’Europa percorse da gente che marcia con stivali chiodati a passo dell’oca. Un presente di guerre e fame che spesso costringe a lasciare il proprio paese nella speranza di un futuro migliore altrove, con frontiere da superare e diffidenze e cattiverie da affrontare, come racconta E Mia Figlia, commovente racconto di una famiglia in fuga che cerca faticosamente di mantenere intatta l’unica “ricchezza” che le rimane: la propria dignità.
Anche Il Giorno Prima Di Partire descrive con struggente malinconia – alla quale contribuisce non poco la bellissima voce di Marilena Catapano – lo stato d’animo di chi si avvia verso un’altra vita ignota armato solo di una valigia e dei suoi ricordi. A far da contraltare alla speranzosa angoscia di chi parte c’è la paura di chi dovrebbe accogliere, opportunamente alimentata dalla creazione di un “nemico” che si vuole presentare come reale (La Tua Paura) aldilà di ogni evidenza.
Nel buio narrato da Tommaso Talarico c’è una luce di speranza
Eppure può esserci un rimedio a tutto questo incattivimento che porta a rinchiudersi in se stessi, davanti a un televisore o a un monitor di computer, e a vedere un nemico in chiunque ci sembri venire a turbare il nostro quieto vivere. Questo sembra suggerirci Respira, aperta da un riff di chitarra elettrica di Matteo Urro che richiama vagamente – ma neppure troppo – l’attacco di Volunteers dei Jefferson Airplane. Il testo esorta a non lasciarsi sopraffare dal ritmo frenetico della nostra vita quotidiana, col suo corollario di inondazione di cattive, e spesso tendenziose, notizie e a riappropriarsi del nostro tempo a dispetto del suo scorrere inesorabile.
Anche gli altri brani meriterebbero un’analisi un minimo dettagliata, che i limiti di spazio ci negano. Segnaliamo comunque Majorana, ovviamente ispirato alla nota vicenda di quello “sparito” ragazzo di via Panisperna e nella quale si adombra che il suo volontario eclissarsi sia dovuto all’aver capito dove avrebbero portato quelle ricerche e a non voler averne parte. E la commovente Ghina, che sembra richiamare episodi di vecchia e nuova resistenza.
Il “cantautorato civile” contemporaneo
Musicalmente il disco si presenta come un ottimo prodotto di quel pop-rock che caratterizza le produzioni di Gianfilippo Boni e che ha rivestito molti prodotti di quel cantautorato civile – recentemente Silvia Conti e Marco Cantini, tra gli altri – che è ormai una delle realtà più interessanti della scena musicale fiorentina e che riattualizza un genere dato forse troppo presto per “datato”. Alle tastiere di Boni e alle chitarre di Matteo Urro abbiamo già accennato. Resta da dire della onnipresente quanto affidabile sezione ritmica di Lorenzo Forti al basso e di Fabrizio Morganti alla batteria, il tutto a rendere gradevolissimo anche musicalmente l’ascolto di un disco che ha certo nei testi il suo principale punto di forza e che Talarico canta con voce sempre partecipe e spesso quasi commossa.
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