A sorpresa tornano gli U2 e tornano addirittura ‘politici’. Ecco a voi Days Of Ash EP.
Più o meno da inizio secolo (il “secolo brutto” lo chiameranno gli storici del futuro?) gli U2 sono il bersaglio preferito della critica ‘avveduta’. E anche TomTomRock si è dato da fare in tal senso, visto che la media voto dei tre dischi recensiti fa 4,0666666667.
In effetti i quattro irlandesi, in particolare il loro frontman, sono riusciti a essere velleitari, arruffoni, retorici e sovente al limite del ridicolo. Quanto alla musica, è vero che hanno provato a uscire dal già detto, ma forse sarebbe stato meglio non dire niente, sia nel nuovo sia nella riproposizione del vecchio, per non parlare delle collaborazioni. Si rimaneva perciò in poco trepida attesa di un nuovo album di canzoni inedite previsto per la seconda metà del 2026, a nove anni dal precedente.
Quando gli U2 sembrano alla canna del gas (esilarante) arriva la sorpresa
Arriva invece imprevisto questo Days Of Ash EP, cinque canzoni e un recitativo tutti nuovi di zecca. “Le canzoni di Days Of Ash sono molto diverse per stato d’animo e temi di quelle che […] metteremo sull’album. I pezzi di questo EP non potevano aspettare. Queste canzoni erano impazienti di stare al mondo. Sono canzoni di sfida e sgomento, sono lamentazioni. Le canzoni celebrative arriveranno più avanti”.
Siamo di fronte a un’altra testimonianza di quell’urgenza artistico-politica che sta segnando questo momento musicale. Basti pensare solo al Bruce Springsteen di Streets Of Minneapolis o al Bad Bunny del Super Bowl 2026. A ben vedere i quattro dublinesi non sono stati poi così fulminei, visto che hanno iniziato a registrare i pezzi nel 2025 e li hanno curati piuttosto bene, tuttavia l’impazienza di cui parla Bono risulta ben percepibile.
Un inizio vigoroso per Days Of Ash EP
Forse il formato breve ha fatto loro ricordare i tempi belligeranti del live Under A Blood Red Sky, rendendoli finalmente un po’ più spicci e vitali. Lo dimostra l’iniziale American Obituary, un bel rockettone tutto riempito dalla chitarra di The Edge che potrebbe diventare un cavallo di battaglia del repertorio live. Da quanti anni, anzi decenni, non succedeva?
Il testo parla della morte di Renée Gold per mano dell’ICE: “Renée Gold nata per morire libera/ Madre americana di tre figli/ Era il 7 di gennaio/ Una pallottola per ogni figlio, proprio così”. Finezza non è una parola che appaia sovente sulla tastiera del signor Hewson, ma stavolta per chi ascolta è più prendere che lasciare. E anche questo non succedeva da molto.
Le altre canzoni
Il resto, per quanto meno impetuoso come suoni, scorre via fluido e disingolfato con l’elettronica sempre usata acutamente e la bella sorpresa della chitarra acustica che conduce The Tears Of Things.
I focus geografici delle liriche sono quelli immaginabili e, forse per evitare di apparire troppo divisivi (d’altronde Bono è un ecumenico da sempre), si concentrano su figure emblematiche, spesso loro malgrado: One Life At A Time è dedicata al palestinese Awdah Hathaleen, consulente per il film No Other Land, ucciso da coloni israeliani in Cisgiordania; Song Of The Future parla invece della sedicenne iraniana Sarina Esmailzadeh picchiata a morte durante una manifestazione a Teheran.
Se è inevitabile ci sia della retorica, va anche detto che la tonicità dei suoni riesce a stemperarla o, comunque, a farla notare meno. A quanto pare le sole critiche si stanno concentrando sulla conclusiva Eternally Yours per il featuring piuttosto invasivo di Ed Sheeran. Però la melodia è di quelle vigliacche che ti si attaccano in testa. Di nuovo un’altra esperienza quasi dimenticata.
Bello dunque ritrovare gli U2 quasi di una volta, specie se si ha un’età non verde. Quanto all’ormai prossimo album, quell’idea di “canzoni celebrative” un po’ di ansia la mette. Che poi cosa ci sarà mai da celebrare in questo secolo brutto?
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