As I Roved e quella strana cosa chiamata Celtic Rock.
Il cofanetto tematico è di questi tempi una delle piccole mode del piccolo mondo discografico ancora legato al supporto fisico: tre o, più raramente, quattro cd; veste grafica carina ma senza fronzoli; libretto pieno di notizie e prezzo abbastanza abbordabile. Ce n’è per davvero per tutti i gusti – dal rock demonologico al bubblegum – e a farla da sonica padrona è la Cherry Red britannica con le sue filiali ‘frutticole’ Strawberry e Grapefruit. In tale ambito uno dei prodotti più interessanti e, volendo, controversi è As I Roved Out – A Story of Celtic Rock 1968-1978 a cura di John O’Regan.
Il termine Celtic Rock appare per la prima volta come titolo di una canzone di Donovan dall’album Open Road (1970) e diventa di uso comune per un sottogenere musicale affine al folk-rock (in Italia si parla di “musica celtica”). Si tratta di musica proveniente da Irlanda, Scozia, Galles, Bretagna (le cosiddette terre celtiche) legata direttamente al folklore come repertorio o comunque caratterizzata da una dimensione sonora dai pochi fronzoli espressivi, se si vuole contrapponibili alle coeve sofisticazioni del pop e del prog inglesi. E ci sarebbe anche la componente magico-misterica con bardi e druidi che qui, per fortuna, viene trascurata (oer non parlare di certe croci…)
As I Roved Out suddiviso in categorie
Detto che l’ascolto è quasi sempre piacevole anche nel caso dei nomi meno noti, a questo punto si deve suddividere i partecipanti in alcune categorie rispetto alla loro celticità: ineccepibili, migliorabili, ospiti ingombranti, assenti forse giustificati, invasori e dépendance gallese.
Gli ineccepibili (inecCeltibili?) sono innanzitutto quelli che uniscono le credenziali di nascita al repertorio traditional e ad arrangiamenti in chiave rock o comunque innovativa, dunque Woods Band (con la title-track della raccolta), JSD Band, Contraband, Shelagh McDonald, Archie Fisher, Clannad e persino John Martyn. Altrettanto ineccepibili coloro che usano il linguaggio folk per composizioni originali: Incredible String Band, Mushroom, RunRig.
Per migliorabili s’intende invece essere nel posto giusto con un pezzo un po’ sbagliato, ovvero Al Stewart con una canzone sulla poco celtica Los Angeles e Bert Jansch che, maestro della chitarra acustica, è proposto in chiave elettrica con un pezzo dal suo disco peggiore.
Le categorie controverse
Gli ospiti ingombranti sono la prima categoria controversa, ovvero rocker irlandesi e scozzesi la cui celticità sta in un piuttosto vago approccio ‘de core e de Guinness’: Taste, Rory Gallagher, Skid Row, Wishbone Ash, Faces. Meno discutibili i Thin Lizzy di Whiskey in the Jar (gran successo ripreso al repertorio dei Dubliners) e i progster East Of Eden, anche loro in classifica con Jig a Jig, giga irlandese elettrificata e complicata.
Persino più controversi sono gli assenti. Mancano innanzitutto gli irlandesi Horslips, ovvero la quintessenza del rock e folk-rock celtico. In diversi forum O’Regan ha spiegato che erano previsti in scaletta con ben tre brani per poi essere esclusi causa sopravvenuti problemi di acquisizione dei diritti (però avrebbe almeno dovuto citarli nel saggio introduttivo). Lo stesso potrebbe essere avvenuto per il bardo bretone del pan-celtismo Alan Stivell, per i Five Hand Reel e per Christy Moore.
Gli invasori sono ovviamente gli inglesi con la trimurti Fairport Convention (più Sandy Denny), Pentangle, Steeleye Span. La loro presenza è ovviamente gistificata dal fondamentale contributo a quel genere cugino detto folk-rock. Niente da dire sugli Span con un pezzo (Lowlands of Holland) dall’unico album dove sono presenti gli irlandesi Gay e Terry Woods, mentre è stato notato come A Sailor’s Life dei Fairport, pur ponendosi come certificato di nascita del folk elettrificato, è tuttavia un pezzo originario del Suffolk. Al suo posto si sarebbe potuto attingere a qualche medley di danze elettrificate con forte presenza scoto-irlandese. Quanto a Once I Had a Swwetheart dei Pentangle, il legame celtico è tenue, ma almeno si suppone che la melodia provenga dall’Irlanda.
In ultimo va citata la dépendance gallese, ben otto brani di artisti sconosciutissimi che cantano in gaelico e agiscono in ambito folk-pop con qualche scivolata Eurovision Song Contest d’antan e una nota di merito per i coinvolgenti folk-rockers Edward H Dafis.
Alla fine del celto- pippone il consiglio è quello di ascoltare il cofanetto senza troppo curarsi dei certificati di celticità perché comunque ci si diverte e, tanto per fare un esempio, la scoppiettante Boola Boola di Seamus Shannon & The Drifter Sound potrebbe diventare un caposaldo delle vostre feste campestri.
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