Xiu Xiu – Oh No

Recensione: Xiu Xiu – Oh No

Un disco di duetti per Xiu Xiu: Oh No.

Da quando esiste la “sperimentazione”, c’è chi ne fa un onesto e ripetitivo mestiere, assumendo lo spirito innovativo altrui nei suoi aspetti più semplici e più evidenti e trasformandolo in un’onesta burocrazia con cui campare la famiglia. Non stupisce, non scandalizza e si capisce. Ora, con i suoi quindici anni di attività ed al quattordicesimo album in studio, a non voler dire di EP e collaborazioni le più varie, il gruppo californiano Xiu Xiu entra di diritto in questa non eletta schiera.

Xiu Xiu: Oh No

Polyvinyl Records – 2021

Voglio dire che la cacofonia, le percussioni martellanti, i fiati distorti, il noise vanno bene; almeno al sottoscritto, vanno benissimo. Va più che bene anche la tensione oscura dei brani, vanno bene i testi dolorosi e accigliati, va assai bene la paranoia. E allora dove sta il problema? Per chi scrive, in quel momento tutt’altro che magico – che arriva, quasi subito, quasi sempre – in cui tutto appare programmato, in cui lo stile appare una scelta e non una necessità. In quel dannato momento, chi scrive non può fare a meno di pensare a Jamie Stewart bambino che risponde, alla mamma che sotto il sole della California gli chiede se vuol fare l’astronauta o l’inventore: “no, io voglio incidere dischi paranoidi, in stile noise-wave, venati di tensione oscura e morbosa, arricchiti da fiati sghembi e percussioni ossessive, onde si blateri a caso di me come di un nuovo Ian Curtis”. È colpa mia, si capisce, se sono fatto così, ma mi avvilisco.

Un percorso artistico difficile da seguire

Per esemplificare l’attitudine principale di Stewart e della sua creatura, che a voler essere generosi si potrebbe definire manieristica, illuminante l’ascolto di Wild Is The Wind (in Nina, 2012), già resa eterna da Nina Simone e David Bowie, fiaccata da un debordare stridulo di fiati e bandoneon e da una lettura vocale tutta vezzi e sospiri. Ma anche nell’album d’esordio Knife Play (2006), il cui elettro wave molto noise resta, a quindici anni di distanza, il miglior lascito di Stewart alla posterità, meno pasticciato com’è da suoni, progetti ed intenzioni, il morto era già sulla bara.

Le canzoni e le voci del disco

Oh No non è che l’ultimo capitolo di una lunga serie noiosetta; come sempre Xiu Xiu cambia pelle, cambia il tavolino a cui il progetto è concepito, cambiamo i suonatori (inamovibile pare ormai la sola Angela Seo), ma se appena appena si va a grattare l’epidermide di canzoni pur ben confezionate, the song remains the same. Questa volta Stewart, per di più, cede alla peste del millennio. Non il Covid-19, che pure sembra lo abbia ispirato, ma qualcosa di quasi ugualmente tremendo: i duetti. E Stewart lo fa con sistematica e birichina pervicacia: ne infila 15, per quasi 54 minuti di musica.

 

C’è di che perdere la pazienza, lo ammetterete. Anche perché se il tratto distintivo e unificante di questo lavoro è la maggiore morbidezza di suoni, il ritorno a forme chiuse di canzone, con esiti non di rado sconfinanti nei territori del pop danzante come nel singolo A Bottle of Rum (sai che novità), con l’esordio della cullante Sad Mezcalita (con Sharon Van Etten) e assai di più con la successiva I Cannot Resist in coppia con Drab Majesty, ci troviamo scaraventati nel soggiorno di casa di Nick Cave. E non se ne esce praticamente più, se non con continue, nervose occhiate buttate fuori dalla finestra.

I riferimenti più evidenti di Xiu Xiu su Oh No

I guai a questo punto sono più di uno. Che si tratta del fin troppo ospitale Cave di Ghosteen, con qualche strizzata d’occhio alle tessiture morbide di The Boatman’s Call (l’ascolto di I Dream Of Someone Else Entirely tacita ogni contestazione) e con qualche strizzata noise; che vocalmente ci troviamo, né più né meno, al limite del plagio di modi e toni che già furono (e in parte ancora sono) del grande australiano; che l’album è lungo e noioso e che la colpa di tale monotonia ricade quasi per intero sul monocorde registro interpretativo di Stewart. Unico vero acuto, per chi scrive, la cover di One Hundred Years, che sembra scritta da un David Bowie furibondo con i Cure perché gli hanno perso le chiavi dell’appartamento di Berlino (ho un immaginario complicato, me ne rendo conto). Che poi la California è tanto tanto bella e c’è anche tanto, tanto sole.

Xiu Xiu – Oh No
6 Voto Redattore
0 Voto Utenti (0 voti)
Cosa ne dice la gente... Dai il tuo voto all'album!
Sort by:

Be the first to leave a review.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Show more
{{ pageNumber+1 }}
Dai il tuo voto all'album!

print

Written by

Ha iniziato ad ascoltare musica nel 1984. Clash, Sex Pistols, Who e Bowie fin da subito i grandi amori. Primo concerto visto: Eric Clapton, 5 novembre 1985, ed a seguire migliaia di ascolti: punk, post punk, glam, country rock, i pertugi più oscuri della psichedelia, i freddi meandri del krautrock e del gotico, la suggestione continua dell’american music. Spiccata e coltivata la propensione per l’estremo e finanche per l’informe, selettive e meditate le concessioni al progressive. L’altra metà del cuore è per i manoscritti, la musica antica e l’opera lirica. Tutt’altro che un critico musicale, arriva alla scrittura rock dalla saggistica filologica. Traduce Rimbaud.

You may also like...

Lascia un commento!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.