Danceteria è, purtroppo, l’ultimo disco dei Soft Cell di Marc Almond e Dave Ball.
Ho qualche difficoltà a trovare il giusto incipit per questo disco dei Soft Cell: canto del cigno obbligato o celebrazione (insieme all’album di Madonna, che al Danceteria mosse i primi passi e a cui, a sua volta, dedicò una song) del bel tempo/disco/teca che fu? Esegesi post mortem ipoacusica o sincera valutazione di un lavoro che qualche imperfezione la presenta nel suo autocitarsi?
Certo che quando Marc Almond e Dave Ball hanno iniziato a lavorare su questo album non credo avessero la percezione che sarebbe stato l’ultimo lavoro definitivo, loro malgrado, come duo. Sì, si erano già separati dopo tre album che, a loro, modo, avevano lasciato il segno, Almond aveva iniziato una carriera solista assai prolifica e Ball, con i Grid, aveva inaugurato una dance acida. Poi si erano ricongiunti per sfornarne altri due, (tre con l’odierno), ma oggi questo non sarà più possibile in quanto la mente musicale della coppia, Dave Ball, ci ha lasciati pochi giorni dopo aver terminato il presente album.
Intenti e suoni di Danceteria
Danceteria è quindi un disco-manifesto, narrato nei testi autobiografici, sia del notorio locale in quel di Manhattan, che di un’estetica dance che tra glitterismi e celebrazioni pre HIV vedeva nella joie de vivre di una generazione, forse l’ultima spensierata, l’estremo edonistico rifugio dal grigiore quotidiano.
Fa quindi un po’ male sapere che questa sarà l’ultima cavalcata synthpop dei Soft Cell perché il disco magnifica, tra alti e meno alti e attraverso 14 canzoni, la loro capacità di regalarci perfette crasi tra la vocalità, qui più educata che in passato, di Marc Almond, e la maestria di Dave Ball (a cui dobbiamo anche buona parte dei suoni dell’ultimo Gavin Friday) nella scrittura ed esecuzione di perfette melodie sintetiche.
Ed è per questo che, quindi, Danceteria suona doppiamente importante: da una parte celebra, con qualche malinconia, un periodo irripetibile e dall’altra, contemporaneamente, diviene disco terminale di un duo che tanti ne ispirò. Nelle canzoni, che hanno un filo logico di ascolto al par di un audiolibro, troviamo tutto il canone Soft Cell, spesso con riferimenti al primo album, quello anagraficamente legato al periodo celebrato, con Two of a Kind ad evocare Tainted Love, la title track fatta apposta per suscitare quell’ higher and higher del refrain e la cattedralica austerità di The rainbow room, quasi una loro Where are we now?.
Ciao Dave
Decadence Is Hard Work è gemella di Monoculture, l’amore per Marc Bolan viene profuso in In Heaven (When I Dance With You) e la cover finale di Out Come The Freaks, brano dei Was (not Was) con Nona Hendrix guest, chiude un cerchio durato, per il sottoscritto, sin troppo poco. Almond sta attualmente portando in tournée i Soft Cell, scelta credo necessaria ai fini promozionali, ma vedere l’apparentemente compassato Mr.Ball dietro le sue macchine del suono mancherà assai, e non solo nei live.
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