Saputjiji, il “protettore designato”: rabbia anticoloniale e Palestina
Saputjiji, che nella lingua degli Inuit significa “protettore designato”, è il settimo lavoro dell’artista canadese di cittadinanza, ma appartenente al popolo inuit, Tanya Tagaq, da sempre impegnata con la sua attività di musicista, scrittrice e autrice teatrale nella lotta anticoloniale, nella politica radicale e nel contrastare le discriminazioni e lo sfruttamento che il governo canadese ha sempre avuto verso i popoli indigeni. In questo suo ultimo lavoro, la componente di protesta e di rabbia verso la violenza e il genocidio in atto in Palestina è al centro della sua attenzione: un disco di protesta contro un mondo dominato da un’elite la cui bramosia di potere e ricchezza calpesta qualunque diritto umano, ma anche un’esortazione a ribellarsi.
Fuck War, Razorblades e Foxtrot: un’apertura di pura rabbia
Il disco si apre significativamente con Fuck War, titolo che Tagaq ripete ossessivamente col suo canto gutturale, mentre percussioni martellanti e suoni elettronici ribollenti e corrosivi come lava ci fanno piombare in un’atmosfera cupa e grondante rabbia. In Razorblades il suono industrial si sposa con l’ansimante spoken word; la successiva Foxtrot è invece un furibondo ed esplosivo duetto col cantante dei Fucked Up, Damian Abraham.
When They Call ed Exit Wound: il lato lirico di Tanya Tagaq
In When They Call emerge il lato più lirico della Tagaq, evidenziato dal violoncello di Jeffrey Zeigler: un lamento che lentamente punta verso l’alto, in un commovente finale. Anche Exit Wound esalta le sue doti di cantautrice, una canzone che parla di morte e dolore con un piano spettrale e grigie ondate di elettronica.
La seconda parte: dal canto gutturale inuit (katajjaq) a Imiq
La seconda parte del disco radicalizza il suono e le tematiche: brani brevi, ma che colpiscono senza pietà, con testi duri e combattivi. Si va da Ikualajut, denuncia della violenza coloniale contro il suo popolo, a Bohica, le cui sonorità evocano mondi misteriosi e luciferini forse più vicini di quanto possiamo immaginare; dall’incubo evocato dalla frastagliata Lichens a una Black Boot che respira ansia e terrore, fino alla conclusiva Imiq, dove la Tagaq si intreccia con la voce di Celina Kalluk. Qui troviamo qualche spiraglio di luce: un ambient evocativo di paesaggi artici, come il desiderio di una pace lontana dalle ingiustizie del mondo.
Il verdetto: il katajjaq reinventato
Saputjiji è un disco a tratti ostico, che ti costringe a guardare dentro il cuore tenebroso di chi domina il mondo e cinicamente dispone delle vite di milioni di uomini; un invito a ribellarsi, a non accettare passivamente. Musicalmente, ha al suo centro il katajjaq, il tradizionale canto gutturale degli Inuit che Tanya Tagaq ha reinventato in una dimensione sperimentale, coinvolgente ed emotivamente accessibile. Il disco esce per la Six Shooter Records.
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