Dopo sedici anni di silenzio: il ritorno dei Durutti Column si intitola Renascent
Ah, Vini Reilly… Credo siano passati sedici anni dall’ultima uscita di un album dei Durutti Column — traslazione di quella Colonna Bonaventura Durruti (si noti lo scambio di doppie… e c’erano pure gli Scritti Politti, ma questa è un’altra storia; mentre la storia della colonna andatevela a leggere), ovvero l’incarnazione magica che la Factory ebbe l’onere e l’onore di sostenere in tempi in cui la quiete era un tabù in materia di trend musicali. E che, dopo diverse disavventure di cuore — in senso letterale, leggi infarti — torna oggi come se avesse intuito il bisogno che c’è di astrarsi in acquarelli esenti da interventi AI, e di ricordare a tutti quanto sia stato sotterraneamente influente (belin, lo ha citato pure Harry Styles…).
Da Viva Hate di Morrissey alla riscoperta di Vini Reilly
Ricordo comunque, per chi non lo avesse mai ascoltato o non ne rammentasse l’egida principale, che a Vini fu affidato il compito di sostituire Johnny Marr nel primo album solista di Morrissey, Viva Hate e — ricordo invece io — ai tempi quel disco fu, per molti, un viatico per andarsi a riscoprire il suo lavoro.
Renascent: un disco fuori da ogni dimensione temporale
Renascent — titolo ultraprogrammatico, che racconta di una lenta riabilitazione e dell’empatica capacità in minore sulle scale veloci che ne è scaturita, e che ci si augura prodromico di una nuova fase produttiva — è quel che ci si aspetta da un disco dei Durutti Column?
Ebbene sì: un ulteriore lavoro fuori da ogni dimensione temporale, ancora una volta portatore di suoni eterei e sognanti, in compagnia degli storici collaboratori Bruce Mitchell alla batteria e il multistrumentista Keir Stewart. Talvolta leggermente modernizzato, probabilmente più per avvicendamento delle tecniche produttive che per captatio benevolentiae, il disco vede ben amalgamarsi l’inserimento delle vocalità eteree di Caoilfhionn Rose — qui anche pianista — e di alcuni recitati da Reilly medesimo: nel suo complesso, quello che il suo pubblico vuole dal suo complesso…
Un analgesico emozionale da ascoltare tutto d’un fiato
Consiglio di ascoltare il disco nella sua interezza, giacché si entra in una cosiddetta bolla di sospensione dall’imperante rumore e ci si pasce della sua terapeutica funzione di analgesico emozionale, atto a lenire quel che proviene dall’esterno (im)mondo circostante, illudendosi che questa canicola infinita abbia alfine un fondo melvilliano.
Ovviamente straconsigliato a grandi e piccini.
Be the first to leave a review.


Sì, è incredibile come sia passato così tanto tempo. Mi ricordo perfettamente quando uscì ‘Hard to Portray’!