Quattordici brani, un’ora di rock’n’roll e l’ultima session di Charlie Watts: The Rolling Stones non hanno bisogno di conquistare nessuno.
E chi se lo aspettava, a poco meno di tre anni da Hackney Diamonds, un nuovo album dei Rolling Stones. Il battage anche per questo ultimo lavoro è stato assordante. E da quel momento, come sempre, sugli Stones, si è scritto tutto e il contrario di tutto. Prima ancora di sentire una nota, almeno del primo singolo, In The Stars. Io lo dico subito. Al primo ascolto completo, mi sembra un album anche migliore del precedente. Perché la produzione che un po’ disturbava di Andrew Watt, su Foreign Tongues sembra meno presente, quasi sottotraccia. E da qui a diventare un solido sound stones il passo è stato breve. Nessun esperimento pop o cose del genere, tutti in precedenza costruiti sulla voce di Jagger, ma tante chitarre, tanti riff, un sound caldo e vecchia scuola. E anche una critica al mondo in cui viviamo, nemmeno tanto sottile. Beh, nessuno si aspetta le protest songs degli anni ’60, gli Stones hanno sempre avuto il loro modo sornione di dire certe cose, ma certo anche oggi tutto questo non guasta. E ora può partire la polemica dei multimilionari. Uno, due, tre…VIA!
Oltre un’ora di musica con tanti ospiti e due cover
Intanto i brani. Quattordici pezzi. Un’ora e due minuti di musica. Tanti amici. Paul McCartney, Robert Smith, Steve Winwood (al piano e all’organo), Benmont Tench degli Heartbreakers, Chad Smith. Tutti alla grande corte del rock‘n’roll. E proprio con Beautiful Delilah di Chuck Berry si chiude l’album. Il trittico Mr Charm / Divine Intervention / Ringing Hollow è il cuore del disco. Milionari che fuggono dalla terra, atmosfere distopiche, addii all’America di un tempo. Chitarre alla Some Girls, country blues alla Honky Tonk Women, ritornelli che scavano solchi profondissimi. E poi si continua. Hit Me in the Head, una delle ultime sessions di Charlie Watts alla batteria. E si sente tutto il suo swing, il tempo sincopato che solo lui sapeva dare. Pieni e vuoti.
You Know I’m No Good di Amy Winehouse è una grande cover, con l’aggiunta dell’armonica di Mick. Gli Stones avrebbero dovuto incontrarla, suonare, ridere, ma poi sappiamo bene come è finita. È il loro omaggio a una grandissima artista.
Formidabile trovare i Rolling Stones così in forma
Fino alla ballad immancabile di Keith alla voce, mentre tiene tutti i fili di una splendida malinconia. L’intreccio dei cori nel finale è da brividi. Si sente tanta freschezza dai solchi del disco. Ed è questo forse l’aspetto più interessante dell’intero lavoro. Keith e Mick quest’anno compiranno 83 anni e non si può non restare perlomeno stupidi da quello che ancora riescono a tirare fuori dal loro repertorio. Sentitelo, quest’album, prima di scriverne, di parlare, di confrontarsi. Non è un capolavoro, certo. Non può competere con quello che è stato, però come è stato detto, proprio qui su TomTomRock, è un album dei Rolling Stones. Ed è così piacevole sentirli ancora vivi. Non hanno bisogno di nulla. Non hanno bisogno di conquistare nessuno. Gli ascolti successivi diranno quanto invece questi nuovi brani avranno la forza di imporsi acconto ai loro brani maggiori.
Mick, Keith e Ronnie sembrano mostrarci, forse più che in altri lavori, le proprie individualità. E con l’ascolto sembra quasi spiegarsi quella copertina, al momento della presentazione così tanto insultata. Lì ci sono tutti e tre. Ancora insieme, ma ognuno con il proprio carattere, con la propria scrittura, con la propria musica. Mi viene solo da dire continuate così, mentre noi staremo ancora ad aspettare il nuovo album dei Rolling Stones.
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