Dal collettivo culturale Gob Nation arrivano The Tubs e il loro Hard Life
La foto di copertina di Hard Life ritrae i quattro componenti dei Tubs in versione agreste, tra alberi e simboli pagani, e potrebbe far pensare ad una folk-band classica, quasi una famiglia un po’ freak alla Incredible String Band. E non è un caso che il gruppo faccia parte di un collettivo culturale, che potremmo anche definire una famiglia allargata, chiamato Gob Nation, in cui una decina di band si scambiano componenti e collaborazioni in nome di un’unità geografica (il Galles), musicale, e direi anche filosofica.
Una “new wave” di chitarre
Hard Life è il loro terzo album, dopo Dead Meat del 2023 e Cotton Crown dello scorso anno, e rappresenta un passo importante per la band, che dopo due album per l’etichetta indipendente Trouble in Mind, passa alla più importante Merge, salto doveroso per un nome che potrebbe anche arrivare ad affiancare band più affermate come i Riot Act in una “new wave” di giovani amanti di tradizione e chitarre in libertà. I Tubs hanno uno stile molto particolare, provate a pensare agli Hüsker Dü in gita nel mondo del folk britannico, sicuramente un riferimento immediato visto che la voce del leader Owen Williams ricorda non poco quella di Bob Mould. Ma non pensate però ad una proposta in stile combat-folk alla Dropkick Murphys, quello dei Tubs è comunque un garage-rock di marca britannica di altri tempi, che usa melodie e suoni della tradizione (il duello tra elettriche e mandolini è l’elemento più segnante) per piegarli alle logiche di un rock moderno e per tutti i gusti.
C’è sufficiente varietà nella musica dei The Tubs
Dopo alcuni cambi di line-up, oggi Owens è accompagnato da Dan Lucas, Max Warren e Taylor Stewart in un viaggio che non può in certi momenti non ricordare anche i R.E.M., come il riff di mandolino di If You Don’t Love Me rende ben evidente. Ma il tiro è da band alternativa, con incursioni nel power-pop in occasione del singolo Who’s Gonna Love You Now?, sorta di predica a sé stesso di un Owen indeciso tra la vita sregolata da rocker o quella da tranquillo padre di famiglia.
La varietà è garantita da qualche momento più riflessivo come Didn’t I Say?, o dall’intervento delle tastiere della session-woman Rachel Kenedy (spaziando da quelle anni Ottanta di Do Yourself A Favor al pianoforte rock di Hell) o del violinista Chris Haigh negli episodi che più si rifanno a strutture folk, come ad esempio The Way It Goes. Ne esce un disco diretto e sicuramente pensato per una seconda vita sul palco, che potrebbe anche portare la band ad una maggiore visibilità e maturazione.
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