The Who – Who
Polydor - 2019

The Who – Who

Il 2019 si chiude male con The Who – Who.

È triste ascoltare l’ultimo lavoro degli Who. Che poi evidentemente gli Who non sono, ma Daltrey e Townshend. Pare dovesse essere il loro testamento. Si chiama semplicemente Who e, vista l’influenza che il gruppo inglese ha da sempre avuto su generazioni di musicisti, quel  titolo così evocativo faceva ben sperare.

The Who – Who

Polydor – 2019

Personalmente non mi aspettavo nulla di più di un album ben scritto, ben realizzato e ben prodotto. Punto. Era da tempo che, per quanto mi riguarda, quello che restava di una delle migliori formazioni degli anni Sessanta e Settanta, aveva smesso di dire cose interessanti. E non si tratta di discorsi come il rock è giovane e altri stereotipi di questo tipo (ancora tra le migliori rock band ci sono gli Stones e avete mai visto Springsteen dal vivo?). Ho sempre avuto la sensazione che Roger e Pete negli ultimi anni stessero impersonando un ruolo dal quale ormai erano lontani anni luce. E allora per forza sarebbe andato male l’intero spettacolo. Una brutta recita.

L’inizio lascia sperare bene, ma dura poco

Non bastano, infatti, il brano di apertura All This Music Must Fade, uno dei pochi che suona come dovrebbe, forse perché ricorda alla lontana le glorie passate e il successivo Ball And Chain, a dar luce a episodi quasi imbarazzanti come Beads On One Strings, una ballad che pare giunta dai peggiori anni ‘80 oppure i quasi cinque minuti di Hero Ground Zero e gli altrettanti di Street Song.

 

Non bastano le pennate di Pete a cancellare l’idea che siano pezzi buttati lì a riempire i lati del vinile. Non una spinta, non un riff che marchia a fuoco il nome Who.

I punti più bassi di Who

Il punto più basso dell’album è senza ombra di dubbio I’ll Be Back. Diventa difficile trovare qualcosa da dire. Impensabile una scrittura così banale anche per un musicista alle prime armi. Il bridge centrale e il solo di armonica spingono soltanto a spegnere l’impianto, uscire di casa e andare al pub ad affogare nell’alcol. Anzi prima di prendere una decisione così drastica ascoltate She Rocked My World. Ecco, ora potete ordinare la vostra pinta. Un ritmo quasi gitano, una sorta di tango moderno che suona falso come Giuda prima di baciare Cristo.

The Who – Who, la tristezza passa per la copertina

Quasi a voler continuare sulla strada sbagliata Roger e Pete scelgono di aggiungere solo alla versione deluxe Got Nothing To Prove, l’unico brano che, riportandoci alla swinging London, fa pensare ai veri Who. E il cerchio è chiuso, quasi a voler puntare il dito sul problema di fondo dell’intero lavoro. Chi sono oggi gli Who? Perché continuare a fare musica quando già si è dato tanto? Perché? La copertina, realizzata da Sir Peter Blake che conobbe gli Who nel 1964, mostra Chuck Berry, Muhammad Ali e il marchio della band da sempre associato ai Mods. Qui, tra immagini in bianco e nero, si scorge anche Pete mentre distrugge la sua Les Paul. È forse questo lo scatto più triste dell’intero album. La fotografia definitiva sul testamento degli Who.

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Tore Sansone

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Sono nato quando uscivano Darkness on the Edge of Town, Outlandos D'Amour, Some girls e Blue Valentine. Quasi a voler mostrarmi la strada. Ora leggo, scrivo, suono e colleziono vinili.

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