Sorpresa dell’anno: Vince Staples suona rock su Cry Baby.
Settimo album in studio di Vince Staples, Cry Baby arriva due anni dopo Dark Times, uscito nel 2024, generalmente apprezzato ma non da me. Lo ammetto: dopo l’ottimo esordio con Summertime ’06, ormai più di dieci anni orsono, gradualmente ho perso interesse per il rapper californiano, che mi era parso soffrire di ripetitività e di eccessi di minimalismo.
Il nuovo disco segna una svolta significativa nella sua carriera. È il suo primo disco da artista indipendente, pubblicato attraverso la propria etichetta Section Eight Arthouse in collaborazione con Loma Vista Recordings, dopo anni trascorsi sotto contratto con la Def Jam. La vera svolta, però, è musicale: Cry Baby è, nella sostanza, un disco rock — o meglio, un disco in cui il rap e il rock si fondono senza che nessuno dei due prevalga sull’altro in modo netto. Le chitarre sono presenti e aggressive, i ritmi più veloci e nervosi rispetto a qualsiasi cosa Staples abbia fatto in precedenza. Non mancano aperture verso il jazz e le sonorità più riconducibili alla black music, ma trattate in modo diverso da quanto si ascolta in molto hip-hop.
Cosa si intende, qui, per rock?
È bene però precisare cosa si intende per rock nel contesto delle scelte di Vince Staples in Cry Baby. Siamo lontani dagli anni ’80, dai Run DMC + Aerosmith e dai ’90 con Jay-Z + Linkin Park. E siamo anche lontani anni luce dallo sperimentalismo della Kim Gordon degli ultimi due anni. Cry Baby guarda al punk, al power pop, all’indie più scanzonato e ritmico. Da questo approccio nasce un disco musicalmente divertente e a tratti addirittura irresistibile: penso a canzoni travolgenti come White Flag e Only in America (con invidiabile piglio post-punk), ma anche al soul-rock di Cotton.
Una nuova prospettiva che convince
Staples sembra rinvigorito dalla vivacità della sua nuova prospettiva, rappando e cantando con ritmo instancabile.
Ne traggono giovamento anche i testi. È vero che Cry Baby parla di ciò che è sempre stato al centro della proposta di Vince Staples, ossia il razzismo sistemico statunitense, ma qui si abbandona in larga misura l’aneddotica personale per costruire qualcosa di più simile a un pamphlet sonoro.
La violenza poliziesca in Go! Go! Gorilla, la pervasività delle armi in Blackberry Marmalade e in Only in America, il massacro della Black Wall Street di Tulsa 1921 in Tulsa, OK, la macchina dello spettacolo in TV Guide, la tentazione della vita di strada in Dancing with the Devil. All fine del disco, in 7 in the Morning, lo sguardo lascia gli USA per posarsi sul massacro dei palestinesi.
Trentacinque minuti in tutto e nessuno spreco di spazio e note: Cry Baby è fra le belle sorprese di questo 2026.
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