Recensione: Steve Earle & the Dukes – J.T.
New West Records – 2021

Recensione: Steve Earle & the Dukes – J.T.

Omaggio a Justin Townes Earle: Steve Earle & the Dukes – J.T.

Poco più di sei mesi fa la notizia della morte di Justin Townes Earle, per un mix accidentale e letale di alcol, fentanyl e cocaina, mi lasciò sorpresa e  addolorata, come sempre quando conosci qualcuno per la musica che compone e quella musica non la suonerà più su un palco. Era uno di quegli artisti che con un po’ di fortuna riuscivi a vedere  anche qui in piccoli clubs, quei piccoli clubs dove doveva suonare anche la sera del 20 agosto, in un tour interrotto per sempre.

Recensione: Steve Earle & the Dukes – J.T.

New West Records – 2021

Nel giorno del 39esimo compleanno di Townes, Steve Earle pubblica l’album J.T. nomignolo affettuoso con cui era chiamato quel figlio lasciato troppo presto, ritrovato e poi perduto per sempre. Quel figlio a cui aveva dato un nome parecchio importante, quello del songwriter  texano suo compagno di scorribande, nome che Justin aveva onorato con otto album e una carriera decorosa nella musica americana, pur negli alti e bassi di una precoce dipendenza da sostanze.

La musica come passione comune

Registrato in una settimana di ottobre negli Electric Lady Studios, il disco  è  una miscela ruvida di country, folk, bluegrass e americana, terreno in cui si muovevano a meraviglia padre e figlio e in cui  i Dukes (Chris Masterson alla chitarra, Eleanor Whitmore  violino, Ricky Ray Jackson pedal steel e dobro, Brad Pemberton alla batteria, e Jeff Hill al basso, dopo la morte  a fine 2019 del pilastro  Kelley Looney) riescono a sostenere senza prevaricare, in quello che più di ogni altro è un disco di Steve. E ripercorrendo quasi tutti gli album a partire da Yuma del 2007 (da cui è tratta la prima traccia, la bellissima I Don’t Care) Steve sceglie pezzi  che definire cover sarebbe riduttivo, dal momento che sono un sincero tributo a un musicista, prima ancora che a un figlio, così come lo erano stati quelli registrati per gli amici Townes (Van Zandt nel 2009) e Guy (Clark nel 2019).

 

Da Good Life del 2008 arrivano Ain’t Glad I’m Leaving, Far Away In Another Town, Turn Out My Lights e Lone Pine Hill per poi arrivare ai più recenti e ritmati  Harlem river blues ( album omonimo del 2010) Champagne corolla fino a Saint Of Lost Causes, ultimo lavoro del 2019.

Le Last Words di Steve Earle & the Dukes per J.T.

Dopo la rivisitazione dei dieci brani di J.T., arriva, a chiudere l’album Last words, l’unico brano originale, scritto pochi giorni dopo la morte del figlio, l’unico che non avrebbe mai voluto scrivere e l’unico in cui ogni singola parola è 100% true. Una ninna nanna e un  canto funebre insieme, chitarra acustica e violino, dove fra ricordi e rimpianti, con voce incerta e stanca, Steve confessa a se stesso e a noi  tutto il suo smarrimento, (Now I don’t know what I’ll do until the day I follow you) , con l’unica certezza, fra tanti dubbi,  che le loro ultime parole  sono state parole d’amore. Non so se sia di conforto  suonare la musica di chi non c’è più, se davvero rimanga  ancora un poco in vita o se invece non cambia niente. Earle ha ammesso con brutale sincerità che fare questo disco non è stato né catartico né terapeutico; ma era quello che doveva fare, era “l’unico modo che conosco per dirgli addio”.

Steve Earle & the Dukes – J.T.
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Elena Righini

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Fieramente classe '68, nata a Firenze lo stesso giorno di Syd Barrett, Celentano e Paolo Conte, non ne eredito le doti musicali. Cerco di colmare il gap ascoltando musica secondo l'istinto e l'estro del momento. Gruppi del cuore: Clash e Cash.

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