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VAN DYKE PARKS – SONGS CYCLED (Bella Union – 2013)

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di Antonio Vivaldi

Nessuno lo dice, però è tutto merito degli occhiali. Non esistono foto di Van Dyke Parks senza occhiali. Attraverso quelle spesse lenti Parks vede da decenni un universo mirabolante in cui Americana e world music si fondono o, per meglio dire, l’Americana diventa world music e il domestico diventa esotico.  A 70 anni questo ometto che agli occhiali associa un abbigliamento da crocerista retrò potrebbe godersi da pensionato una meritata fama di caleidoscopico genio grazie a un curriculum vitae da paura: la collaborazione con i Beach Boys per il  celebre, inafferrabile  e proteiforme SMiLE, la presenza in veste di strumentista, produttore o arrangiatore negli album di gente come Byrds, Tim Buckley, Ry Cooder e, più di recente, Joanna Newsom e, infine, una discografia contenente almeno un paio di album superculto  (ristampati di recente). Invece lo abbiamo visto carico di energia l’anno scorso in concerto a Milano (80 spettatori – vergogna) e adesso lo ritroviamo con questo disco che arriva ben 18 anni dopo il mezzo pasticcio di Orange Crate Art con Brian Wilson. In realtà Songs Cycled viaggia ancora più indietro nel tempo andando a raccordarsi con Song Cycle (1968) nel titolo e Discover America (1972) nelle atmosfere. Raccoglie una serie di singoli pubblicati nell’ultimo paio d’anni dalla casa discografica-paese immaginario Bananastan e, al solito, sembra viaggiare fra  Guerra di secessione e guerra del solleone, fra giochi di parole scemi e inni sacred harp molto seri. Il difetto è uno solo e sta ancora una volta nell’eccesso di intelletto e di idee messo in campo,   il pregio principale è che si tratta di un disco che ti fa andare in vacanza non solo in luoghi diversi, dal Madagascar  a Parigi a Trinidad, ma anche in epoche diverse, diciamo fra il 1850 e il 1930. Però attenzione: l’immagine di copertina, con quella spiaggia vuota sullo sfondo, ha un che di inquietante e due dei brani migliori, Wall Street e Missin’  Missippi, raccontano in modo una volta tanto poco elusivo due sciagure  contemporanee come l’11 settembre e l’uragano Katrina. E il finale di Amazing Graces suona così elegiaco…

7,5/10

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