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RAP ENTRIES NR. 9 (A$AP Rocky, Donnie Trumpet & The Social Experiment, Major Lazer, Miguel, Raekwon, Skrillex & Diplo, Snoop Dogg, Vince Staples)

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Dischi per l’estate e dischi per tutto l’anno (e magari per i successivi).

di Marina Montesano

AtLongLastASAPCover

Apriamo con il momento migliore di tutta la rassegna. Dopo Long.Live.A$AP, dopo la morte dell’amico Yams, torna A$AP Rocky con i sessanta minuti dell’eccellente At.Long.Last.A$AP (RCA). L’iniziale Holy Ghost ha in primo piano la chitarra dello sconosciuto Joe Fox, incontrato casualmente da A$AP e presente in molte canzoni con il suo tocco blues. Ma siamo lontanissimi dai territori, per esempio, di Yelawolf: questo è un disco di rap, che sa espandersi in molte direzioni senza copia e incolla di tradizioni differenti; fra le molte strade, quella psichedelica è decisamente la principale, come mostrano bene Fine Whine (da far invidia al Tyler, The Creator degli esordi), L$D, Excuse Me (che riprende una vecchia, notevole base di Vulkan the Krusader, aggiornandone molto bene il testo, a tratti esilarante). E siamo ancora all’inizio. Le digressioni in campo quasi-pop producono Pharsyde (un richiamo al combo hip-hop prodotto spesso da J-Dilla), con l’hook cantato da Joe Fox, e la melodia facile punteggiata da una voce filtrata su toni incredibilmente bassi (una predilezione che, di nuovo, collega A$AP a Tyler): qui la produzione di Danger Mouse è geniale; e poi Everyday, con un sample della voce di Rod Stewart da In A Broken Dream, alla quale risponde Miguel (“Everyday I spend my time drinkin wine / Feelin fine”: non è difficile capire cos’abbia attratto A$AP); qui la produzione è invece di Mark Ronson. Senza dimenticare Wavybone, il momento puro-rap più divertente del disco, che si abbandona con difficoltà. A$AP Rocky non ha la complessità di Kendrick Lamar e non è un rapper altrettanto dotato, sebbene sia estremamente versatile e mostri anche buone capacità di cantante, ma At.Long.Last è un disco innovativo, affascinante e in grado di creare seria dipendenza.

9/10

socialexperiment surf

Donnie Trumpet & The Social Experiment è un collettivo del quale fanno parte alcuni strumentisti e Chance The Rapper; Surf (self released) è un’autoproduzione scaricabile gratuitamente al pari dell’esordio del giovane rapper di Chicago ed ha avuto più di mezzo milione di download: il che la dice lunga sullo stato dell’industria musicale. Ma veniamo ai contenuti, che sono molteplici e interessanti. Il un certo senso si potrebbe avvicinare Surf a To Pimp A Butterfly: entrambi con una forte influenza jazz ma, più in generale, con una vicinanza in parte nuova per l’hip-hop con la musica suonata. Tuttavia, Donnie Trumpet & The Social Experiment creano un disco rilassato, lì dove la forza di Kendrick Lamar risiede nel tenere l’ascoltatore in tensione per circa un’ora con una narrativa densa. Surf vede la collaborazione di voci celebri: Big Sean, J Cole, B.o.B, Busta Rhymes, Janelle Monáe, Erykah Badu e altri ancora; sebbene il brano più bello, Windows, sia affidato ai meno noti BJ the Chicago Kid e Raury; mentre le doti di Chance the Rapper sono evidenti in Sunday Candy. Se questa varietà assicura una qualità costante, è vero che qualcosa toglie all’unità del disco, che appare la somma di molti ottimi episodi piuttosto che un continuum.

7,8/10

MajorLazerPeaceIstheMission

Guns Don’t Kill People…Lazers Do era uscito alla fine dell’estate di cinque anni fa; giustamente Major Lazer (Diplo & Switch) piazza il nuovo Peace Is The Mission (Mad Decent) all’inizio di questa, e con ragione, perché la formula è giusta per le notti calde che ci attendono. A tratti suadente e a tratti danzabile, con voci un po’ meno famose che in passato, Peace Is The Mission fa quasi centro. L’iniziale Be Together con Wild Belle crea un’atmosfera reminiscente di Lorde, mentre con le successive Too Original e Blaze Up The Fire si torna alla dancehall giamaicana che tanto piace al duo. Non può mancare la parentesi rap con Night Riders, condotta abbastanza bene da Travis Scott e 2Chains, mentre la conclusiva All My Love punta su Ariana Grande. Alla fine tutto bene, tenendo però presente che dischi come questo sono un po’ usa e getta; servono per una stagione e qualche festival, poi si passa ad altro.

6,7/10

 

Miguel WILDHEART

Miguel è una delle figure più importanti dell’r’n’b contemporaneo: bella voce e produzioni che spaziano fra generi differenti; torna adesso con Wildheart (ByStorm / RCA) e con una delle copertine più brutte dell’anno. Ma non tiratevi indietro per questo, altrimenti perdereste un disco notevolissimo. Anzi, non è difficile vedere che con D’Angelo e Frank Ocean, ossia con modelli estremamenti differenti l’uno dall’altro, Miguel rappresenta una delle punte di diamante del genere; soprattutto se The Weeknd sembra intenzionato a seguire le tracce di Michael Jackson come mostra la recente (e bellissima) Can’t Feel My Face. Sensualità e sessualità sono i temi centrali del disco, mentre la musica spazia fra elettronica e tocchi di tradizionali chitarra/basso/batteria. Il singolo Coffee è notevole al primo ascolto, così come What’s Normal Anyway o The Valley: “I wanna fuck like we’re filming in the valley”, canta Miguel con riferimento all’industria del porno losangelina; ma sotto il profilo dei testi Wildheart è molto più complesso ed esplorativo di come potrebbe sembrare. Rispetto ai modelli citati Miguel ci pare tuttavia ancora un gradino inferiore perché Wildheart non riesce completamente a creare un nuovo paradigma come Channel Orange e Black Messiah hanno fatto. E poi c’è la copertina….

7,9/10

Raekwon Fly International Luxurious Art 

Raekwon è uno di quei rapper che fa sempre piacere ascoltare, anche quando, come in Fly International Luxurious Art (Ice H2O / Caroline), evidentemente non è in cerca di exploit particolari. La formula è quella consueta: buone basi e ospiti di lusso (ASAP Rocky, Ghostface Killah, 2 Chains, Rick Ross, Busta Rhymes e altri ancora), e a tratti funziona. I Got Money, Fila World, 1-2-1-2-, Revory vanno bene, anche se talvolta le collaborazioni hanno il problema, peraltro comune in questo genere di dischi, di aver coinvolto poco i protagonisti, che magari si sono scambiati i brani via mail, senza un eccessivo feeling per la canzone. Quasi più convincente Live To Die, dove Raekwon è solo. Che dire? Raekwon non ha bisogno di troppe conferme, però fa fatica a tener testa ai giovani leoni dalle produzioni più nuove e affilate, inclusi un paio che compaiono in questa pagina.

6,6/10

 

Skrillex and Diplo Present Jack Ü

Torna Diplo questa volta associato a Skrillex per il progetto Jack Ü (Skrillex and Diplo Present Jack Ü: Atlantic / Mad Decent / OWSLA). L’indubbia bravura dei due dj/produttori è l’unica cosa che rende accettabile un disco che meglio avrebbe fatto a uscire come mixtape. Se Major Lazer punta soprattutto sul dancehall, qui l’ispirazione è più varia ma per forza di cose anche dispersiva ed è difficile trovare un filo rosso. Restano alcuni buoni momenti, come il remix di Take Ü There con Missy Elliott; altrove le basi niente male di Where Are Ü Now vengono assassinate da Justin Bieber. L’onnipresente 2Chains ha la fortuna di rappare sulla simpatica Febreze e fa un buon lavoro. Per il resto tutto abbastanza prevedibile e dimenticabile.

5,5/10

 

Snoop Dogg Bush Album Cover

In cosa non si è cimentato finora Snoop Dogg? Rapper di successo, cantante reggae, star pop, attore/produttore porno, e adesso in associazione con Pharrell sforna Bush (Columbia), disco di puro funkadelic aggiornato ai tempi presenti. E’ ovvio che niente riporterà Snoop agli splendori dello straordinario Doggystyle, quando si chiamava Snoop Doggy Dogg. Ma era il 1993 e Los Angeles brillava dei beats geniali del g-funk; tuttavia almeno in una cosa questo Bush sembra richiamare l’indimenticabile Gin & Juice: l’amore per il sole della West Coast pervade la miglior produzione del nostro, e in questo Pharrell lo accompagna davvero bene. Così il nuovo set di canzoni non sarà memorabile, ma è di una piacevolezza estrema, al punto che appare difficile preferire un brano a un altro: forse l’iniziale California Roll, super laid back con il bonus della voce di Stevie Wonder, o il singolo Peaches N Cream, o ancora la conclusiva I’m Ya Dogg con Rick Ross e Kendrick Lamar. Fra tutti i dischi concepiti per accompagnarci in estate, questo è senza dubbio quello riuscito meglio.

7,5/10

 

Vince Staples Summertime 06

Vince Staples aveva esordito ufficialmente lo scorso anno con un EP promettente, ma è con questo Summertime ’06 (Def Jam) che ci mostra davvero cos’è in grado di fare. Associato alla nuovissima generazione di rapper, in tour con Earl Sweatshirt, Staples segue una strada differente, meno minimalista rispetto al suo disco d’esordio o all’amico Earl. D’altra parte, Summertime ’06 è un doppio, e nemmeno particolarmente facile. Comincia infatti in sordina ed è soltanto verso la fine del primo disco che cattura completamente: la sequenza Off The Roof, Señorita, Summertime che lo chiude è semplicemente straordinaria. Mentre nel secondo sono 3230 e Street Punks a colpire subito. Might be Wrong, C.N.B., Like It Is (un altro momento eccellente) sperimentano con il trattamento della voce utilizzato per esempio da Kenye West per Justin Vernon o da Drake nei momenti migliori. Pochi i featurings e riservati a nomi non di primo piano; ma nelle interviste il giovane rapper ha espresso il suo sdegno per quanti ricorrono a “comparsate” di nomi celebri per nobilitare un prodotto. Quanto ai testi, Vince Staples è un rapper realista, ma non iperrealista: non ci sono inni allo spaccio e alla bella vita di strada, solo uno sguardo obliquo e cupo, come la musica su cui le parole si distendono, sulla vita delle città americane per i neri (e non solo) dei ceti subalterni. Summertime ’06 chiude bene questa rassegna così come bene l’ha aperta A$AP Rocky; rispetto al quale Staples è rapper più profondo, ma con il bisogno di calibrare ancora meglio la proposta. Lo farà di certo. Nel frattempo qui c’è tanto da ascoltare.

8,5/10

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