L’uomo di domani, o della forza del perdono: Micah P. Hinson – Tomorrow Man.
Micah P Hinson ha abituato i suoi pazienti cultori a cieli molto scuri (e per chi non lo ama, e non sono pochi, sono cieli fin troppo, troppo neri). La sua lunga striscia di scrittura, disseminata per oltre un ventennio, è qualcosa di diverso e di più da una semplice americana popolata di folk e di country: è una vera e propria pala musicale di Bosch, assediata da ombre e fumi d’inferno che non dileguano: una sorta di personale, deformata, apologia a rovescio della fatica dannata di stare al mondo e della tassa che gli si deve.
Ma la di là delle pose alle volte assunte è questo, si direbbe, con ogni probabilità, se non il modo di vivere di Hinson, almeno un modo per sopravvivere: a se stesso e a un passato fatto di fratture e abbandoni, spostati con un tocco irregolare di bizzarria gotica e surreale sul piano dell’arte.
Chi scrive, cioè io, ha più di tutto amato la sofferenza asciutta di lacrime di quel grande canzoniere che è Micah P. Hinson And The Gospel OF Progress (2014), col suo rosario di storie americane, grumi rappresi di dolore e sprofondi, dell’anima e del Texas. È questo lavoro che segna, a mio modo di vedere, con l’opera al nero When I Shoot At You With Arrows, I Will Shoot To Destroy You (2018), un dittico di bellezza difficilmente replicabile (ma son gusti e non siamo abili nelle previsioni).
Tomorrow Man ha sulla carta diverse frecce per generare disamore (da parte mia, almeno) e anzi direi per farmi incazzare. Prima su tutte, il dilagare in esso di quella che a me pare da sempre la peggior peste musicale, ovvero la mania dell’orchestra. Chi la tocca muore fulminato, di solito non c’è scampo. Splendente strumento del demonio per far cadere anche i migliori, è un viale seducente lastricato delle migliori e delle peggiori intenzioni, in fondo al quale non c’è l’inferno, ma un più prosaico muro di cemento nel quale sbattere.
Un altro elemento, degno del maggior sospetto, è che Micah P. Hinson sembra aver iniziato a far pace con sé stesso. C’è da temere, come si è altre volte detto, che questo possa essere un gran bene per lui, ma un anche un gran male per noi. Nulla di peggio dell’eventualità che abbia a pensare, da qui in avanti, di raccontarci quanto è felice. Ipotesi, fra le tante, delle meno tollerabili, perché la felicità si vive, non si racconta, men che meno agli altri.
Quasi a sorpresa, Micah P. Hinson – Tomorrow Man è un disco molto ben calibrato
Non è andata così, per fortuna. E non è andata così su nessun versante. Gli arrangiamenti orchestrali sono assai ben calibrati ed eleganti, senza eccessi: se ne sarebbe fatto a meno, perché impastano una vocazione che resta a nostro giuduzio scabra ed acustica, ma poteva andare molto, molto peggio.
L’introduzione e la ripresa, briose e sorridenti, di Oh Sleepyhead, ritratto in due mosse del figlio che dorme, si fanno facilmente perdonare di non essere delle vette, perché il tocco di Hinson risuona con forza in tutto il resto del disco, malinconico e profondo, ma come un po’ medicato, a partire da una terna cadenzata e un po’ dolorante (Take It Slow, I Don’t Know God e I Was Just Standing There) in cui prende campo l’uomo di domani, che non sarà troppo diverso da quello di oggi, si suppone, ma riuscirà forse a prendere il largo dalla disperata condanna ad identificarsi con le proprie cicatrici.
La lenta, ammaliante meditazione di Think Of Me e la rassegnata ballata country The Last Train To Texas (il Texas ispira sempre rassegnazione a Micah, si sa) sono i frutti più maturi di Tomorrow Man. A noi che non sappiamo come sarà l’uomo di domani (e ci interessa anche pochino) l’uomo di oggi continua a piacere, e con lui l’artista.
Non prendano dunque, il lettore e l’ascoltatore, per ben confezionata melassa natalizia quello che è un autentico voto di perdono, per se stessi e per il mondo, che è la vera forza motrice di un lavoro in cui per la prima volta il dolore sembra coincidere con il passato e non più col presente.
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