Tomtomrock dischi millennio

Primi venticinque anni del millennio: che musica avete ascoltato? E soprattutto, vi siete mai fermati a riflettere su che cosa è stato — le tendenze, le pietre miliari, ciò che tutto questo ci ha lasciato, e magari qualche speranza per il futuro? Un gioco che alza la temperatura, in piena estate, quando davvero non ce ne sarebbe bisogno.

Su Tomtomrock la riflessione l’abbiamo avviata, ciascun collaboratore per conto suo, senza consultarsi: dieci titoli a testa, o giù di lì, e due righe per spiegarli. Ne è uscito quel che leggete qui sotto — i contributi in ordine di arrivo, come nelle gare sportive, con chi ha risposto per primo che taglia il traguardo davanti a tutti. In fondo, a tirare le somme, un commento conclusivo.

Antonio Vivaldi

Mi sarebbe piaciuto iniziare questo commento ai miei Top Ten 01-26 citando l’immortale verso “Ho capito che cos’era importante” (Pooh – Tanta Voglia Di Lei). Invece mi sa che non ho capito molto.

Eppure il metodo pareva ineccepibile: scorrere l’elenco dei miei dischi impostato secondo la data d’uscita e scremare da 1062 titoli a 15-20 senza troppo pensarci su. C’è voluto un po’, gli occhi si sono incrociati sovente ma è stato anche simpatico ritrovare cose mezze dimenticate, di cui resta però un sentore di bellezza.

Il problema grosso è venuto con gli ultimi tagli per arrivare a 10, ovvero “L’ora delle decisioni irrevocabili” (citazione portasfiga, visto come andò a finire) che è diventata due ore, poi un’intera serata e forse non è ancora definitiva. Diciamo che l’esito finale è un misto fra universale e personale con diversi album che occupano entrambi gli spazi.

Ci sono cose poco conosciute tipo l’Americana devastata e sublime dei Two Gallants di What The Toll Tells (2005), lavoro che pare divinamente (o diabolicamente) ispirato trattandosi di un unicum nella carriera del duo californiano. Poi c’è un capolavoro assoluto nella categoria molto più che stipata dei dischi d’amor perduto, ovvero Paris (2008) di Damien Saez con la  travolgente e super-scorretta Putains vous m’aurez plus. Per l’amatissimo folk anglo-scoto-irlandese, a cui avrei volentieri riservato una classifica a parte, la scelta è caduta sullo spettrale e petroso  [False Lankum] dei Lankum (2023). Non esattamente un’opera mainstream, per quanto apprezzata anche fuori dal suo ambito d’origine.

Passiamo ora ai nomi più noti, su cui le cose da dire comunque non mancano. Let England Shake (2011) è il più bel disco di PJ Harvey, una che da inizio carriera non ha mai smesso di rinnovarsi mostrandosi sempre aspra ma coinvolgente. O viceversa. Che poi in queste canzoni melodicamente magnifiche appaia chiaro come la guerra sia una merda è ulteriore merito da ascrivere a PJ, per quanto inutile dal punto di vista pratico.

Funeral degli Arcade Fire (2004) è l’inizio di una storia dove l’indie dialogherà luminosamente con il mainstream per diversi anni a venire fino a che non arriveranno nuvole tristi. Nuvole che c’erano già su Amy Winehouse quando incise il travolgente mélange di pop, rock e soul Back To Black (2006) e sappiamo bene come è andata a finire. Ti ha reso immortale quel disco, Amy, anche se forse tu avresti voluto restare mortale un po’ più a lungo.

Già la mortalità e l’immortalità. Il 2016 fu segnato dagli  album-testamento di David Bowie (Blackstar) e Leonard Cohen (You Want It Darker), maestri della musica del ‘900 che ribadiscono la loro grandezza proprio a fine vita con due dischi splendidi a prescindere dall”occasione’.

Quanto a Rough And Rowdy Ways (2020) di Bob Dylan si tratta certamente di un lavoro poderoso, il migliore di questo secolo per His Bobness. Tre pezzi anticiparono l’uscita dell’album in pieno Coronavirus e chi scrive ebbe tutto il tempo di tradurli per Tomtomrock. Un bel ricordo, nonostante tutto.

Infine un album di quest’anno che guarda al futuro  per  prenderlo a salutari pugni: è Fenian dei Kneecap: se non vi coinvolge siete morti. O potete ascoltare Boy George.

P.S: Rileggo queste note ascoltando Let England Shake di PJ Harvey. Ecco, se ci fosse un ordine di preferenza, questo sarebbe, quasi certamente, il mio numero uno.

Beh, forse un po’ l’ho capito che cos’era importante.

 

Mauro Carosio

Il mio viaggio musicale nel primo quarto del nuovo millennio inizia nel 2004 con l’esordio omonimo dei Franz Ferdinand. Un disco importante perché reinventa il post-punk condito in salsa dance, con chitarre taglienti, irresistibili e melodie contagiose. Un debutto energico, sofisticato e capace di riportare l’indie al centro della scena con freschezza e personalità. Nel 2005 assistiamo alla splendida forma di Madonna con Confessions on a Dancefloor, una celebrazione della “disco” e della dance elettronica, con una produzione impeccabile che trasforma le influenze del passato in un album perfetto. Qui la cantante intona una manciata di canzoni rimaste nella memoria collettiva, incarnando l’insostenibile leggerezza del pop. Si arriva così al 2006 con Amy Winehouse e il suo Back to Black: un album senza tempo e una voce unica, un capolavoro per lo stile che fonde soul, R&B, jazz, pop e sonorità anni ’60, dove Amy canta in maniera autentica e devastante, tra eleganza rétro e fragilità moderna.

Nel 2011 esce Let England Shake di P. J. Harvey, un’opera intensa e visionaria che unisce folk-rock inquieto e originale al racconto delle contraddizioni della storia dell’Inghilterra, in cui la voce e gli arrangiamenti creano atmosfere uniche, sospese e indimenticabili. Il 2013 è la volta dei Daft Punk con Random Access Memories, un album dal respiro universale capace di accontentare non solo i fan.  Discomusic, funk e pop si inseriscono in una dimensione sontuosa e sofisticata; groove irresistibili, arrangiamenti elaborati e melodie memorabili scatenano grandi emozioni e pura gioia in musica. Nel 2014 abbiamo le sonorità coraggiose dell’omonimo di St. Vincent, dove ritmi incisivi, melodie particolari, chitarre graffianti e arrangiamenti ricercati costruiscono un sound modernissimo e personale. Impreziosito da brani immediati e da una produzione impeccabile il disco risulta audace e intrigante  convincendo totalmente pubblico e critica. Arriviamo così al 2016 con Blackstar di David Bowie, un capolavoro che rappresenta l’immenso testamento di uno dei più grandi artisti di sempre.  Un album libero, enigmatico e radicale dove rock, elettronica e jazz si fondono senza confini, e dove Bowie guarda alla morte con lucidità lasciandoci un ultimo potentissimo messaggio. Nel 2018 viene pubblicato American Utopia di David Byrne: melodie accattivanti, arrangiamenti orchestrali e percussioni travolgenti rendono questo ennesimo capolavoro di Byrne una sorta di manifesto di un’ipotetica new wave 2.0. Una struttura sonora unica trasforma temi complessi in una celebrazione gioiosa, ipnotica e accessibile a chiunque.

Nel 2020 ci chiediamo dove sta andando il punk? I Fontaines D.C. hanno le idee chiare e al loro secondo appuntamento discografico con A Hero’s Death sfoderano un album forte, dove le urgenze dei ritmi serrati si uniscono alla poesia urbana di una Dublino contemporanea, senza che manchi una patina glamour che non guasta. Il mio percorso termina nel 2023, ho solo a disposizione dieci dischi. Con The Ballad of Darren i Blur, mostrano il gruppo nella sua versione più matura ed elegante, specchio dell’evoluzione del brit-pop oltre i propri confini. Damon Albarn, l’artista del nuovo millennio, canta il tempo che passa, la distanza e le fragilità con disarmante onestà e oserei dire “purezza”.

 

Marina Montesano

Nessuna presunzione di oggettività, ché sono relativista, ma un racconto in ordine cronologico di quel che di meglio la musica mi ha dato in questo inizio di millennio.

The Eminem Show (2002) chiude una trilogia perfetta, avviata nel 1999, anno della scoperta (mia e del mondo) di Eminem, ma sigilla anche la golden age del rap, da me molto amata, avviandone il successo planetario e pervasivo che conosciamo, sebbene i picchi qualitativamente migliori appartengano al decennio precedente. Discorso completamente diverso per Heathen di David Bowie (2002), mio artista preferito da sempre e per sempre: continuo ad ascoltare questo disco con piacere, lo ritengo bellissimo, ma soprattutto all’epoca coincise con i 25 anni di Low e i concerti che presentavano i due dischi uno dietro l’altro al Roseland Ballroom di New York e alla Royal Festival Hall di Londra, visti entrambi! Come potrei non inserirlo?

Il 2006 si apre con una fulminazione (e continua con un’altra): Arctic Monkeys – Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not. Degli AM avrei potuto indicare anche altri dischi quanto a preferiti, soprattutto il picco artistico di Tranquility Base Hotel & Casino, ma il primo rimane la fondazione di tutto e resta nel cuore: gioventù, inventiva, velocità, pause romantiche, storie di mardy bums e scummy men da un nuovo cantore nella migliore tradizione pop inglese. E poi Amy Winehouse, quanta tristezza, ricordo di averla attesa a un festival, uno dei tanti cancellati, la discesa verso una fine orribile era già iniziata: Back to Black (2006) è un disco così spumeggiante eppure già oscuro, ascoltarlo è diventato difficile dopo la sua morte, ma resta indispensabile. E ricordatevi che il brano più bello dell’ultimo disco dei Rolling Stones l’ha scritto lei!

Nella scena indie che diviene grande spiccano gli Arcade Fire, oggi meno rilevanti, ma che più di tanti altri nomi hanno caratterizzato gli anni dei quali parliamo: per me il malinconico The Suburbs (2010) resta il più significativo soprattutto per lo spirito apocalittico che lo pervade. We watched the end of the century compressed on a tiny screen.

Se dovessi scegliere un singolo disco per questi ‘00s sarebbe probabilmente PJ Harvey – Let England Shake (2011), da un’artista vera che ha saputo reinventarsi senza piacionerie negli ultimi quindici anni. Dai testi alla musica, quaranta minuti che pescano nel folk, nel rock, negli orrori della prima guerra mondiale e di quelle successive. È un disco che richiede attenzione assoluta e che dà i brividi. Non è solo un capolavoro di questi anni, è un capolavoro e basta.

L’anno successivo è caratterizzato dalla scoperta di Frank Ocean, che con il quasi-esordio Channel Orange (2012) produce un disco pressoché perfetto e indica una nuova direzione alla scena r’n’b. Ho fatto in tempo a vederlo dal vivo, con emozione, una volta e a mancarlo una seconda (causa ritiro suo, non mio), ho amato il successivo e oggi lo aspetto ancora: dove sei finito?

Il 2016 si apre in modo orribile e trionfale allo stesso tempo: David Bowie – Blackstar (2016), che ovviamente è legato alla sua morte, ma altrettanto alla sua vita, al suo stile, alla capacità di scrittura e di rinnovamento. Un disco splendido a prescindere, a distanza di dieci anni sono in grado di dirlo con certezza. Nonché un testamento audace, unico, per un artista come nessun altro mai.

In quell’anno avrei voluto citare anche Kendrick Lamar e il suo To Pimp a Butterfly, che resta un disco splendido, ma il suo autore non ne ha approfittato per cambiare davvero le regole del gioco, e allora preferisco chi invece lo ha fatto di sicuro: Rosalía con Motomami (2022), l’innovazione assoluta nel pop e la fine del dominio dell’anglosfera nelle charts (e nel mondo, si spera), come ha poi ribadito Bad Bunny con il suo DTMF (2025): quando stardom, discorso politico, tradizione e dancehall si uniscono, il fenomeno è epocale.

Tanti restano fuori. In particolare mi spiace per l’assenza del genio Damon Albarn, che tra Blur, Gorillaz e molto altro ancora ha proposto musica splendida, che con troppa generosità ha sparpagliato in tantissimi album. Vuol dire che aspetterò il suo capolavoro nei prossimi venticinque anni.

 

Giovanni Ferrari

Questa non vuole essere una classifica. Sono solo quei titoli che mi sono subito balzati in mente, d’istinto. Ce ne sono, ovviamente, tanti altri degni di essere inclusi, e che forse lo sarebbero stati se non fosse – che so – estate?

David Bowie – Blackstar (2016) per le immense emozioni che suscita ad ogni nuovo ascolto. Un’opera di addio che ha tolto il fiato al mondo intero, in cui sperimentazione musicale e pathos autentico si fondono in maniera sublime e devastante.

Grace Jones – Hurricane (2008) perché un ritorno di Miss Grace Jones non se lo aspettava più nessuno. Così come nessuno avrebbe mai immaginato che sotto i perizomi della disco diva per eccellenza si nascondesse una poetessa capace di regalare al suo pubblico un’opera tanto sofisticata e coinvolgente.

Baby Dee – I Am a Stick (2015) per la sorprendente abilità di questa autentica ‘outsider’ della musica contemporanea di passare da registri demenziali a un’intimità senza alcun pudore, pur mantenendo una coerenza espressiva straordinaria. Se un episodio schizofrenico potesse essere reso musicalmente, probabilmente suonerebbe così. Poesia e musica allo stato brado.

Lana del Rey – Born to Die (2012) perchè resta vivissimo il ricordo dell’entusiasmo provato al primo ascolto di questo debutto. Sotto le mentite spoglie di una belloccia vacua, l’enigmatica Elizabeth Woolridge Grant (in arte Lana Del Rey) racconta se stessa e il suo alter ego al caleidoscopio: ora donna, ora femmina, ora adolescente zoccoletta, ora groupie, ora sottile osservatrice della cultura americana. Ma sempre super cool.

Nick Cave and the Bad Seeds – Abbattoir Blues (2003) perchè all’epoca ascoltato fino all’esasperazione. I tempi sono cambiati, sì, ma l’album resta uno strabiliante tour de force in cui tutti i temi cari all’autore sono iniettati di nuova linfa espressiva grazie alla collaborazione con il suo nuovo bro Warren Ellis.

Arctic Monkeys – Tranquility Base Hotel & Casino (2018) perché con questa spiazzante sterzata musicale, il gruppo già autore di grandi classici di questi ultimi 25 anni, crea atmosfere degne di paragoni con la storica trilogia di Berlino di Bowie. Ma forse, in realtà, solo perché nessuno al mondo riuscirebbe a infondere di irresistibile erotismo le parole ‘quantitative easing’… Ebbene sì: Alex Turner Is a Sex God!

The White Stripes – White Blood Cells (2001) perchè è questo il mio primo incontro con la febbrile, esplosiva, primordiale energia di Jack White III e Meg White. Testosterone e estrogeni a go-go.

PJ Harvey – Let England Shake (2011) perché Polly Jean Harvey con questo album entra nel pieno della sua maturità artistica con un’ode quasi pastorale alla sua terra natia che è al tempo stesso delicata, graffiante e maestosa.

Rosalia – Motomami (2022) perché l’immaginazione della giovane superstar spagnola sembra non conoscere limiti. L’entusiasmo con cui piega a piegare i generi musicali più svariati fino a plasmarli in un qualcosa di profondamente suo raggiunge picchi sublimi in quest’opera rocambolesca senza paragoni.

Kneecap – Fenian (2026) per il loro indomito spirito punk. E’ raro che un album squisitamente politico come Fenian sia pervaso da uno spiccato senso di umorismo e divertita provocazione e al tempo stesso faccia venir voglia di ballare. E che in chiusura ti spiazzi con un brano struggente del calibro di Irish Goodbye.

 

Mariangela Macocco

Ogni selezione dei migliori album di un’epoca nasce inevitabilmente da un rapporto personale con la musica. Esistono dischi riconosciuti universalmente dalla critica, opere che hanno segnato una generazione o modificato il linguaggio di un genere; ma esiste anche un’altra dimensione, più intima, nella quale un album diventa importante perché accompagna un momento della vita, perché continua a rivelare nuovi dettagli nel tempo o perché riesce a rappresentare un’idea di bellezza musicale. Questa non vuole quindi essere una classifica definitiva del ventunesimo secolo, ma il racconto dei dischi che, secondo la mia sensibilità, hanno espresso al meglio alcune delle tendenze più significative della musica dal 2001 a oggi.

Il nuovo millennio si apre simbolicamente con Is This It degli The Strokes (2001), un album che ha restituito al rock una forma di essenzialità quasi archetipica. Dopo gli eccessi produttivi degli anni Novanta, la band newyorkese sceglie una scrittura asciutta, melodie immediate e un’estetica apparentemente minimale, trasformando la semplicità in un nuovo linguaggio.

Poche band hanno rappresentato l’ambizione dell’indie rock contemporaneo quanto gli Arcade Fire (2004). La scelta cade su The Suburbs (2010): la sua forza risiede nella capacità di unire dimensione privata e collettiva: il dolore, la perdita e la memoria personale diventano materia di una narrazione universale, sostenuta da arrangiamenti ricchi e da una straordinaria tensione emotiva, trasformando il racconto della provincia americana in una meditazione più ampia sul passaggio all’età adulta.

Nello stesso periodo, Turn On the Bright Lights degli Interpol (2002) recupera la tradizione del post-punk attraverso un’estetica più raffinata e introspettiva. È un disco dominato da atmosfere notturne, chitarre profonde e una malinconia elegante, capace di definire il suono urbano di una parte importante degli anni Duemila.

Una delle grandi trasformazioni della musica contemporanea è stata il ritorno a una dimensione più fragile e personale del cantautorato. In questo senso For Emma, Forever Ago di Bon Iver (2007) rappresenta un momento fondamentale: un album costruito sulla vulnerabilità, sull’intimità e sulla ricerca di una voce autentica

La stessa tensione tra tradizione e innovazione attraversa il percorso di Sufjan Stevens, autore di due album che considero tra le opere più significative del secolo: Illinois (2005), monumentale per ricchezza narrativa e orchestrale, e Carrie & Lowell (2015), essenziale e dolorosamente autobiografico. Due lavori apparentemente opposti, accomunati dalla capacità di trasformare l’esperienza individuale in una riflessione universale.

Anche i Radiohead, pur appartenendo a una stagione precedente, hanno continuato nel nuovo millennio a interrogare i confini della forma album. In Rainbows (2007) rappresenta forse il loro punto di equilibrio più riuscito: sperimentale ma accessibile, complesso ma profondamente melodico. È la dimostrazione che la ricerca sonora può convivere con una grande immediatezza emotiva.

Nel panorama più recente, The Ballad of Darren dei Blur (2023) testimonia come la maturità artistica possa essere una forma di rinnovamento. Lontano dalla celebrazione nostalgica del britpop, il disco riflette sul tempo, sulla memoria e sulle trasformazioni personali con una scrittura sobria e raffinata.

Il pop del XXI secolo trova invece in Taylor Swift una delle sue figure più rappresentative. Ha ridefinito il rapporto tra pop e narrazione personale e con Folklore (2020) ha mostrato una sorprendente evoluzione verso una scrittura più contemplativa e autoriale.

Tra le grandi icone della musica pop, Confessions on a Dance Floor di Madonna (2005) rimane, a mio avviso, uno degli esempi più riusciti di reinvenzione artistica: un album che guarda alla storia della disco music trasformandola in un linguaggio contemporaneo.

Infine, Harry’s House di Harry Styles (2022) rappresenta una delle espressioni più interessanti del nuovo pop d’autore: un lavoro che recupera suggestioni del passato, dal soft rock agli anni Settanta, filtrandole attraverso una sensibilità moderna.

 

Fausto Meirana

Un vero lavoraccio, anzi, quasi una tortura… Selezionare questi dieci titoli non è stato facile, ma si è rivelato infine  piuttosto  piacevole. Il criterio è stato quello della frequenza di ascolti e riascolti, per creare una lista dalle caratteristiche precise: opere che non stancano e non hanno stancato fin dal primo contatto, ma non una classifica vera e propria

Per quanto riguarda Bob Dylan, di primo acchito, avrei messo Love And Theft, ma infine la scelta è caduta sull’ultimo disco, Rough And Rowdy Ways (2020)  un’opera quasi ingombrante per densità  e… maturità. Lo scomparso Elliott Smith entra, un po’ forzatamente, con  From A Basement On A Hill (2004), unico suo disco del periodo, uscito postumo per la tragica scomparsa.

In questo riepilogo non si può tralasciare un  vertice come Push The Sky Away (2002) collezione un po’ dilatata e verbosa, ma tuttora insuperata, in  questo arco di tempo, da Nick Cave e i suoi Bad Seeds.

Il disco più citato, anche a sproposito, dei Radiohead– 2001/2026 è stato sicuramente Kid A, ma In Rainbows (2007) mi è sembrato un candidato migliore per la facilità, anche se relativa, di ascolto. Molti giri ha fatto anche Sea Change, gran disco di Beck, ornato dai preziosi arrangiamenti di papà (David Campbell) e intriso di una vena piacevolmente malinconica.

Il Leonard Cohen di fine carriera ci ha dato  dischi piuttosto simili; tra di essi emerge il pacato Ten New Songs, opera del 2001. Tanta elettronica e molta poesia, con uno sparring partner superbo nella voce di Sharon Robinson.

Il revival folk di questi decenni è stato rilanciato dalle limpide  chitarre acustiche e dalla voce di Gillian Welch (senza mai dimenticare l’indispensabile contributo fornito da David Rawlings). Time (The Revelator), uscito nel 2018, sta in cima alla loro notevole discografia.

Altre due donne hanno fatto grandi cose, una è Laura Marling; discografia già piuttosto affollata e piena di buoni dischi, dei quali Semper Femina (2022), è un potentissimo esempio. Più algida e mutevole, Tamara Lindeman, che agisce con l’alias di The Weather Station, è una cantautrice che spazia tra i generi, infine condensati in un’elettronica dal volto ecologista e critico verso i nostri tempi. Il disco è Ignorance (2021)  opera cui sembra complicato dare un seguito dello stesso valore, ma aspettiamo con fiducia. Infine, come se fosse un outsider di lusso, non può mancare il genio di un ex-Beatle (ammesso che abbia senso definirlo ancora così): Paul McCartney e il suo songwriting di classe,  così ben dimostrato in Chaos And Creation In The Backyard, disco  uscito nel 2005 che risulta tra i migliori di una discografia sempre troppo affollata ma piena di sorprese.

 

Guido Siliotto

Il Secondo Millennio si era chiuso con una terribile preghiera, la celebrazione della vigliaccheria dell’uomo che chiede al suo Dio di uccidere la donna che lo ha tradito e chi gliel’ha portata via. Un Dio che non esiste, invocato per giustificare l’azione peggiore, la morte di qualcuno, una donna o un popolo intero. Prayer to God è la canzone di apertura di 1000 Hurts, ultimo grande disco degli Shellac, la band di Steve Albini, uno di quegli artisti che hanno contribuito più di tutti a ridefinire il rock. Steve se n’è andato nel 2024 e io scelgo 1000 Hurts per suggellare la fine del Ventesimo Secolo, come fossero le radici per gli anni a venire, perché a scuola mi hanno insegnato che Tutto scorre.

E comincio questo istintivo ed arbitrario viaggio nei dieci dischi più significativi del periodo 2001-2026 con l’avant-jazz di Fire!, che nel 2024 si fanno registrare i brani di Testament proprio da Albini, anche se qui cito Defeat del 2021, per me il loro irruento capolavoro. Altro disco che non può mancare nella lista è Neon Golden di The Notwist, che fondano le radici ante-2000 con lo straordinario Shrink, ma poi confermano la loro grandezza con il disco del 2002, dove spostano il baricentro verso l’elettronica.

Mentre sono proprio tutti post-2000 i dischi di Xiu Xiu, che esordiscono nel 2002 con Knife Play, un occhio alla new wave, ma in chiave sperimentale e di rinnovamento. E sempre in quegli anni fanno capolino i Liars, che nel 2006 sfornano il loro album migliore,  Drum’s Not Dead, cronache di un mondo alienato. Un altro grande ensemble che ha segnato profondamente questo primo quarto di secolo è Supersilent, di cui cito la spericolata miscela free-jazz-noise di 8 del 2007 perché è il loro disco che ho ascoltato di più, mentre leggevo La strada di Cormac McCarthy. Di The Necks scelgo la libera improvvisazione di Disquiet, ma senza un particolare motivo, se non perché è l’ultimo in ordine di tempo, visto che non esiste un loro disco meno che magnifico.

Free Pulse dei Sinistri (2005) è invece l’apice della ricerca sonora di quella band un tempo (e poi di nuovo) chiamata Starfuckers sulla strada della musica asincrona. Stesso anno per l’incredibile esordio di Bachi da Pietra, Tornare nella terra, primo tassello di un percorso tra i più pregnanti di tutto il rock fatto in Italia, blues scarnificato con liriche sopraffine. La mia ciliegina è però Osaka Bridge, l’incontro tra due artisti straordinari come Bill Wells e Tori Kudo (e il suo collettivo Maher Shalal Hash Baz), l’elogio dell’imperfezione, la magia della musica, sì, nonostante ogni regola. Ma non posso non chiudere questa personale decina con il disco più doloroso di questa frazione di millennio, Lulu di Lou Reed e Metallica, spettrale capolavoro, grumi di sangue e macerie, incompreso e controverso come tutte le grandi vere opere d’arte.

 

Franco Zucchermaglio

Wilco – Yankee Hotel Foxtrot (2002): C’è un prima e un dopo Yankee Hotel Foxtrot, il r’n’r sbarca negli anni 2000 con una combinazione mai sentita prima di The Band, Neu! e Beatles; disco unico e inarrivabile, a cui nessuno si è mai nemmeno avvicinato e molti si sono bruciati le ali nel provarci.

Amy Winehouse – Back to Black (2006): Un angelo fragile volato via troppo presto, ma che ha fatto in tempo a lasciarci un disco praticamente perfetto; basta ascoltare la cover di Cupid nella versione Deluxe per capire che questa ragazza era speciale sul serio.

Beck – Sea Change (2002): Prima fa ballare mezzo mondo per chiudere il millennio, poi lo apre con questa opera struggente e delicata; se uno si chiede come avrebbe suonato Nick Drake se fosse nato sotto il sole della città degli angeli, qui avrà la sua (meravigliosa) risposta.

Steely Dan – Everything Must Go (2003): Nel 1985, beata gioventù, feci una cassetta con il meglio degli Steely Dan che avevo intitolato “Please, come back again!”; quindici anni dopo Donald & Walter mi hanno accontentato e sono tornati con la loro musica celestiale. Basta ascoltare Thing I Miss the Most e la vita ti sorride.

MJ Lenderman – Manning Fireworks (2024): Questo ragazzo è veramente bravo, speriamo si mantenga e sviluppi tutto il suo talento; una canzona bella come She’s Leaving You era veramente tanto che non si sentiva.

LCD Soundsystem – Sound of Silver (2007): La creatura di James Murphy atterrò sulle nostre lande desolate a metà degli anni 2000 con un pugno di dischi che continuano a scuotermi le viscere con il quell’incredibile mix di techno, Pink Floyd, e Dylan; la cosa vagamente dance più eccitante dai tempi del Talking Heads; scelgo il terzo album, forse il più completo, anche solo per l’irresistibile giostra di Someone Great.

Mudcrutch – Mudcrutch (2008): Ecco un altro che ci manca da morire. Tom Petty nel 2008 riunisce la sua prima band (che già comprendeva i futuri Heartbreakes, Campbell e Tench) e incide questa opera prima, fresca e coinvolgente che a mio parere costituisce uno dei molti vertici della carriera dei Petty, che nove anni dopo volerà via, lasciandoci tutti più soli.

David Bowie – The Next Day (2013): Lo so, molti storceranno il naso, perché avrebbero scelto Blackstar, ma personalmente, al di là dell’effetto spezzacuore dell’ultimo lavoro, trovo il penultimo leggermente superiore dal punto di vista musicale. Quanto ci manca Bowie ancora oggi.

The The – Ensoulment (2024): Lo avevo capito sin da subito che questo era un disco destinato a restare; il vecchio Matt Johnson si toglie di dosso la ruggine accumulata negli ultimi 25 anni di semi inattività, e riprende il suo discorso fatto di suoni notturni e ritmi tribali, con quelle melodie che ti fanno fermare il cuore. Che bello rivederti Matt.

The Rolling Stones – Foreign Tongues (2026): Potevano mancare? Per me no, loro ci devono stare, sempre e comunque. E poi è così emozionante sentire come canta ancora meravigliosamente bene Mick. Un gran bel disco.

 

Nicola Gervasini

Ryan Adams – Gold (2001). Uscito tra una discussione sugli album di Morrissey ad aprire il precedente Heartbreaker e una cover di Wonderwall degli Oasis su Love Is Hell di due anni dopo, Gold è stato il disco che meglio di tutti ha unito spirito USA e UK negli anni 2000.

Michael Kiwanuka – Love And Hate (2016). Concepito nel pieno del risveglio del Soul classico, Love and Hate ha unito perfettamente lo spleen crepuscolare da indie-folk con tutto il mondo sonoro della nuova black-music

Iron & Wine – The Sheperd’s Dog (2007). Solo una scelta personale di uno dei tanti grandi dischi dei 2000 di autori folk dolorosamente ripiegati sulla propria chitarra acustica.

David Bowie – Blackstar (2016). Da accoppiare a You Want It Darker di Leonard Cohen nella categoria “grandi uscite di scena”, Bowie saluta tutti con un bellissimo un disco oscuro e pieno di tetri presagi.

Laura Marling – Once I Was an Eagle (2013). Gli anni 2000 hanno visto tanti grandi album di cantautorato al femminile, scelgo Laura Marling a rappresentanza, con il suo lavoropiù intenso e maturo.

Wilco – Yankee Hotel Foxtrot (2002). Personalmente amo più altri loro album, ma è innegabile che Yankee Hotel Foxtrot abbia definitivamente unito due tipi di ascoltatori e portato il suono dell’Americana anni Novanta verso lidi del tutto imprevedibili.

Okkervil River – The Stage Names (2007). Scelgo questo album a rappresentare un mondo di ugualmente meritevoli nuovi autori e band (Decemberists, Midlake, Bright Eyes,…) che negli anni 2000 hanno unito folk a mille altre influenze, fino anche al prog.

Joe Henry – Scar (2001). Autore e produttore decisivo per il mondo musicale americano, Henry ha prodotto con Scar il suo disco perfetto, la cognata Madonna ringraziò subito trasformando Stop nel suo successo Don’t Tell Me

John Grant – Queen of Denmark (2010).

Una collaborazione indovinata tra il leader degli Czars John Grant e i Midlake crea uno dei dischi cardine dei 2000, miracolo a cui purtroppo Grant non diede mai un seguito di egual livello.

Bill Fay – Life is People (2012). Gli anni 2000 sono stati segnati anche dalla riscoperta di autori dimenticati e fagocitati dallo show business degli anni ’70. Tra i tanti Bill Fay è stato quello che ha riavviato una carriera con più convinzione.

 

Ignazio Gulotta

Questo primo quarto di secolo ha visto i miei ascolti sempre più proiettati verso la musica non occidentale in cui folk e tradizioni musicali si intrecciano con le sonorità sperimentate negli ultimi decenni: rock, elettronica, black, funk. In questo senso disco fondamentale è Bu Bir Ruya dei Dirtmusic del 2018: fra desert blues, psichedelia turca, ritmi tribali  un invito a superare i confini geografici e musicali. Ed è quello che fanno gli olandesi-turchi Altin Gün con Gece rileggendo la psichedelia anatolica e trasformandola in una gioiosa ed eccitante proposta musicale. Ma la musica che mi ha completamente rapito è stato l’imaginary folk degli sloveni Širom, creatività, spiritualità, magia caratterizzano I Can Be a Clayu Snapper e i loro set live, una musica fuori dal tempo e libera da schemi, un’esperienza unica e sorprendente. In ambito rock un vecchio leone è tornato a ruggire, con Croz David Crosby commuove e ci inonda di nostalgia per il tempo che fu con una capacità di scrittura che non gli vedevamo da anni. A ricordarci le durezze della vita il testamento musicale di Vic Chesnutt, di lì a poco suicida, At The Cut è un colpo al cuore e un disco tanto sofferto quanto bello. E poi due dischi battaglieri, di quelli che non fanno prigionieri, in cui radicalità ideologica anticolonialista e scelta musicale non compromessa danno vita a dischi di grande spessore; il primo è Your Queen Is a Reptile di Shabaka Hutchings, uno dei lavori più rappresentativi del nuovo jazz inglese che rompe le barriere di genere e spazia dai ritmi caraibici al funk all’hip hop mettendo al centro la lotta e la resistenza delle donne, l’altro è Filles de Mai del Putan Club, esplosivo e radicale duo franco-italiano che irrompe col suo sound che spazia fra noise, tribale, techno, avant rock per ricordarci che la musica è rottura dell’ordine esistente, proposta di ribellione e meticciato.

 

Tore Sansone

Chi immaginava che con No More Shall We Part (2001), in apertura di millennio, avremmo sentito l’ultimo vero album di Nick Cave. Nervi tesi, grandi ballad, minutaggi senza regole: il Nick Cave dei tempi migliori, con i fidatissimi Bad Seeds a traghettare l’ultima nave sghemba del capitano. Una musica che montava dal basso, piano, come una marea pronta infine a esplodere.

E chi poteva sapere che nemmeno la bomba lanciata nel 2007, con il nuovo progetto dei Grinderman, l’avrebbe rimesso sulla giusta strada, smarrita musicalmente e smarrita anche politicamente. Col senno di poi avremmo potuto capirlo. Mentre i Bad Seeds abbandonavano a turno la nave del capitano. E forse la collaborazione strettissima, quasi simbiotica, a mo’ di duo – Nick Cave & Warren Ellis – non faceva benissimo al vecchio Re Inchiostro.

Nessuno immaginava, intanto, che in una U-Bahn berlinese si sarebbe conclusa l’epopea di un gruppo seminale come i R.E.M (Collapse Into Now, 2011). La malinconia della voce di Stipe sembrava però annunciare la fine imminente. Aggravata dalla considerazione che il gruppo di Athens riusciva ancora a tenere tra le dita le fila di una musica senza tempo. Classica ma modernissima. Ancora oggi non riesco a sentire Überlin senza fermarmi. Lascio tutto. E ascolto, mentre mi sembra scorrere un vecchio film per il quale è impossibile trattenere le lacrime. In quel film li rivedo all’arenile di Bagnoli, a Roma, a Perugia. Quando ancora potevo indossare magliette senza maniche e tutto sembrava facile. Vorrei rivederli di nuovo insieme. Ma i R.E.M sono diversi. So che non succederà mai.

E nessuno pensava che Tom Waits avrebbe scavato ancora più a fondo fino a rintracciare le radici dell’unico vero blues. Atavico e ancestrale. Scarnificando l’intero concetto di canzone, con Real Gone (2004), per poi scomparire quasi del tutto. Un album difficile e potente. Chitarre sature e distorsioni impensabili se non per Marc Ribot. Una voce ormai inclassificabile, con la quale Tom realizzava qualsiasi idea la sua architettura visonaria riuscisse a concepire. Strumenti di cui era difficile anche scriverne il nome e che avrebbero arricchito soltanto banchi di rigattieri, robivecchi, discariche. Con Tom funzionava tutto. Dove sei adesso? Da Bad As Me, l’abum che tirasti fuori nel 2011 e che pur nella sua compiutezza non raggiungeva i livelli di Real Gone, son passati ormai quindici anni. Dove sei, Tom. Il cinema non ci basta. Vogliamo vederti mentre suoni, sentirti mentre canti, ascoltarti mentre racconti. Sporcarci e calpestarci. Vogliamo l’essenza che solo tu sai creare.

Che ne sapevamo noi che Bob Dylan non avrebbe mai ritirato il suo premio Nobel, ma non avrebbe mai smesso di indossare le sue mille maschere, come ancora in Shadow Kingdom (2023), con i suoi stranianti cambi di prospettiva e con la rielaborazione di brani che suonavano ancora vivacissimi?

E, infine, forse chi aveva ascoltato il suo The Rising (2002) come un lungo racconto di morte, di dolore, di lutto, avrebbe anche immaginato che, alla fine del primo quarto del secolo, Bruce Springsteen si sarebbe scagliato con la sua voce contro un’amministrazione fascista e guerrafondaia come quella di Donald Trump. Loro sì che potevano immaginarlo.

 

Elena Righini

Johnny Cash – American IV–VI (2002–2010).  una saga epica iniziata a fine secolo scorso prima che Rubin pensasse a Jovanotti e ai saluti al sole. Perfetto, larger than life.

Patti Smith – Trampin’ (2004). poetico, sottovalutato, vale l’ ascolto anche solo per My Blakean Years. Stivali dalle suole consumate su una strada che è solo una strada.

Bruce Springsteen – We Shall Overcome: The Seeger Sessions (2006). Un grande omaggio alla  musica popolare americana e a uno dei suoi eroi. Tradizione, energia e passione, il  Boss nelle sue corde migliori

Beyoncé – Cowboy Carter (2024). Ricordando a tutti di esser texana  pubblica un disco monumentale, libero e sorprendente: prende il country, il soul, il gospel e la tradizione americana e li attraversa con una forza e un’eleganza straordinarie. Divina.

Robert Plant & Alison Krauss – Raising Sand (2007). Folk, country e blues si incontrano in un album di straordinaria bellezza dove Plant non prevarica e lascia spazio alla Krauss. Delusione per gli zep fans, capolavoro per me

The Black Keys – El Camino (2011). Garage rock e blues in perfetto equilibrio. Un disco travolgente, ricco di riff memorabili e pezzi che sono ormai un classico da ascoltare e da ballare.

Social Distortion – Hard Times and Nursery Rhymes (2011). Rock’n’roll, punk e Americana si fondono in un album maturo, intenso e senza compromessi. Voce che è carta vetrata, chitarre che sanno esser ferro o piuma.

Jack White – Blunderbuss (2012). Un esordio solista dopo WS e Racounteurs al contempo creativo e tradizionale dove blues, rock e sperimentazione si armonizzano perfettamente.

Chris Stapleton – Traveller (2015). Un debutto che è diventato uno dei grandi dischi dell’Americana. Country, soul e southern rock. Steel guitar e omaggio a George Jones. Ormai un  classico nelle radio americane e uno dei migliori inni americani dell half time show del superbowl di qualche anno o fa.

Bob Dylan – Rough and Rowdy Ways (2020). Un capolavoro crepuscolare, denso di storia, poesia e moltitudini di suggestioni. Uscito durante il lockdown fu il mio vaccino musicale.

 

Pietro Andrea Annicelli

Nel primo quarto del ventunesimo secolo il pop e il rock continuano a perdere la loro influenza artistica, culturale e sociale come avevano cominciato a fare nel decennio precedente. Resiste però la straordinaria creatività senile di chi il rock e il pop ha contribuito a inventarli.

Quella di David Crosby (1941-2023) è stata una rinascita artistica unica grazie al figlio ritrovato James Raymond: in pochi anni cinque album uno più bello dell’altro, un altro dal vivo e un sesto finito ma inedito. Scelgo Croz, 2014, vetta del suo legame artistico con James. Un ruminante Neil Young, invece, nel 2003 ha pubblicato Greendale, spietata e ruvida opera rock sull’America post 11/09 in cui denuda la retorica paranoica della sicurezza nazionale fondendo la tradizione pacifista con le istanze ambientalistiche del nostro tempo.

Anche Bob Dylan, in Rough and Rowdy Ways, 2020, parte dagli anni Sessanta e dal delitto archetipico, l’uccisione di John Kennedy (1917-1963), per una straordinaria elegia funebre sul sogno americano in un disco che è la biblioteca di Babele.

Nello stesso anno, in We’re New Again, Mackaya McCraven destruttura e ricostruisce, con sensibilità filologica d’avanguardia, l’ultimo album di Gil Scott-Heron (1949-2011), I’m New here, di dieci anni prima. È un ponte transgenerazionale unico nella storia della musica tra la street poetry degli anni Settanta e la nuova avanguardia jazz di Chicago.

Blackstar, 2016, pubblicato da David Bowie (1947-2016) il giorno dei suoi sessantanove anni, morendo due giorni dopo, ha reso la sua fine un’opera d’arte totale che è il testamento forse più potente della cultura pop: teatrale, immenso, doloroso.

Async, 2017, di Ryuichi Sakamoto (1952-2023), astratto e intimista, è minimalismo musicale per meditare sulla mortalità e la bellezza del puro suono.

Il ponte tra l’elettronica celestiale, il jazz spirituale e la musica classica è Promises, 2021, album con Floating Point, al secolo l’inglese Sam Sheperd, il grande Pharoah Sanders (1940-2022) alla sua ultima incisione e la London Symphony Orchestra. Music for Quiet Moments di Robert Fripp, dello stesso anno, è invece una monumentale raccolta d’improvvisazioni ambient, i suoi soundscapes, nei quali le note fluttuanti esplorano il tempo dilatato come forma di resistenza spirituale durante la pandemia.

Joe Patti’s Experimental Group, 2014, il disco del ritorno imprevisto di Franco Battiato (1945-2021) alle sperimentazioni elettroniche con il sound engineer Pino “Pinaxa” Pischetola, non raggiunge i vertici sublimi di Sulle Corde di Aries, 1973, ma sviluppa una leggendaria suite ipnotica che è il lascito più curioso dell’ultima fase artistica del Maestro. Hippie Dixit di Amerigo Verardi, fine 2016, è forse il più grande album italiano di pop psichedelico e visionario. Colto, immaginifico, fuori da ogni logica di mercato, sprigiona una libertà espressiva che lo rende uno di quei dischi che si ascolteranno con amore anche tra cinquant’anni.

 

In conclusione

Se da tredici liste compilate d’istinto, “senza troppo pensarci su”, emerge un solo nome quasi unanime, quel nome è Blackstar. Sei collaboratori su tredici lo scelgono, un settimo lo cita apposta per scartarlo: attorno al disco che David Bowie consegnò al mondo due giorni prima di morire si raccoglie il consenso più largo di tutta questa rassegna. E non è un caso isolato. Basta scorrere gli altri vertici — Rough and Rowdy Ways, You Want It Darker, Croz, Async, Promises — per accorgersi che il primo quarto di secolo, almeno nella memoria di chi scrive qui, è soprattutto una grande stagione di congedi e di creatività senile: dischi-testamento e opere tarde in cui vecchi maestri hanno ribadito la propria grandezza proprio mentre si avviavano all’uscita di scena. La musica di questi venticinque anni, vista da qui, è in buona parte un’arte dell’ultima parola.

C’è poi una geografia temporale precisa. Il baricentro cade tra il 2006 e il 2016: Back to Black, Let England Shake, The Suburbs, di nuovo Blackstar. Gli anni in cui l’indie diventò grande e in cui il pop trovò le sue ultime figure archetipiche. Ciò che viene prima — gli esordi folgoranti degli Strokes, degli Arctic Monkeys, dei Franz Ferdinand — funziona ormai da fondazione, con la nettezza che solo il tempo trascorso sa dare. Ma più ci si avvicina al presente, più la messa a fuoco si fa incerta: gli ultimissimi anni — Kneecap, Rosalía i nomi più sicuri — restano quasi sempre scommessa individuale, intuizione di un singolo ascoltatore più che patrimonio condiviso. Non perché valgano meno, ma perché manca ancora la distanza che permette di distinguere il disco importante da quello soltanto amato. Il presente, insomma, non ha fatto in tempo a diventare canone: lo diventerà, forse, quando saremo noi a riascoltarlo da lontano.

Tomtomrock ha detto la sua. Adesso tocca a voi: i dischi che abbiamo dimenticato, quelli che avremmo fatto meglio a lasciare fuori, il vostro numero uno che qui non compare — i commenti sono aperti.

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TomTomRock è un web magazine di articoli, recensioni, classifiche, interviste di musica senza confini: rock, electro, indie, pop, hip-hop.

Di tomtomrock

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3 pensiero su “I primi 25 anni del millennio secondo Tomtomrock”
  1. 25 anni sono tanti, e di musica degna ne è stata prodotta tantissima…
    Omaggiato il Bowie e il suo “Blackstar”, indimenticabile addio, mi concentrerò su uscite di “nicchia”, a mio modo di vedere (e ascoltare) autentiche perle.
    The Confederate Dead “Barakallah” (2020). Psichedelia allo stato puro screziata di Medioriente.
    Alela Diane “The pirate’s gospel” (2004). Folk americano di scarnificata bellezza.
    Date Palms “The dusted sessions” (2013). Ambient roots? Ambient country? Psichedelia desertica? Fate voi, io so solo che mi hanno fatto perdere la testa.
    Andrea Belfi “Natura morta” (2014). Avanguardia, sperimentale, ambient… Una gemma.
    cLOUDDEAD “Ten” (2004). Hip-hop fuori dagli schemi, hanno smesso troppo presto.
    Boduf Songs “Stench of exist” (2015). Cantautorato notturno.
    Alvarius B. “Malarial dream” (2026). Folk allucinato.
    Cul De Sac “Death of the Sun” (2003). Post rock desertico, di una bellezza abbagliante.
    Micah P. Hinson “Micah P. Hinson and The Gospel of Progress” (2004). Uno a caso, tanto dove peschi peschi bene.
    Alex Maas “Levitation sessions” (2021). Voce e chitarra dei grandissimi The Black Angels, ha trovato il tempo di regalarci questo splendido live.
    Nicolas Jaar “Space is only noise” (2011). Che dire? Un autentico genio della musica elettronica, e basta.
    Qui mi fermo, ma solo per carità di patria, chè potrei continuare ad libitum… Ciao.

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