Introduzione
La classifica dei migliori dischi del 2025
Come di consueto vi lasciamo il piacere di scoprire la nostra classifica a poco a poco (e, inutile a dirsi, dal numero 50 al numero 1), ma qualche considerazione preventiva, non troppo spoilerante si spera, è comunque d’obbligo.
La principale novità, che va di pari passo con i tempi (ed è sicuramente positiva), è rappresentata dal potere declinante dell’anglosfera: delle prime dieci posizioni, ben quattro sono di altra provenienza. A guadagnarne è il caleidoscopio dei nostri ascolti se solo ci si dà la pena di gaurdarsi intorno senza gli occhiali del preconcetto. Da questo punto di vista la sovente vituperabile ‘musica liquida’ aiuta a conoscere e a orientarsi. Come sempre basta farne buon uso.
Un altro elemento significativo è che il cosiddetto rock tradizionale sembra avere arrestato – magari solo occasionalmente – la sua decadenza. Addirittura quest’anno mostra segni di ripresa grazie a due band di ispirati brit-veterani e a una più giovane formazioe d’oltreoceano che si muove fra post-punk e Americana. Segnalata la presenza nei primi dieci posti di un disco rap e uno r’n’b, entrambi con grandi richiami alla disco, il risultato è una piacevole sopravvivenza di tutti i generi degli ultimi decenni. E il discorso vale anche per le 40 posizioni successive.Insomma, c’è da divertirsi e da viaggiare.
Qualche ulteriore notazione sui dischi oro-argento-bronzo. In un caso abbiamo un nome di grande tradizione, un padre fondatore trascurato ingiustamente da molte classifiche nazionali e internazionali e che ci pare invece in grado di reinvertisi (e divertirsi) sempre.
Poi due nomi che fanno e faranno discutere. Parliamo innanzitutto di un disco che se fosse stato suonato da un gruppo di anziani cubani ‘scoperti’ da un chitarrista americano sarebbe stato apprezzatissimo. Ma essendo firmato da una superstar che piace al ‘popolo’, oltre che a noi, allora va schifato. Nonostante si tratti di uno fra i lavori più politici dell’anno.
Stesso discorso per il nostro numero uno, album ricchissimo di idee e certo molto melò (è una colpa?) a proposito del quale è già in azione la macchinetta del fango dei soliti snob. Sì, all’epoca del’uscita era reclamizzato persino sui maxischermi delle stazioni ferroviarie, ma non si capisce perché la cosa non sia altrettanto disdicevole quando capita a Wish You Were Here dei Pink Floyd.
Una considerazione meno positiva è quella legata alla scarsa presenza di esordi fulminanti. Forse è solo una situazione occasionale (il 2024 era andato meglio) o forse il problema sta nel fatto che l’odierna gioventù sonica parte troppo ‘imparata’ , troppo rispettosa dei genitori e solo col tempo riesce a liberarsi delle sovrastrutture iniziali e del peso di una storia ormai lunga.
Infine, la considerazione sul ‘genere’. Nella classifica abbiamo donne, uomini, trans e non binari e questo, a prescindere dalle percentuali, non può che essere salutare per la musica come per la società. Che poi in testa alla nostra classifica ci sia – ecco lo spoiler – una donna è comunque una cosa bella.
