I Top Tom e i Flop Tom
Esordio dell’anno:
Maruja – Pain to Power
Non sono proprio dei ragazzi i Maruja, ma questo è il loro primo lavoro sulla lunga distanza ed è carico di voglia di esprimersi con aspra vitalità, proprio come si conviene a chi presenta al mondo la propria espressività.
Testo dell’anno:
Bad Bunny – LO QUE LE PASÓ A HAWAii
Fra le menzioni speciali ci sono testi più complessi e letterari, ma ci piaccione le parole semplici e dirette di Bad Bunny per denunciare il colonialismo americano: Hawaii e Porto Rico nel suo caso, ma l’elenco dovrebbe essere molto più lungo.
Menzioni speciali:
Rosalía – La Perla
Feu! Chatterton – L’étranger
Pulp – Spike Island
Baxter Dury – Allbarone
Miglior copertina dell’anno:
Rosalía – LUX
L’artwork è stato realizzato da diversi collaboratori: Noah Dillon è il fotografo autore della copertina principale dell’album e di numerose immagini incluse nel booklet; Pili, sorella di Rosalía e direttrice creativa, ha lavorato con Dillon alla definizione del concept visivo; Chloe e Chenelle hanno curato l’abbigliamento di Rosalía per lo shooting; Richard Turley è l’autore del design del logo. I credits servono a dire che anche una copertina dovrebbe avere idee e lavoro di realizzazione alle spalle. Si veda quindi la prossima voce…
Peggior copertina dell’anno:
Anche quest’anno, come per il precedente, non ne abbiamo una specifica, ma continuiamo a protestare contro le copertine poverissime che si vedono ormai troppo spesso: tra i dischi che pure sono in classifica denunciamo The Mars Volta – Lucro Sucio, Bon Iver – Sable, fable, Turnstile – Never Enough; rispettivamente: un cartoncino, un quadratino e un cielo. Ma come si fa?
Canzone dell’anno:
Rosalía – Berghain
Che sorpresa! Gli archi, Bjork, il finale shock. Preludio importante e coraggioso a un disco splendido.
Menzioni speciali per:
Pulp – Spike Island
Bad Bunny – LO QUE LE PASÓ A HAWAii
FKA twigs – Eusexua
Tyler, the Creator – Sugar on my Tongue
Video dell’anno:
Rosalía – Berghain
Potevano fare meglio:
Il 2025 non è stato caratterizzato da cadute clamorose, da dischi molto attesi che naufragano tristemente. Tuttavia le delusioni non mancano. Parliamo in prticolare di tre figure che, in ambitI sonori diversi, giocano la carta di un suono ammiccante al mainstream e affondano nella noia. Si tratta del rapper Lil Wayne e delle ragazze pop Lorde e Addison Rae. Altra carta a volte vincente è il recupero di un certo suono del passato, come fanno i Wolf Alice citando i Fleetwood Mac di Rumours. Il giochino però è troppo scoperto e amiccante per risultare credibile.
In ambito indie c’è invece chi non convince, nonostante qualche bella idea, a causa di ciò che potremmo descrivere come la troppa voglia di far vedere quanto si è bravi e colti, un discorso che vale, ad esempio, per Caroline, U.S.Girls e HAIM.
Infine due casi canadesi. Neil Young propone il solito disco tanto riconoscibile/scontato quanto approssimativo, sicuro dell’apprezzamento dei superfan di vecchia data. Il guaio è che oramai gli restano solo quelli. Passando agli Arcade Fire, se il loro ritorno dopo un paio di album di medio livello non è così da buttare come sostengono molti (forse influenzati dalle tristi storie relative a Win Butler, uno dei leader della formazione), è altresì vero che la naturale brillantezza degli esordi pare lontana. Di loro si riparlerà fra poco.
Potevano fare peggio:
Come l’anno scorso grazie ai Cure, anche il 2025 è segnato dal ritorno in scena di un’emblematica band britannica con nome di quattro lettere, i Pulp, riconoscibili come negli anni ’90 e, al tempo stesso, in grado di inglobare nella loro musica lo scorrere inesorabile del tempo. Il medesimo discorso vale per i Suede e, in tutt’altro ambito, per Elton John che, grazie all’aiuto di Brandi Carlile, arresta una caduta creativa in corso da qualche decennio. Un altro veterano che si ripresenta dopo lunga pausa è David Byrne, frizzante e divertito come forse mai gli era capitato prima (merito del matrimonio?).
Per le stesse ragioni esposte nel capitoletto precedente, solo viste da altra angolazione, c’è da essere contenti di quello che sono comunque riusciti a fare gli Arcade Fire, anche in considerazione dela consapevolezza di un futuro che resta incerto.
La chiusura del “Potevano fare peggio” la affidiamo all’Irlanda con il sempre ruspante e iperattivo Van Morrison e con gli U2. Direte voi: “Ma non hanno pubblicato nulla!”. Appunto.
