Dieci anni senza David Bowie.
L’8 gennaio 2016, giorno del compleanno di David Bowie e dell’uscita di Blackstar (stilizzato come ★), non mi fu possibile ascoltarlo: ero in viaggio, lontana sia da collegamenti internet sia da negozi di dischi. Una rinuncia che allora considerai temporanea, convinta di poterla colmare di lì a poco. Due giorni dopo, però, arrivò la notizia della morte di David Bowie, del tutto inattesa per chiunque non appartenesse alla ristretta cerchia di amici, collaboratori e familiari; la appresi al risveglio, complice il fuso orario, e la ricordo come un vero shock durato a lungo.
È un’esperienza che mi è mancata, e che ancora rimpiango, dopo decenni da sua fan: come suona Blackstar ascoltato senza sapere che sarebbe stato l’ultimo disco inciso da David Bowie? Non lo saprò mai. Per molti ascoltatori, il disco è ormai inseparabile dall’evento luttuoso che lo ha seguito; c’è chi fatica ad affrontarlo per il carico emotivo che porta con sé, chi lo considera un capolavoro al pari dei migliori album di Bowie, e chi invece tende a collocare il Bowie degli anni Duemila, Blackstar compreso, in una fase ritenuta “minore” della sua produzione.
Trascorsi dieci anni dall’uscita, penso che sia il momento per tornare su tutti questi temi, per poi concludere con l’eredità lasciata da David Bowie così come si è palesata in questo ultimo decennio.
La genesi del disco
Intanto, partiamo ripercorrendo la genesi e la costruzione di Blackstar. Dopo The Next Day (marzo 2013), che segna il ritorno in studio dopo un lungo ritiro dalla scena pubblica iniziato nel 2004 e dovuto a problemi di salute, Bowie torna a essere molto attivo. Il successo del disco e della mostra David Bowie Is (aperta nello stesso 2013) lo spingono a mantenere un ritmo di lavoro intenso anche nel 2014. In quel periodo prende forma una prima incursione esplicita verso un lessico jazz contemporaneo: tra maggio e luglio 2014 Bowie collabora con Maria Schneider alla composizione di Sue (Or in a Season of Crime), brano sperimentale che coinvolge l’orchestra della compositrice e un ensemble in cui compaiono già due figure decisive per Blackstar, il sassofonista Donny McCaslin e il batterista Mark Guiliana. Il pezzo esce come singolo nel novembre 2014 e viene incluso nella compilation Nothing Has Changed.

Sempre nel giugno 2014 Bowie comincia a registrare nuovi demo con Tony Visconti, nello stesso studio newyorkese, il Magic Shop, in cui aveva preso forma The Next Day. In queste sessioni preliminari lo accompagnano Zachary Alford alla batteria e Jack Spann al pianoforte. Dopo quella fase, Bowie prosegue per mesi da solo, lavorando sui demo e costruendo materiale in autonomia. In quel contesto incide anche una versione casalinga di ‘Tis a Pity She Was a Whore, poi pubblicata come lato B di Sue nel novembre 2014.
Parallelamente, nel 2014 Bowie avvia un progetto che si intreccerà direttamente con la lavorazione dell’album: il musical Lazarus, scritto insieme al drammaturgo irlandese Enda Walsh. Per lo spettacolo compone brani nuovi, tra cui No Plan, When I Met You, Killing a Little Time e The Hunger, che in seguito diventerà Lazarus. Questa sovrapposizione tra album e teatro è una delle chiavi della genesi di Blackstar: alcune tracce nascono per la scena, altre vengono riadattate o assorbite nel disco, e le sessioni in studio finiranno per accogliere materiale destinato a entrambe le uscite.
La band
Il passaggio decisivo verso l’identità sonora dell’album avviene quando Bowie e Visconti vedono suonare dal vivo Donny McCaslin con il suo quartetto al 55 Bar di Greenwich Village. La formazione comprende, oltre a McCaslin e Guiliana, il pianista Jason Lindner e il bassista Tim Lefebvre. Secondo il ricordo di Lefebvre, Bowie rimase colpito dall’energia elettrica e dall’aggressività del gruppo, caratteristiche che superavano le sue attese e che contribuirono a convincerlo. Verso la fine del 2014, quel quartetto viene scelto come nucleo della band dell’album e i musicisti ricevono i demo di Bowie, preparandosi alle sessioni del nuovo anno. Chi conosce la storia di David Bowie sa quanto la scelta dei collaboratori, nonché la capacità di liberarsene per acquisire una nuova libertà artistica, sia stata una strategia fondamentale nella sua crescita. Evidentemente, anche in questo caso la scelta di abbandonare i musicisti rock degli ultimi tour e degli ultimi dischi per puntare su un quartetto jazz marca una svolta: l’ultima.
La registrazione
Le registrazioni di Blackstar segue una logica di segretezza simile a quella adottata per The Next Day: i lavori si svolgono senza annunci pubblici a New York, al Magic Shop e agli Human Worldwide Studios, con produzione condivisa tra Bowie e Visconti. Ai musicisti vengono fatti firmare accordi di riservatezza.
Nonostante il rigore organizzativo, l’atmosfera descritta è quella di un laboratorio aperto, dove l’impianto era preparato ma non chiuso. Bowie arriva in studio con demo già sviluppati per tutte le tracce, e allo stesso tempo sollecita i musicisti a sperimentare e a portare proposte. Anche questa una strategia comune a molte sue produzioni precedenti. Le sessioni principali iniziano nella prima settimana del gennaio 2015 al Magic Shop. In quel blocco vengono registrate tracce destinate sia all’album sia al musical: Lazarus, No Plan, una nuova registrazione di ‘Tis a Pity She Was a Whore e When I Met You. Gran parte delle basi ritmiche viene catturata in una o due take, segno di una scelta produttiva orientata alla resa immediata dell’ensemble
Dopo gennaio, la lavorazione prosegue per blocchi successivi. Secondo la ricostruzione del biografo Nicholas Pegg, si tratta di sessioni relativamente concentrate (quattro-sei giorni ciascuna), organizzate nella prima settimana di febbraio e nella terza settimana di marzo.
Nella prima vengono incise Dollar Days, Girl Loves Me e Someday, oltre a una nuova versione di Sue (Or in a Season of Crime). Dollar Days rappresenta un caso particolare: non nasce da un demo completo, ma viene sviluppata direttamente in studio a partire da un’idea chitarristica di Bowie, costruendo la canzone sul momento. La riscrittura di Sue risponde invece a un’intenzione esplicita: Bowie voleva una versione con un sapore diverso e un’identità distinta rispetto all’originale con orchestra. In queste sessioni è presente anche James Murphy (LCD Soundsystem), che contribuisce con percussioni a Sue e Girl Loves Me.
Le sessioni di marzo portano un ulteriore innesto: il chitarrista Ben Monder, già coinvolto nella registrazione originale di Sue. Vengono registrate Blackstar, I Can’t Give Everything Away, Killing a Little Time e una nuova versione di Someday, rinominata Blaze. Un dettaglio tecnico rilevante riguarda il metodo vocale: nelle take al Magic Shop Bowie canta mentre la band suonav, quindi con una componente di performance dal vivo integrata nelle basi. In aprile, però, si sposta agli Human Worldwide Studios per le registrazioni vocali definitive: tra aprile e maggio incide la maggior parte delle voci da zero, mantenendo solo alcune parti vocali già catturate in precedenza, tra cui un segmento di I Can’t Give Everything Away e l’intera voce di No Plan.
Il master mix finale viene affidato a Tom Elmhirst agli Electric Lady Studios, pur sotto la supervisione generale di Bowie e Visconti. L’album è completo nel giugno 2015, ma Bowie è impegnato con la preparazione del musical Lazarus, confermando ancora una volta la compresenza dei due cantieri creativi.

La copertina, ideata da Jonathan Barnbrook, è costruita attorno a una grande stella nera su fondo bianco, accompagnata da cinque frammenti stellari che, nella loro disposizione grafica, compongono il nome Bowie, proponendo un’immagine essenziale e simbolica, priva di qualsiasi ritratto dell’artista.
La malattia
Durante le registrazioni, Bowie è consapevole di essere gravemente malato di un tumore al fegato. Tuttavia con fasi alterne: la diagnosi risalirebbe all’estate 2014, e al momento delle sessioni di gennaio 2015 Bowie stava già affrontando trattamenti chemioterapici. Sempre secondo Pegg, durante la prosecuzione delle sessioni vi sarebbero stati segnali di remissione: entro marzo Bowie appariva in salute e aveva riacquistato i capelli. Nel corso dell’estate 2015 Bowie si mostrava ottimista e il tumore in remissione; ma in novembre, dopo aver concluso il video di Lazarus, avrebbe comunicato a Visconti che la malattia era tornata e che la situazione era terminale. È indubbio, quindi, come Blackstar (e Lazarus) siano intrecciati con la malattia, ma è pure chiaro che il disco non è solo il frutto di questa condizione e non andrebbe ascoltato esclusivamente in tale ottica.
David Bowie, dieci anni con Blackstar
Certo, il peso emotivo resta, soprattutto quando si prendono in considerazioni i due video: quello per Blackstar girato nel settembre 2015 in uno studio cinematografico a Greenpoint, Brooklyn da Johan Renck, che utilizza la canzone in apertura alla sua serie The Last Panthers. A lui viene affidata anche la direzione di Lazarus (quello sì, piuttosto agghiacciante), che esce il 7 gennaio 2016, tre giorni prima della morte di Bowie.
In questi dieci anni ho ascoltato Blackstar molte volte e penso sia un disco eccellente. Certamente David Bowie prova qualcosa di nuovo, sebbene il linguaggio musicale si leghi a sue produzioni precedenti. La title track con i suoi dieci minuti e i tanti cambiamenti ritmici e armonici è spettacolare, una risposta crepuscolare alla muscolarità di Station to Station (canzone, non disco) di quarant’anni precedente. Sue (Or in a Season of Crime) e ‘Tis a Pity She Was a Whore suonano sperimentali come Bowie non suonava da tempo, e la seconda ha una carica impressionante. Lazarus è una ballata di assoluta bellezza, con le note dolenti del sax e il basso a condurla; sta lì in alto fra le canzoni somme composte dal nostro. Ancora nella direzione ballata vanno Dollar Days e I Can’t Give Everything Away, i cui testi suonano come un epitaffio ( If I’ll never see the English evergreens, I’m running to It’s nothing to me It’s nothing to see oppure Seeing more and feeling less / Saying no but meaning yes / This is all I ever meant / That’s the message that I sent) forse soltanto perché li associamo alla sua dipartite. Oppure lo sono davvero? E che dire di Where the fuck did Monday go? dalla robotica Girl Loves Me; se ci vogliamo lasciar prendere dallo spirito un po’ funesto che circonda l’ascolto di Blackstar, sembra una predizione sul giorno della sua morte (il 10 gennaio 2016 era domenica), altrimenti resta solo un’altra canzone peculiare e atemporale, che sarebbe stata bene anche in Lodger. Insomma, dalle emozioni non è possibile prescindere, ma Blackstar mi pare un album di valore che regge molto bene al trascorrere del tempo, come tutti i classici di Bowie.
I Can’t Give Everything Away
Il primo cofanetto retrospettivo della carriera di David Bowie, Five Years (1969–1973), è uscito nel 2015, mentre tutti i successivi nei dieci anni seguenti. L’ultimo, I Can’t Give Everything Away, è dello scorso anno.

In dieci anni ne sono usciti diversi a coprire oltre cinquant’anni di musica: rimasterizzazioni, outtakes, demo, live, quasi nessuna novità assoluta, almeno per chi nel tempo aveva acquistato praticamente tutto, bootleg inclusi, ma comunque un’operazione notevole. L’ultimo cofanetto comprende ovviamente anche Blackstar, ma parte dal 2002, ossia da Heathen. Ricordo di essere andata a New York per il lancio del disco l’11 giugno al Roseland Ballroom, giorno della sua uscita ufficiale, dove celebrò anche i 25 anni di Low: entrambi i dischi vennero eseguiti integralmente.
Il 2002-04 è stato un periodo di intensa attività. Heathen mi sembrò molto bello allora e tale mi pare ancora oggi; rispetto al Bowie ‘maggiore’ (cioè quello di tutti i dischi degli anni ’70, incluso Scary Monsters, e di Outside) manca l’edginess (quel mix di sperimentazione, spigolosità, audacia), non la qualità delle composizioni. Credo che un ri-ascolto alla luce di I Can’t Give Everything Away possa confermarlo; così come reputo Reality un disco sbagliato (nonostante Bring Me the Disco King) e The Next Day un disco di canzoni straordinarie (con l’esclusione di due-tre momenti alla fine). Con Blackstar ritorna anche l’edginess dei suoi momenti magici: se lo si debba alle condizioni e al momento in cui è stato realizzato è impossibile a dirsi con certezza, ma non è da escludere.
Da David Bowie Is al David Bowie Centre
Come si è ricordato, la mostra David Bowie Is si era aperta a Londra nel 2013 e poi ha continuato a circolare negli anni successivi in numerose capitali. Da pochi mesi l’archivio personale di Bowie è passato al Victoria and Albert Museum dove, nella sede East Storehouse, è aperto in modo permanente il David Bowie Centre.

È evidente che l’artista stava pensando a ricostruire il proprio lascito in ambito musicale già da tempo; peraltro, al di là della malattia, è l’età a imporci di fare i conti con il passato.
Nel suo caso, il cordoglio espresso da tanti (insieme a qualche nota stonata da parte musicisti che qui non meritano di esser nominati), l’apprezzamento generalizzato per Blackstar e l’ammirazione per come Bowie sembrava aver orchestrato la sua propria morte, i numerosi documentari, soprattutto la mostra itinerante e il centro permanente, danno la dimensione di un artista ‘totale’: non solo la musica, ma anche l’immagine, la moda, il costume. Un discorso complessivo portato avanti con una forte autoconsapevolezza, al punto da riuscire a conservare tutti i pezzi che ora vediamo nel centro museale o che sono nell’archivio.
Com’è giusto, ogni appassionato di musica avrà i suoi ‘altri’ preferiti: ma, obiettivamente, intorno a quale musicista altro da David Bowie sarebbe possibile concepire tutto questo?
