Free Palestine: le due parole di Macklemore che hanno fatto saltare il tour di Ed Sheeran
Il 4 settembre 2026, al MetLife Stadium di East Rutherford, nel New Jersey, un rapper di Seattle si è fermato tra un pezzo e l’altro e ha detto due parole. Le ha dette lente, perché fossero chiare, davanti a novantamila persone venute ad ascoltare Ed Sheeran: Free Palestine. Non era un’improvvisazione. Macklemore sostiene pubblicamente i diritti dei palestinesi da quando è cominciata la campagna di bombardamenti su Gaza dopo il 7 ottobre 2023, e quella sera aveva la kefiah annodata al collo. Ha poi eseguito Hind’s Hall, il brano del 2024 dedicato agli studenti che occuparono un edificio della Columbia University, ribattezzandolo in memoria di Hind Rajab, la bambina di cinque anni uccisa a Gaza. Sugli schermi dello stadio scorrevano immagini della devastazione. La sera successiva ha ripetuto tutto, rivolgendosi in particolare agli ebrei tra il pubblico: criticare Israele, criticare l’apartheid, opporsi al genocidio non è in alcun modo una critica a voi, ha detto.
Da quelle due parole è nato tutto il resto: una campagna di pressione, l’intervento di un miliardario, l’espulsione dal tour, il silenzio calcolato di una popstar e — questa è la parte che vale la pena guardare da vicino — la diserzione compatta di quasi tutti gli altri musicisti. È una vicenda di industria dell’intrattenimento, ma è anche, con una nitidezza quasi didascalica, una vicenda sulla neutralità: su chi la invoca, su chi la impone e su cosa costa, agli uni e agli altri.
Chi è Macklemore
Benjamin Hammond Haggerty, nato a Seattle nel 1983, è un caso raro nella storia recente dell’hip hop: una star costruita quasi interamente fuori dal sistema delle major. Con il produttore Ryan Lewis pubblica nel 2012 l’album The Heist, da cui escono Thrift Shop, Can’t Hold Us e Same Love. Il primo è un tormentone planetario; l’ultimo, Same Love, è un inno per il matrimonio egualitario che gli costruisce presto una reputazione da artista politico. Nel 2014 lui e Lewis vincono quattro Grammy, tra cui Best New Artist e Best Rap Album — premi che, va detto per onestà, molti trovarono immeritati a scapito di Kendrick Lamar, e sul punto lo stesso Macklemore diede ragione ai critici.
Non è un santino. Nel 2014 dovette scusarsi per essersi esibito con naso finto, parrucca e barba posticcia, un “costume a caso” che molti osservatori lessero come una caricatura antisemita. È un precedente che i suoi avversari di oggi rispolverano, e che va tenuto presente proprio per non fare del rapper un eroe monodimensionale. Ma è anche vero che negli anni la sua militanza è diventata sistematica: dai diritti LGBTQ all’attivismo per Gaza. Hind’s Hall, uscita il 6 maggio 2024, sostiene esplicitamente le proteste universitarie pro-palestinesi, la richiesta di cessate il fuoco e di disinvestimento, e definisce l’occupazione israeliana dei territori palestinesi come apartheid. Nel suo caso, insomma, il 4 settembre non è stato un incidente ma la coerenza di un percorso.
La prima ondata: la petizione e Pink
La reazione è arrivata rapida e su due binari. Il set del 4 settembre ha innescato una petizione dell’Israeli American Council, che chiedeva a Sheeran di rimuovere il rapper dalle date restanti, sostenendo che un concerto non è un comizio e che andava fissato un limite a chi usa una piattaforma globale per un’agenda politica “unilaterale”.
Il secondo binario, più mediatico, lo ha aperto Pink. Il discorso di Macklemore è diventato virale e ha generato una seconda ondata di titoli quando la cantante ha rilanciato un appello a farlo cacciare dal tour. Solo dopo, davanti alle critiche, Pink ha precisato la sua posizione, e vale la pena riportarla con esattezza perché è più sfumata di quanto la si sia raccontata: ha detto di non aver mai chiesto che un altro artista venisse messo a tacere, di non volere né licenziamenti né rimborsi, e di voler solo poter dire, come madre ebrea, che quel momento l’aveva spaventata, senza sentirsi rispondere che la sua paura è propaganda. Resta la sequenza dei fatti: prima il rilancio dell’appello all’espulsione, poi la sfumatura. E soprattutto resta la sproporzione, che Macklemore aveva già messo sul tavolo: se quelle parole risultano più offensive delle decine di migliaia di bambini palestinesi uccisi, allora la frattura non è tra lui e i suoi critici, è più profonda.
L’intervento di Robert Kraft
Qui la storia cambia scala. Perché a trasformare una polemica social in un’espulsione è stato un uomo che di stadi ne possiede, e che di potere ne dispone in quantità difficilmente immaginabile per un artista.
Robert Kraft, ottantacinque anni, è il proprietario dei New England Patriots e del Gillette Stadium di Foxborough, in Massachusetts — una delle sedi in cui Macklemore avrebbe dovuto aprire per Sheeran a fine settembre. È il fondatore, presidente e amministratore delegato del Kraft Group, un conglomerato con interessi che vanno dalla carta e dagli imballaggi al real estate, dallo sport all’intrattenimento. Il suo patrimonio è stimato tra gli undici e i quindici miliardi di dollari a seconda della fonte: il tracker in tempo reale di Forbes lo colloca intorno ai 15,2 miliardi. Comprò i Patriots nel 1994 per 172 milioni; oggi la squadra ne vale oltre dieci miliardi.
Non è un miliardario qualunque, ed è importante capirlo per misurare cosa è successo. Cresciuto in una famiglia ebrea ortodossa, è stato un grande finanziatore dell’AIPAC e nel 2022 ha fondato, con un impegno personale di venti milioni di dollari, la Foundation to Combat Antisemitism; nello stesso anno ha ricevuto in Israele il Genesis Prize, il cosiddetto “Nobel ebraico”. Nel 2024 ha sospeso i finanziamenti alla sua alma mater, la Columbia University — dove la famiglia aveva donato almeno diciotto milioni — dopo le proteste studentesche contro la guerra a Gaza, dichiarando di non sentirsi più sicuro che l’ateneo potesse proteggere i suoi studenti. È, in altre parole, uno dei principali attori privati del fronte filo-israeliano negli Stati Uniti.
E c’è un dettaglio che rende la sua posizione di censore morale quantomeno delicata. Kraft compare nei cosiddetti Epstein files, la mole di documenti che il Dipartimento di Giustizia ha reso pubblica il 30 gennaio 2026. Va detto con precisione, per non fargli dire più di quanto dicano le carte: nei documenti non risulta alcuna comunicazione diretta tra Kraft ed Epstein, e le menzioni riguardano soprattutto la sua difesa legale dopo l’accusa di adescamento del 2019. Kraft fu incriminato nel 2019 per solicitation in un centro massaggi della Florida; le accuse caddero nel 2020, e dai documenti emerge che Epstein spinse perché Kraft assumesse come avvocato Jack Goldberger — legale che poi effettivamente entrò nel suo team difensivo. I file, come hanno ricordato in molti, contengono materiale grezzo e non costituiscono di per sé prova di illeciti. Ma l’accostamento resta istruttivo: l’uomo che ha deciso quali parole potessero risuonare in uno stadio è lo stesso che, a proposito della propria reputazione, ha avuto Epstein come consigliere ombra.
Perché è Kraft il fulcro della vicenda. Lunedì 14 settembre ha annunciato che avrebbe impedito a Macklemore di esibirsi al Gillette Stadium, con una motivazione tutta politica: ha definito il discorso del rapper “profondamente offensivo e doloroso per la comunità ebraica” e ha stabilito che la sua partecipazione ai concerti del 25 e 26 settembre avrebbe “oltrepassato quel limite”. Successivamente ha rivendicato la scelta con una formula da guardiano della soglia: non forniamo una piattaforma per l’odio. Ma il punto decisivo lo ha messo Macklemore, e Kraft non lo ha smentito: di aver cioè “radunato” alcuni degli altri proprietari di stadio e posto a Sheeran un ultimatum. Non un veto sul proprio impianto, dunque, ma il coordinamento di un fronte.
Macklemore cacciato
Messina Touring Group, promoter della tappa statunitense del “Loop Tour”, ha comunicato di essere stata avvisata dalle sedi delle date successive che non avrebbero permesso lo svolgimento del concerto con Macklemore in cartellone — il che, hanno lasciato intendere, avrebbe significato cancellare il tour e colpire centinaia di migliaia di spettatori. La scelta era confezionata come inevitabile: o via il rapper, o saltano gli show. Anche a Tampa la Sports Authority ha confermato che Macklemore non si sarebbe esibito, precisando che per il resto il concerto sarebbe andato avanti come previsto.
Macklemore era previsto in otto delle dieci date restanti dello stadium tour, e la sua risposta è stata più asciutta di qualunque comunicato: non gli servivano dieci show da Ed, gliene bastavano due — due occasioni per stare davanti a novantamila persone e dire parole diventate, chissà come, troppo pericolose. Ha continuato a difendersi dall’accusa di antisemitismo distinguendo l’opposizione al sionismo dall’odio verso gli ebrei, e ha espresso l’auspicio che la rottura non chiudesse il rapporto con Sheeran, che ha continuato a chiamare amico. Infine, ha dichiarato che i proventi guadagnati sinora in tour saranno devoluti alla causa palestinese.
Il non-schieramento di Sheeran (che si era già schierato)
E qui arriva il cuore politico della faccenda. Martedì 15 settembre, dopo giorni di silenzio, Sheeran è intervenuto su Instagram scaricando la responsabilità sui promoter e sostenendo che il contratto di Macklemore era con loro, non con lui. Ha dichiarato di essere “sconvolto” dal conflitto tra Israele e Palestina, ha spiegato di non usare la propria piattaforma per la politica perché al suo pubblico — spesso giovani, spesso bambini — quello non lo chiede, e ha aggiunto la formula destinata a inseguirlo: non sono complice. Una frase che, scritta da chi in quel momento accettava l’esito di una campagna di pressione, sembrava piuttosto confermare il contrario.
Perché il problema di Sheeran è che la sua neutralità è selettiva, e dunque non è tale. Lo stesso artista che oggi rifiuta di “schierarsi” sul conflitto tra Israele e Palestina si è esibito in un concerto di beneficenza per raccogliere fondi per l’Ucraina, e ha girato un videoclip con la band rock militare ucraina Antytila. Nel 2022, a un evento di raccolta fondi, aveva detto agli ucraini di amarli, di stare con loro, di essere orgoglioso di suonare per loro. Sheeran fa una dichiarazione politica quando suona per l’Ucraina, ma considera la Palestina troppo pericolosa e “politica”.
È la definizione stessa dell’ignavia contemporanea: non l’assenza di opinione, ma il calcolo di quale opinione sia conveniente esprimere. Sheeran ha una posizione — l’ha avuta sull’Ucraina, tanto lì procede indisturbato — e la sottrae allo sguardo solo quando esprimerla lo metterebbe in rotta con chi possiede gli stadi in cui canta. Peraltro, che lo si voglia attribuire all’ignoranza o alla malafede, già parlare di un conflitto fra Israele e Palestina è assurdamente fuorviante: un conflitto ci può essere fra due stati, quali sono Russia e Ucraina; ma la Palestina non è uno stato (è peraltro il nodo del problema), mentre ci sono invece i palestinesi, vittime a Gaza e in Cisgiordania di massacri e di una pulizia etnica (una seconda Nabka, dopo quella del 1948) che sono stati qualificati come genocidio.
L’epilogo (provvisorio): chi se n’è andato
Ed è qui che la vicenda, da parabola sul potere, diventa qualcosa di più raro: una dimostrazione pratica del fatto che si può scegliere. Perché, uno dopo l’altro, gli altri musicisti hanno lasciato il tour.
Finneas — cantautore e produttore, fratello e collaboratore di Billie Eilish, atteso nella tappa sudamericana — ha annunciato il ritiro scrivendo che gli artisti non devono essere messi a tacere quando parlano per gli oppressi, e di stare con la Palestina. Con lui la band danese Lukas Graham e l’irlandese Aaron Rowe, entrambi previsti come sostituti proprio di Macklemore nelle date americane. Rowe, dublinese, ha scritto che Ed Sheeran è stato un amico e gli ha cambiato la vita, ma che come irlandesi conoscono fin troppo bene il genocidio, la carestia forzata e l’occupazione violenta, e che non poteva restare a guardare miliardari usare il proprio potere per zittire chi denuncia. Com’è evidente anche per un altro gruppo irlandese del quale abbiamo parlato spesso, ossia i Kneecap.
Ma il gesto più clamoroso è quello che chiude il cerchio, ed è quello che nella cronaca corrente rischia di passare in secondo piano. Se ne è andata anche la band che suona per Sheeran. Beoga, gruppo di musica tradizionale irlandese — membri delle contee di Antrim, Derry e Kerry — è la band di supporto sul palco di Sheeran e ha co-scritto il suo successo Galway Girl. Non un opening act intercambiabile: la spina dorsale sonora dello show. Hanno annunciato di lasciare il Loop Tour statunitense “in seguito al silenziamento di Macklemore da parte delle lobby sioniste”, precisando di restare amici di Ed dopo oltre dieci anni. “Siamo irlandesi e capiamo il colonialismo”, hanno scritto, rivendicando di essere tra i fondatori del movimento Irish Artists for Palestine.
Il linguaggio di Beoga è più duro di quello di Macklemore, e su alcune formule — l’immagine della “lobby” come “vero nemico” — si sarebbe un tempo potuto discutere, ma diventa difficile alla luce dell’intervento di Kraft.
Le reazioni si sono allargate ben oltre il cartellone. Macklemore ha ricevuto sostegno dalle deputate Ilhan Omar e Pramila Jayapal e da musicisti come Zara Larsson e PinkPantheress. Roger Waters, cofondatore dei Pink Floyd, ha sintetizzato la vicenda con una frase spiccia: al mondo ci sono due tipi di persone, e Macklemore è tra quelle che fanno la cosa giusta. Ed è cresciuta, nel pubblico e sui social, l’accusa di doppio standard: molti hanno letto nell’intera vicenda la misura di quanto sia diverso il trattamento riservato a chi difende i diritti dei palestinesi. Sheeran, dal canto suo, si ritrova con il tour da riprendere sabato a Philadelphia senza la sua band e senza i suoi opening act: la neutralità gli è costata più di quanto gli sarebbe costata una parola.
Non ragioniam di lor
Conviene, a questo punto, chiamare le cose con un nome antico. Nel terzo canto dell’Inferno, appena varcata la soglia, Dante incontra una folla immensa che non è né in Paradiso né propriamente all’Inferno: sta nell’anticamera, respinta da entrambi. Sono gli ignavi, “coloro che visser sanza infamia e sanza lodo”, mescolati agli angeli che nella ribellione di Lucifero non presero parte, “che non furon ribelli né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro”. La loro pena è correre nudi dietro a un’insegna che non si ferma mai, punti da mosconi e vespe: un moto perpetuo e insensato, lo specchio di una vita spesa a non decidere. E il verdetto del poeta è tra i più sprezzanti della Commedia: “non ragioniam di lor, ma guarda e passa”. Il cielo li scaccia per non esserne sfregiato, e “il profondo inferno non li riceve” perché nemmeno i dannati vorrebbero vantarsi al loro confronto.

Dante lo aveva capito con una durezza che la modernità liberale ha smarrito: colloca gli ignavi prima di ogni altro peccatore, più in basso persino dei violenti e dei traditori, perché il rifiuto di prendere posizione è la condizione che rende possibili tutte le altre colpe. Chi non si schiera lascia che a decidere sia chi ha più potere — in questo caso, letteralmente, chi possiede lo stadio. La lezione più scomoda per Sheeran non l’ha data Kraft, né la petizione, né i social: l’hanno data i suoi stessi musicisti, dimostrando in tempo reale che l’alternativa esisteva. Tanto che adesso, dinanzi all’indignazione pubblica, i due cercano di correre ai ripari promettendo donazioni ai palestinesi.
Oltre la vicenda Sheeran-Macklemore
E qui conviene allargare lo sguardo oltre Sheeran, perché la sua non è un’eccezione ma la regola di un sistema. La formula secondo cui “l’arte non deve mischiarsi alla politica” viene invocata quasi sempre a senso unico: tace chi pagherebbe un prezzo schierandosi per la Palestina, mentre gli stessi ambienti non hanno alcuna difficoltà a mischiare arte e politica quando la politica è quella gradita a chi detiene il potere. Non è casuale che i grandi nomi sembrino avere più da perdere proprio dalla parte palestinese: le posizioni di controllo dell’industria — i proprietari degli stadi, i grandi donatori, chi decide chi suona e dove — sono in buona parte schierate, e Kraft che coordina un fronte di colleghi ne è la prova plastica. Chi apre bocca contro l’occupazione rischia le date; chi suona per l’esercito che quell’occupazione la conduce riceve applausi e titoli benevoli.
Gli esempi non mancano, e sono istruttivi proprio perché riguardano artisti che di sé danno un’immagine di impegno civile. Pharrell Williams, che parte della propria reputazione la costruisce su canzoni e dichiarazioni intorno alla condizione dei neri d’America, nel 2018 si è esibito a un gala della Friends of the Israel Defense Forces che raccolse una somma record per l’esercito israeliano, cantando “Happy” davanti a soldati in divisa: lì l’arte poteva benissimo mischiarsi alla politica. E c’è un filo che porta dritto al nostro caso. Jay-Z — l’artista che ha fatto della resistenza nera una cifra pubblica — è amico stretto di Kraft, con cui ha co-fondato nel 2019 la REFORM Alliance per la giustizia penale e da cui, per gli ottant’anni, ha contribuito a un regalo milionario. Non è un’accusa di complicità: con questa vicenda Jay-Z non c’entra. È qualcosa di più rivelatore. Lo stesso Kraft che oggi decide quali parole possano risuonare in uno stadio si spende per la giustizia penale degli afroamericani ed è abbracciato da chi quella causa la incarna — ma davanti alla Palestina la porta si chiude. Non è l’ipocrisia di un singolo: è la coscienza selettiva di un intero ecosistema, la stessa che fa di Sheeran un attivista per l’Ucraina e un muto per Gaza. Si sceglie sempre; si finge di non farlo solo quando scegliere costerebbe qualcosa contro chi comanda.

