Marcia balla ancora. In ricordo di Catherine Ringer (1957–2026)
Con Catherine Ringer, morta nella notte del 14 settembre a sessantotto anni per un cancro fulminante, se ne va la seconda metà — e ormai l’ultima — dei Rita Mitsouko. Fred Chichin, l’altra metà, l’aveva preceduta di quasi vent’anni: era scomparso nel novembre del 2007, a cinquantatré anni, per un male altrettanto rapido, diagnosticato appena due mesi prima. Che la storia del duo si chiuda così, con entrambi i suoi protagonisti portati via dallo stesso tipo di malattia, ha qualcosa di crudele e insieme di stranamente coerente. Perché la canzone che li ha resi celebri, quella che fuori dalla Francia vale da sola come biglietto da visita, parla esattamente di questo: di un cancro che porta via una persona giovane, e lo racconta ballando.
Marcia Baïla
Fuori dai confini francesi, i Rita Mitsouko sono per molti soprattutto Marcia Baïla, e non è un caso. Basta quel brano a dare l’idea dello stile del duo: agrodolce nel senso più letterale del termine. Uscito nel 1984 sul primo album e poi come singolo nel 1985 — oltre un milione di copie vendute — è un omaggio a Marcia Moretto, la ballerina e coreografa argentina che era stata maestra di danza di Catherine e che aveva accompagnato i due nei loro spettacoli. Moretto era morta il 21 maggio 1983, a soli trentasei anni, per un tumore al seno fulminante. Ringer, sconvolta, scrive un testo che celebra la bellezza di Marcia, le sue gambe, la sua risata, il suo gesto — «Marcia, elle danse» — per poi nominare, con una nettezza quasi brutale, la causa della sua fine: «Tu t’es consumée Marcia / C’est le cancer / Que tu as pris sous ton bras». Su una musica trascinante, cantata con un accento spagnolo volutamente caricato (Ringer non parlava spagnolo), il pezzo trasforma un’elegia funebre in un invito a muoversi. Chi lo ascolta senza badare alle parole ne ricava allegria; chi le ascolta scopre di aver ballato su un lutto. È qui, in questo scarto, che sta la firma dei Rita Mitsouko, e oggi quel brano acquista un rilievo ulteriore: Ringer, che negli anni ha continuato a cantarlo dal vivo prima da vedova di Fred e poi da sopravvissuta, è morta a sua volta di cancro. Il cerchio si chiude sulla stessa parola.
Storia di Catherine Ringer
Catherine Ringer era nata il 18 ottobre 1957 a Suresnes, alle porte di Parigi. La madre, Jeannine Ettlinger, era architetto; il padre, Sam Ringer, pittore ebreo ashkenazita di origine polacca, sopravvissuto a nove campi di concentramento nazisti. È una biografia familiare che pesa, e a cui Catherine tornerà da artista matura. Da bambina ascolta Oum Kalthoum e Maria Callas, canta Brassens, scopre i Velvet Underground e i Rolling Stones; a otto anni fa la modella per cataloghi per aiutare le finanze di casa. Lascia la famiglia a tredici anni, la scuola a quindici, per gettarsi in una carriera artistica precocissima e disordinata. Dalla metà degli anni Settanta canta nel teatro musicale d’avanguardia parigino: Michael Lonsdale, Michel Puig, perfino Iannis Xenakis (N’Shima, al Théâtre de la Ville), e Brecht (Madre Courage). È in questo ambiente, nel 1976, che incontra Marcia Moretto.
C’è anche, in quegli anni, una parentesi che il grande pubblico scoprirà solo più tardi e che lei non ha mai rinnegato pur riconoscendone la violenza: tra il 1975 e il 1985 Ringer gira una ventina di film pornografici, iniziati da minorenne. Quando, ormai star con i Rita Mitsouko, quei film vengono rimessi in circolazione a metà anni Ottanta, la vicenda esplode nei media; ne nasce il celebre scontro televisivo con Serge Gainsbourg, che la insulta in diretta e si sente rispondere con un’asprezza rimasta memorabile. Decenni dopo, nel 2017, Ringer riformulerà quell’esperienza come quella di una ragazzina abbandonata e manipolata. Vale la pena ricordarlo non per gusto del pettegolezzo, ma perché rivela una costante del personaggio: il rifiuto di lasciarsi ridurre al silenzio o alla vergogna, la stessa fierezza che portava sul palco.
L’incontro con Fred Chichin e la nascita di Les Rita Mitsouko
La svolta arriva nel 1979. Ringer canta nella commedia musicale Flashes rouges; ingaggiato per sostituire dei musicisti in fuga, arriva un ex chitarrista dei Gazoline appena uscito di prigione, Fred Chichin. Dopo una settimana di prove le dice: «Dai, facciamo un gruppo rock». Prima si chiamano Sprats, poi, dal 1980-81, Rita Mitsouko — nome nato per gioco associando la spogliarellista Rita Renoir al profumo Mitsouko di Guerlain, e più tardi corretto in «Les Rita Mitsouko» perché il pubblico credeva che Rita Mitsouko fosse la cantante. Lavorano in casa, nella loro cucina nascono i primi pezzi, si fanno le ossa nei bar e nei locali rock parigini. Poi Marcia Baïla, il videoclip di Philippe Gautier con il corsetto di Jean-Paul Gaultier destinato a diventare iconico e gli sfondi dei pittori della Figuration libre (oggi il clip è nelle collezioni del MoMA), e il successo diventa enorme.
Una band a parte
Quello che segue è una delle carriere più singolari della musica francese. Andy, C’est comme ça, Les Histoires d’A., Le Petit Train, Y’a d’la haine: una serie di tormentoni che Jean-Luc Godard arriva a filmare in studio per Soigne ta droite. Ma i Rita Mitsouko non sono mai stati un semplice fabbrica di successi. Coppia nella vita e nell’arte — tre figli, Ginger, Simone e Raoul — Fred e Catherine attraversano funk, new wave, hip-hop, jazz senza fermarsi mai davvero in nessuno di questi porti, restando sempre riconoscibili. E soprattutto continuano a nascondere, dietro melodie euforiche, testi dal fondo tragico. Le Petit Train, tra i loro pezzi più festosi, evoca la deportazione degli ebrei nei campi. È la stessa strategia di Marcia Baïla: la gioia come involucro del dolore, non come sua negazione.
Catherine Ringer dopo la morte di Fred
La malattia e la morte di Fred, nel novembre 2007 — proprio mentre erano in tournée per l’ultimo album, Variéty —, chiudono la storia del duo. Catherine sale sola sul palco dell’Olympia il 13 novembre; Fred muore la mattina del 28. Lei sceglie di non sostituirlo e di non fingere che nulla sia accaduto: riprende la tournée interrotta ribattezzandola Catherine Ringer chante les Rita Mitsouko and more, come a dire che quelle canzoni ora le portava per due. Da lì comincia una seconda vita artistica, tutt’altro che di ripiego. Il primo album solista, Ring n’ Roll (2011), le vale la Victoire de la musique come miglior artista femminile; con i due musicisti dei Gotan Project fonda il progetto tango Plaza Francia (2013-2015); pubblica Chroniques et Fantaisies (2017); e per i quarant’anni del gruppo intraprende, dal 2019, una tournée celebrativa che è insieme atto di memoria e di sopravvivenza — con il figlio Raoul alla chitarra, quasi a suggerire che i Rita Mitsouko fossero ormai una cosa di famiglia, da custodire e tramandare.
L’interprete struggente: da C’était un homme al duetto con Arthur Teboul
Ed è qui che vorrei permettermi una nota più personale, perché è come interprete, prima ancora che come metà di un duo, che Ringer resta indimenticabile. La sua voce sapeva essere sguaiata, buffonesca, teatrale, e nel giro di una battuta diventare struggente. Il pezzo in cui questa dote tocca la vetta è C’était un homme, dall’album Cool Frénésie (2000): una canzone dedicata al padre, Sam, e alla sua deportazione. Il titolo è una citazione diretta di Primo Levi — Se questo è un uomo, Si c’est un homme — e non è un dettaglio da poco: Ringer sceglie di parlare delle proprie origini, della memoria della Shoah dentro la propria famiglia, appoggiandosi a uno dei testi fondativi della coscienza europea del Novecento. In quel brano non c’è più l’involucro festoso; c’è una voce che si fa carico di un peso e lo tiene, senza schermi. Chi conosce solo la Ringer scatenata di C’est comme ça farebbe bene ad ascoltare quella, per capire di che statura fosse l’artista.
Della stessa famiglia sono certe interpretazioni dal vivo degli ultimi anni, dove la sua capacità di abitare una canzone altrui la rendeva una duettante formidabile. Ne è prova Pars, cantata insieme al giovane Arthur Teboul — la voce dei Feu! Chatterton — al Trianon di Parigi nell’aprile 2018, nell’ambito di un concerto della trasmissione Alcaline. Pars è un brano di Jacques Higelin, e l’occasione era carica: Higelin era morto da pochi giorni, il 6 aprile, e riprendere una delle sue canzoni più amate suonava come un congedo. In quel duetto tra generazioni — lei sessantenne reduce da ogni possibile stagione della musica francese, lui esordiente di talento — c’è tutta la Ringer degli ultimi anni: nessuna nostalgia, nessun ripiegamento, ma la voglia di consegnare qualcosa a chi sarebbe venuto dopo. È struggente come Marcia Baïla, ma di uno struggimento più quieto, di chi ha imparato a lasciar andare.
Catherine Ringer: cosa ascoltare
Se ne va una donna che ha attraversato mezzo secolo di musica senza appartenere mai davvero a nessuna scuola, capace di essere popolarissima e insieme spiazzante, e che ha fatto della contraddizione — allegria e lutto, kitsch e commozione, provocazione e tenerezza — non un difetto ma un metodo. A chi non la conoscesse, o la conoscesse solo di striscio, consiglierei di partire da Cool Frénésie (2000), l’album più maturo e coeso del duo, dove convivono l’ironia di sempre e la profondità di C’était un homme. E poi, subito dopo, un qualsiasi loro live: perché è sul palco che i Rita Mitsouko davano il meglio, ed è lì che Catherine Ringer, con il suo corsetto, la sua risata e la sua voce che passava dal grido al sussurro, continuava a fare esattamente ciò che aveva insegnato al pubblico fin dall’inizio — ballare mentre racconta la morte.
Marcia, elle danse. E adesso, un po’, anche Catherine.
