Resistenza sonora e improvvisazione colta: la recensione di Gaetano Liguori, Underground
È insolito leggere di dischi di questa portata e provenienza su questi lidi virtuali ma oggi se ne scrive con piacer e chissà che non si torni un dì sull’argomento.
Gaetano Liguori, riduttivamente pianista, è inossidabile e pervicace fautore delle più significative pagine della resistenza sonora, ma non solo se si pensa, ad esempio, alla sua Cantata Rossa per Tall El Zaatar (che vide anche il mai dimenticato Demetrio Stratos performarsi in una struggente e quanto mai attualissima Amna, sol per citarne un titolo), e tutta la sua produzione/opera è sempre stata, come dimostra anche questa nuova emissione, una crasi iconoclasta tra scenari politici di verità poco raccontate, con straordinario anticipo sui tempi, un tempo forse distopici ma oggi crudelmente attuali ed una creazione artistica paragonabile ad un urlo primigenio dove il magma esecutivo ed i suoi significanti ben rappresentano ancora quel che più di mille immagini possono raccontare.
Dall’Idea Trio del 1973 a oggi: Del Piano, Monico e il pianismo di Liguori
Underground, eseguito pressoché live in studio in due situazioni logistiche differenti con l’Idea Trio fideisticamente formata nel 1973 da Roberto Del Piano, plusvalente bassista e pure appassionato alto di sci-fi e Filippo Monico alla batteria octopusopica e percussioni etnovibranti, vede la formazione guidata da Liguori, pianista con accessi Jarrettiani, ma ci metterei pure Tippettiani e finanche (mi perdoni l’ardito paragon mastro Gaetano), ci infilo pure quel Mark Springer che infiammò le pagine furenti dei Rip Rig + Panic e che pur nella sua produzione solista non ha lesinato in accessi pianofortissimi, prodursi in sei movimenti, rispettivamente Underground, in tre fasi e 50 anni dopo, in altrettante, che non mancheranno di riscuoter neoconsensi nelle orecchie fresche e in quelle meno avvezze a questi viaggi senza l’egida Alpitour.
Sei movimenti, un urlo primigenio: dentro il magma esecutivo
La formazione spinge sul pedale serrato di una improvvisazione colta nascondendo, come antichi amanuensi, codici sonori che solo i più scaltri intenditori riconosceranno (un po’ di Keith Emerson tanto per citarne uno) e baldanze libere da una anagrafe irriconoscente ed irriconosciuta. Calarsi in queste note ignote, nelle seduzioni dei tasti neri e nelle scorribande di quelli bianchi, saliscendere sulle note di un basso sol all’apparenza privo di disciplina ma quantomai invece sapiente sodale e su una ritmica figlia di un’Africa dimenticata, può significare il compiersi di una esperienza aurale inedita per i nostri lettori parimenti ad un lavacro battesimale da tanti suoni ignoranti e che dovrebbero esser ignorabili.
Copertina, foto di Masotti e la cura di Arlo Bigazzi
Un plauso finale anche all’aspetto iconografico, con questa copertina ricca di riferimenti culturali a 360°, alcune foto del compianto Roberto Masotti e un layout, oltre alla produzione esecutiva, a cura di Arlo Bigazzi e allo sfacciato coraggio di porsi, ancora una volta, contro ogni moda/tendenza/compiacenza per regalarci quel che ci si auspica ennesimo tassello di una ribellione mai sopita di cui attendiam ulteriori sviluppi.
Hasta siempre ma svegliatevi!
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