Echo and the Bunnymen – Apples For Isaac: undici canzoni nuove, l’ultimo saluto a Clem Burke e un filo riannodato con gli esordi.
…E son tornati anche Echo and the Bunnymen. In realtà non son mai veramente spariti: anzi, in questi anni hanno intrapreso un’attività live a tratti massacrante, talvolta interrotta per vicendevoli motivi di salute, ma lo status di cult band di un certo periodo si è comunque sempre mantenuto alto.
L’ultimo album di materiale inedito, Meteorites, risale al 2014 — dodici anni fa — mentre il più recente The Stars, the Oceans & the Moon (2018) era un remake/remodel delle loro celebri hit; è quindi con gran spolvero che tornano con questo Apples For Isaac e le sue 11 nuove composizioni che, a differenza di alcuni lavori che mi avevano lasciato abbastanza con l’amaro in bocca, riescono a riallacciare un filo interrotto con quello che avevano rappresentato e con quello che, mi auguro, avranno ancora da dire.
Le canzoni hanno tutte un notevole “gancio”, la formula magica che fa sì che al secondo o terzo ascolto ti ritrovi a canticchiarle, e vedono, in 10 brani su 11, la presenza alla batteria del compianto Clem Burke, già alle pelli con i Blondie (…ma anche con Iggy Pop…), scomparso purtroppo prima del termine delle registrazioni e a cui il disco è giustamente dedicato.
Da Brussels Is Haunted alle cantine dell’Eric’s Club
Già all’uscita del primo singolo, Brussels Is Haunted, si percepiva un ritorno, se non proprio alle origini, a una scrittura essenziale propria delle loro prove migliori successive al capolavoro Heaven Up Here. La voce di Ian McCulloch e le chitarre di Will Sergeant — a completare la formazione, Stephen “Ste” Brannan al basso, Simon Finley alla batteria, Mike Smith alle tastiere e Peter Riley alla seconda chitarra — parevano aver estratto dal cilindro, anziché un pleonastico coniglietto, una composizione fuori dal tempo contemporaneo.
Quello che viene fuori dall’ascolto di Apples For Isaac pare quindi uscire dalle cantine dell’Eric’s Club, con Ian “The Duke” che sognava di diventare il nuovo Bowie e il movimento neopsichedelico — con i sodali/rivali Teardrop Explodes e i Wah! di Pete Wylie — a tradurre in suoni e colori un sogno acido nell’Inghilterra thatcheriana.
Track by track: da Take Me By The Hand a We Prayed In The Dark
Si parte alla grande con Take Me By The Hand, molto vicina allo spirito dei primi vagiti di Porcupine; Can’t Be Sold e i suoi balbettii molto liverpooliani, e poi la già citata Brussels Is Haunted, introducono la ballad I’ll Be Your Sunshine, più vicina alle prove di What Are You Going to Do with Your Life? Hijacked è di nuovo gemma quasi stonesiana e contiene il titolo dell’album; The Honey potrebbe benissimo essere un singolo uscito durante la Swinging London, con Mary Quant intenta a sforbiciar gonne lunghe; An Unstoppable Force, a dispetto del titolo, si colloca su quieti territori riflessivi, malinconie portuali. The Light That Surrounds You richiama suggestioni dell’omonimo album del 1987, quello con Ray Manzarek; Lab Rats Ran ne segue gli stilemi, anche se qualcosa perfino degli Stooges pare affacciarsi con quel piano terzinato e l’uso inusitato dei fiati — piccolo capolavoro.
Asimov (poveraccio: terrorizzato dagli aerei, nonché da aghi e sangue contrasse, l’HIV da una trasfusione infetta e ne morì) è ancora una gran canzone, anch’essa molto molto sixties, e la conclusiva We Prayed In The Dark riparte da quella psichedelia alla base dei loro inizi per fornire al disco degnissimi titoli di coda. Per il sottoscritto, il loro miglior disco da almeno 25 anni a questa parte.
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