Dall’urgenza hardcore dei Soft Play all’abstract pop di un debutto inciso in quattro giorni
Ci sono momenti in cui ti chiedi se il rock ‘n’ roll abbia ancora qualche cartuccia da sparare o se siamo condannati a vivere in un eterno loop di nostalgia. Poi capita che Laurie Vincent, uno che fino all’altro ieri spaccava i denti ai palchi con la furia hardcore dei Soft Play (ex Slaves), decida di tirare il freno a mano. Ma non per riposare, sia chiaro. Lo fa per salire a bordo di un bestione a diciotto ruote chiamato Big Truck.
Il loro debutto si chiama Midday At The Middleway, uscito sotto il glorioso marchio Marshall Records. E lasciatemi dire che è una delle sorprese più incredibilmente fresche, sghembe e luminose di questo 2026. Già il titolo è un manifesto programmatico: la “Via di Mezzo” (the middle way) non è un compromesso democristiano, ma il concetto buddista di equilibrio tra gli opposti. Vincent ha barattato l’indignazione a buon mercato dei social con una sana, terapeutica gratitudine. Invece di urlare contro il mondo, ha scelto di cantare l’amore, la sobrietà e la fatica quotidiana di restare umani. Ricorda un po’ un affine come Joe Talbot degli Idles, nello stile e nel modo espressivo.
Coppin, Thallon e Myles, la banda dietro le canzoni di Laurie Vincent
Accanto a Vincent c’è una banda di “eterni bambini curiosi” che sa esattamente dove mettere le mani: la batteria jazzata di Sam Coppin (rubato ai Lady Bird), le trame noise del chitarrista metal Asa Thallon e i tappeti caldi, quasi soul, del tastierista Justin Myles. Il risultato? Loro lo chiamano abstract pop. Io lo chiamo un gran bel modo di far respirare la musica.
Central Reservation Blues e Collided: il tiro dei quattro giorni ai Marshall Studio
Il disco apre con Feel Me…? e rotola via che è un piacere attraverso le deviazioni metropolitane di Central Reservation Blues, un pezzo che ha l’incredibile pregio di mettere d’accordo gli smanettoni di Kerrang! e gli ascoltatori pacifici di BBC Radio 2. C’è un tiro pazzesco in questo disco, registrato in appena quattro giorni di pura urgenza creativa nei Marshall Studios. Si sente che c’è vita dentro queste tracce, che non sono state passate al microscopio del computer ma sputate fuori di pancia e di cuore.
Rebounder è pop dai contorni soul e vellutati, mentre pezzi come Collided ti si piantano in testa con un insolito tempo in 6/8 che profuma di Cure e di Smiths, regalandoti quel perfetto equilibrio pop capace di farti ballare anche quando le cose intorno a te vanno un po’ a rotoli.
Midday At The Middleway non è un disco perfetto, e per fortuna. Ha le sue spigolosità, i suoi cambi di rotta improvvisi come in Dress For All Weathers, ma possiede quella cosa rara che oggi manca a troppe produzioni: l’onestà intellettuale di chi suona prima di tutto per salvarsi l’anima.
Un album solare ma non stupido, malinconico ma mai rassegnato, profondamente umano. Se siete stanchi della plastica che passa alla radio, saltate su questo camion. C’è un posto in cabina anche per voi.
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