Tagofest 2026: dal Tago Mago di Marina di Massa al circolo pisano Caracol
Nasce dall’accordo fra Stefano Rossi, che lo aveva ideato al Tago Mago di Marina di Massa, e il circolo pisano Caracol l’idea di riportare in Toscana, dopo la parentesi mantovana dell’anno scorso, il Tagofest, secondo la formula consolidata negli anni: due palchi su cui si alternano i vari musicisti, per poi diventare a loro volta spettatori, in un’atmosfera di condivisione. La line up è molto eclettica, non vi sono pregiudizi di genere: l’unica cosa che accomuna la trentina di performance è l’autentica matrice indipendente, potremmo dire underground, e uno spirito e un approccio alla musica basati sulla ricerca e sulla sperimentazione e alieni dal ripercorrere strade già ampiamente battute. Per lo spettatore si tratta di essere pronto a passare dall’ambient più etereo al noise più selvaggio, attraversando tutte le stazioni che stanno nel mezzo a questi due estremi.
MGZ inaugura un festival ricchissimo diviso fra due palchi
Non mi soffermerò tanto sui singoli set, tutti della durata fra i trenta e i quarantacinque minuti, con l’eccezione del vecchio leone MGZ, che ha dato il via ai balli col suo frenetico e scanzonato disco-cabaret (con tanto di ballerine, lustrini, travestimenti) che ha chiuso in bellezza la serata di venerdì. Del resto è praticamente impossibile riuscire a vedere tutto: non per la perfetta organizzazione, per cui i set si alternavano impeccabilmente fra i due palchi – quello “ambient” all’esterno, dedicato alle musiche meno rumorose, e quello rock all’interno –, ma per l’imperfezione dell’essere umano, condizionato da necessità materiali (mangiare, bere, riposare), ma anche dal piacere di soffermarsi a chiacchierare con musicisti e con chi stava ai numerosi banchetti dei produttori indipendenti, magari acquistando anche dischi altrimenti difficili da procurarsi. E proprio qui sta la forza della formula adottata: creare uno spazio in cui appassionati, critici, musicisti, distributori, produttori possano ritrovarsi insieme, conoscersi, scambiare pareri, informazioni, idee.
I protagonisti del Tagofest
Ma di musica bisogna in ogni caso parlare, e veniamo alla serata di venerdì, aperta dal trio strumentale spezzino dei Repetita Iuvant, in bilico fra post rock e ambient. Segue il pop alieno e ironico di Ruben Camillas; con gli Oreyeon ci muoviamo in una visione distopica e cupa fra doom e psichedelia, un set teso e coinvolgente; sul palco ambient il musicista sardo SARRAM ci ha trasportato in un universo sonoro dai risvolti onirici, con chitarra filtrata, synth e drone music; si torna al rumore col post hardcore dei reggiani Dievel, mentre chiude la serata, prima di MGZ, Andrea Ghiacci, in arte Ledere, con un interessante set basato su elettronica e una chitarra autocostruita.
Il secondo giorno ci offre due magnifici set per chitarra: con l’elegante fingerpicking di Maurizio Abate, che da John Fahey ci ha portato verso territori ambient e psichedelici, e con Permanent Fatal Error – nickname dietro cui si cela Olivier Manchion, già con Ulan Bator e Faust –, dal carattere sperimentale, con influenze kraut e post rock. Altrettanto riuscito il set del torinese Fabrizio Modonese Palumbo: con elettronica e strumenti autocostruiti ha creato atmosfere dark, misteriose ed esoteriche, per chiudere in un sorprendente crescendo con una disco che ha fatto ballare tutta la sala.

Interessante la nervosa proposta fra jazz, elettronica e post rock di Lavorazione Carni Rosse, mentre sono rimasto davvero stregato dalla performance dei pavesi Tristan Da Cunha, ora in trio con l’aggiunta del violinista Nicolò Vara, fratello del chitarrista Francesco, che ha fondato la band col batterista Luca Scotti: atmosfere dense fra ondate di malinconia e misteriose evocazioni di radici ataviche che sembrano emergere dagli abissi marini, una proposta affascinante fra post rock, ambient e slowcore. L’atmosfera si riscalda con il rovente e radicale trio punk jazz dei Kossiga – del resto Cartolari al sax e Biondello alla batteria provengono dagli Anatrofobia –, seguiti dai non meno furenti La Fossa delle Marianne di JD Raudio, ex Marnero e Laghetto, band in cui ha militato Tuono Pettinato, a cui è stato idealmente dedicato il concerto: il loro hc punk, stemperato da una certa ironia, ha convinto il pubblico, che insieme alla band ha inneggiato a Gigi Mangione. A creare un momento di sottile ironia e dolcezza ci aveva pensato Tiziano Sgarbi, aka Me Boys, che ha cantato a cappella canzoni marinare irlandesi e la cover di La S-Ballata delle Amazzoni di Alberto Camerini, coinvolgendo i presenti con i commenti e le storie con cui intercalava le canzoni.
Ultimo giorno con un programma fitto
Si apre col beat dei We Love Surf, a cui fa seguito il duo sperimentale di Devid Ciampalini all’elettronica e dell’austriaco September Marder al violoncello, in un dialogo affascinante fra suoni digitali e analogici. Il trio pisano Mobcat, due bassi e tastiere, ha presentato un set meno noise rispetto all’ep d’esordio; il cantautore fiorentino Massimiliano Larocca ha eseguito canzoni dal suo ultimo lavoro, Daimon, in compagnia di Federica Ottombrino, e poi, insieme a Dome La Muerte, ha chiuso con un brano da El Santo. È poi la volta dei fiorentini Bad Apple Sons, con il loro alternative vigoroso e corrosivo, per poi passare al palco ambient, dove Heimito Künst ha imbastito un set elettronico fra fascinazioni lisergiche e sonorità kraut.

Non avevo tappi per le orecchie e ho dovuto disertare l’irriverente e disturbante noise di Fecalove; mi sono rifatto con il bel live del duo sperimentale The Star Pillow, cioè Paolo Monti e Massimiliano Furia, in un dialogo frenetico fra percussioni e chitarra in cui l’improvvisazione innescava un rituale dal sapore ancestrale. Molto interessante il duo Consacrati a Marte, con le loro sonorità profonde e oscure fra noise e industrial; e mentre il palco ambient si chiudeva con l’elegante cantautorato del duo Unadasola, sul palco rock si esibiva, sotto il nome Bad Honko, Marco Zaninello, batterista dei livornesi Appaloosa, che in questo progetto suona sia la batteria tradizionale sia quella elettronica.
Un consuntivo felicemente positivo
Bilancio grandemente positivo, sia per la qualità musicale sia per l’accoglienza organizzata dallo staff del Caracol. Tutto è stato preparato con la massima cura, a partire dal bel manifesto, opera del fumettista italiano Ratigher, responsabile anche delle borse e delle magliette, per finire al cibo e alle bevande, perché, come ha spiegato Stefano Rossi, ideatore del progetto, «il Tagofest non è solo un momento di grande musica dal vivo, ma una vera e propria festa», e in questo modo va vissuto.
