Castle Park, un Graham Coxon “d’annata”.
Ci sono dischi che escono in anticipo sui tempi e non vengono recepiti nell’immediato, altri che arrivano fuori tempo massimo rivelandosi ormai superati. Il “nuovo album” di Graham Coxon vede la luce quindici anni dopo la sua registrazione e spiazza. Castle Park è un disco spudoratamente vintage che non fa nulla per nascondere l’età anagrafica, anzi la rivendica. Le atmosfere sixties, la patina britpop delle origini e le influenze beatlesiane, rispolverate per l’occasione, sono in assoluto un valore aggiunto. Elementi, questi, che rendono il prodotto in questione una delle uscite più particolari degli ultimi tempi.
L’album: l’elogio della semplicità che funziona
Non siamo di fronte a un disco dei Blur. Manca la varietà, l’ambizione e il gioco di squadra che hanno reso grande la band di Damon Albarn. Eppure, il marchio di fabbrica di Coxon si sente: nelle melodie agrodolci, negli arrangiamenti essenziali ma efficaci e in quella capacità tutta inglese di trasformare la nostalgia in canzoni leggere solo in apparenza. Il punto di forza è l’onestà. È un disco pop piacevole che trova nella semplicità la propria dimensione ideale. Alcuni brani scorrono e funzionano benissimo, altri avrebbero meritato un’elaborazione maggiore, ma nel complesso l’ascolto rimane costantemente gradevole. Quindi Castle Park si rivela per quello che è: una chicca, un prodotto di nicchia che può, letteralmente, esaltare gli estimatori del genere.
Le canzoni di Castle Park
Si parte con tre brani che sono un chiaro biglietto da visita. Billy Says, Alright e When You Find Out sono un concentrato di power pop britannico con chitarre luminose, melodie immediate e quel gusto che richiama la tradizione di Kinks, The Jam e dei Blur prima maniera. Altro momento degno di nota è senza dubbio There’s A Little House, che rompe la formula del classico brano solista di Coxon. Definita dallo stesso autore “a playful duet with Lucy Parnell”, è forse la canzone che dà più l’idea dello spirito ‘passatista-creativo’ dell’album. Verso la fine delle dieci tracce ci si riposa volentieri sulle note di Melodie Pour Christine, solo strumentale e molto emotiva, per finire con All The Rage, malinconica ed elegante caratterizzata da un lato folk-pop che funziona. Nessun classico destinato a entrare nella storia del pop, ma diversi brani di qualità che mostrano un autore ispirato e credibile nel proprio territorio musicale.
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