In Delmore, The Rain, A Dog l’artista totale Igort ritorna musicista.
Igort è uno di quei nomi che hai letto un milione di volte ma che non ti stanchi mai di leggere e, come questa nuova emissione a 33 rivoluzioni per minuto, aggiungo, non ti stanchi neppure di ascoltare (not to forget il seminale Radetzy e gli Isotopi…e altri dischi ancor). Ha una biografia artistica spaventosa a partire dagli anni piombati che spazia dal fumetto all’illustrazione, è umanamente gemellato con il Giappone, finanche oggetto della sua ultima fatica letteraria A Cavallo con i Poeti e qui mi fermo sennò diventa wikime.
Delmore, The Rain, A Dog: un disco e uno spettacolo teatrale
L’album in oggetto di analisi, progetto gemello dello spettacolo teatrale sempre a cura dell’autore, I dispacci di Delmore, e che dovrebbe dare origine anche a una serie di illustrazioni a companion dell’opera, è l’odierno Delmore, The Rain, A Dog dove il segno si trasmuta in suono, dove la voce è spesso pennellata ammaliatrice, un Gainsbourg detox, e dove ogni canzone si ammanta di una palette di colori soffusi tra i più rari Pantone in uso.
Una galleria di grandi nomi liminali
Undici omaggi ad undici personalità segnaposto di una cultura che fu e che oggi vien da sorridere a pensar fu definita “contro”, considerato che oggi parlar di cultura è quasi taboo, undici figurine per completare un album senza richiedere quelle mancanti perché è contenuto in essere tutto il necessario, undici canzoni da ascoltare con una radio a Valvoline (per gli iniziati). Il Delmore del titolo è Delmore Schwartz, l’autore di Nei Sogni Cominciano le Responsabilità, opera seminale e da avere in libreria; fu anche insegnante di Lou Reed, ecco…
La Seduzione Fumosa di Kandi , dedicata alla pornostar tristemente scomparsa Kandi Barbour,che apre l’album, introduce già all’uso pittorico della voce di Igort: non è un lazzo ironico bensì una constatazione. New York Decadence è un sognante proclama condotto su lidi prossimi alla Deuce, un malinconico sax decora l’atmosfera, Alan Vega e Martin si prostituiscono per pagarsi dopa e strumenti. Burroughs in Tangier parla di uno dei miei padri spirituali, il periodo marocchino di Zio Bill sparge sabbia sulla canzone con qualche traccia di piretro da buon sterminatore, mentre su una base davvero Suicide arriva la novella di Hubert The Sailor, ossia Hubert Selby Jr. l’autore di Ultima Fermata a Brooklyn, personaggio ultraborderline qui calato in una estetica Genetiana.
Andy chi altro potrebbe essere se non il signor Warhola, vulgo Warhol, una polaroid sonora che guarda da una finestra della Factory scendere una neve non riducibile a piste sulle pareti a specchio dello studio. Alan’s Milk Dream, dedicata proprio ad Alan Vega, è devastante haiku materico che introduce Sylvia, Plath ovviamente, una pop song, oscura quanto le altre, permeata di una seduttività perturbante come alcune cose del primo Momus. Anne è Anne Sexton la poetessa, una melodia quasi Residents per un omaggio devoto e poi non poteva mancare Nico, la musa seduta in un angolo del cielo che ascolta Igort e ringrazia con voce profonda. A chiosa troviamo Velvet Night, loureediana quanto basta (non sarebbe sfigurata in Berlin) e Patetique, elegiaco finale di questo affresco di un’America che non è e che, di questo passo, non sarà mai più, patetica nel senso più deteriore.
Domo arigato sifu Igort.
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