Superbloom: la prigione dorata del dance-pop nostalgico
Abbiamo conosciuto Jessie Ware nel 2020 quando, con l’album What’s Your Pleasure?, è esplosa come nuova “Dancing Queen” e ha deciso di proseguire sulla strada del successo con il successivo That’s! Feels Good! (2023) fino ad arrivare a oggi, chiudendo la trilogia con il nuovo Superbloom. In realtà la cantante inglese, classe 1984, è attiva sulla scena da tempo. Il suo debutto discografico risale al 2012 e nel corso degli anni ha collaborato con personaggi del calibro di Roisin Murphy, Ed Sheeran, Sampa e Disclosure, fino a trovare una formula che, vestendola alla perfezione, le ha permesso di fare il salto e balzare agli onori della cronaca e della critica.
Jessie Ware 2026: Superbloom
C’è però un momento in cui la coerenza stilistica diventa una gabbia e smette di essere un pregio. Per Jessie Ware quel momento sembra essere arrivato e si è cristallizzato nelle tracce di Superbloom. Dopo il meritato trionfo (con qualche riserva per chi scrive) dei due album precedenti, la cantante britannica torna in pista con un lavoro che, fin dal primo ascolto, solleva un interrogativo scomodo: abbiamo davvero bisogno di un terzo capitolo identico ai precedenti? Addirittura con meno tentativi di evoluzione e un eccessivo ancoraggio allo stato dell’arte pregresso?
Superbloom non è un brutto disco, anzi! Ed è proprio questo il problema. La produzione non fa una piega ed è confezionato magistralmente grazie anche al tocco di James Ford e Stuart Price; tutto è suonato benissimo, ma il “già sentito” prende troppo il sopravvento al punto di diventare, a tratti, soporifero.
Le nuove canzoni
Intanto manca il brano di punta, o un singolo capace di restare impresso. I momenti in cui emerge un guizzo creativo più interessante li ritroviamo nella title track, in Sauna e No Consequences dove una dance decisa scuote leggermente un ascoltatore altrimenti annoiato. Per il resto Jessie Ware non si limita a citare il passato, da Donna Summer a Chaka Khan, ma sembra essersi rintanata in una comfort zone fatta di glitter e dancefloor vintage che non ammette infiltrazioni di contemporaneità o un minimo tentativo di innovazione. A ulteriore conferma di questa stasi creativa arriva Don’t You Know Who I Am?, un episodio che incarna alla perfezione quel che oggi definiremmo “cringe”.
Non ci resta che sperare in un nuovo corso. Ora che la trilogia dance è conclusa Jessie Ware deve trovare lo slancio per una nuova metamorfosi, in passato ha dimostrato ampiamente di avere talento e di saper cambiare pelle e proprio per questo va incoraggiata.
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