Scott walker

Articolo: Scott Walker, un tributo

Scott Walker 09/01/43 – 25/03/19

Scott walker

Prima cosa: avrei fatto volentieri a meno di scrivere queste righe, avrei preferito fossero destinate a parlare di un nuovo lavoro e non di una dipartita.

Seconda cosa: spero tanto che i lettori della nostra webzine non sappiano neppure di chi stiamo parlando. Significherebbe che, se incuriositi, avrebbero l’immensa fortuna di scoprire un tesoro che, nel nostro paese,è stato a lungo ignorato nonostante l’enorme importanza culturale che il signore in questione ha ricoperto nella musica pop, rock e finanche industrial…

Si spegne oggi, all’età di 76 anni, Noel Scott Engel che, con il nom de plume di Scott Walker, ha rivoluzionato, spesso suo malgrado, la musica popolare dalla metà degli anni sessanta sino agli ultimi lavori via 4AD che arrivano, con le ultime due soundtrack, al 2018.

L’esordio con i Walker Brothers

Si sappia che l’americano, perché la provenienza è quella anche se il grande successo arrivò in Inghilterra, fu fautore, insieme ad altri due sodali ovvero John Maus (alias John Walker) e Gary Leeds (alias Gary Walker), di una delle primissime proto boyband degli anni ‘60. Dove l’immagine contava eccome, ma la qualità musicale della proposta era già allora altissima. Il trio assunse quindi il fittizio cognome di Walker ed ecco nascere, appunto, i Walker Brothers.

Lo spleen pop di Scott Walker & Co.

Per farsi un’idea della loro popolarità scorrete alcuni video sul solito canale ma, ancora meglio, cercate i loro album dove tra Burt Bacharach ed orchestrazioni colte, già nelle canzoni originali si coglieva un piglio esistenzialista prodromo di dark e shoegaze. Su tutte si ascolti una delle primissime hit, The Sun Ain’t Gonna Shine Anymore.

 

Basta ascoltare come la voce baritonale di Scott Walker intona la prima parola che, non a caso, è Loneliness per evitare di protrarsi in ulteriori discorsi a cui meglio prestare orecchio che occhio. È  importante sottolineare come nelle canzoni scritte da Scott emerga sin da subito una nota di pessimismo prossimo più alla canzone d’autore europea che non alla pop star e che solo ascolti distratti non hanno colto sino alla fine ma che ha contraddistinto l’intera sua opera.

Scott Walker incontra Jacques Brel

La carriera del trio prosegue su vette di popolarità altissime ma Scott, evidentemente affetto da uno spleen innato, comincia a dedicarsi alla propria carriera solista sfornando 4 album contrassegnati esclusivamente da numeri progressivi (anche se in realtà, il 4 si intitolava Noel Scott Engel ma la mancanza di vendite lo costrinse a riprendere la numerazione progressiva…) che possono essere considerati dei veri e propri caposaldi di tutta una musica ancora a venire.

 

Non a caso, è in questi lavori che Scott introdurrà nel pop Jacques Brel facendolo conoscere anche alle platee più popolari attraverso le traduzioni delle sue chanson in inglese. E, soprattutto, sono questi lavori  che hanno indubbiamente influenzato, sia per stile che per utilizzo della voce sia per entrambe le cose, scrittura compresa, figuri a partire da David Bowie, Nick Cave, Julian Cope, Marc Almond, Neil Hannon dei Divine Comedy e persino Jarvis Cocker che ebbe la fortuna di averlo come produttore nell’ultimo album dei Pulp, We Love Life.

La rinascita di Scott Walker

Palesemente poco propenso alla sovraesposizione e vittima suo malgrado di piacevole aspetto che ne fece all’epoca idolo di ragazze e poco compreso dai suoi contemporanei, Walker cade in un fase depressiva. Troverà rifugio presso un monastero dove passerà gli anni che lo traguarderanno (gli episodi solisti usciti dopo Scott 4 sono da considerarsi timbro di un cartellino discografico e poco più…) a metà degli anni ’70 quando  regalerà due immensi brani nella reunion dei Walker Brothers,  ossia Nite Flight (poi coverizzata anni dopo da Bowie stesso al limite del trattamente xerox tanto era già perfetta) e The Electrician.

 

I cinefili più accaniti l’avranno ascoltato all’inizio di quel capolavoro nascosto che è Bronson di Nicolas Winding Refn. Mentre nel 1984 regalerà una sorta di neoesordio della sua fase più sperimentale con Climate Of Hunter. Un lavoro assolutamente avanti se non oltre i giorni nostri, sui tempi e sulle orecchie degli ascoltatori che all’epoca lo confusero come un neofita new wavers…

Tilt

Ci vorranno altri 11 anni prima che l’uscita di Tilt sancisca lo status, che lo accompagnerà sino ai giorni d’oggi, di artista assolutamente fuori da ogni canone. La canzone perde la sua forma strutturata nota, diviene recitato con accenni lirici e, al tempo stesso, industrial. I testi parlano di Pasolini e di feroci combattimenti animali, il tutto permeato da un uso non convenzionale di strumenti convenzionali dove si stenta a riconoscere persino da quali fonti i suoni stiano uscendo. La title track poi resta un totem insuperato di country ossianico, altrimenti non saprei come definirla ma fa parte da 24 anni del mio DNA.

 

Il silenzio che seguirà sino all’uscita successiva sarà interrotto solo da una cover di Bob Dylan, I Threw It All Away, sotto la direzione musicale di Nick Cave per una oscura colonna sonora. E la soundtrack di Pola X di Leo Carax (o, ancora, The Childhood of a Leader) che è invece manifesto programmatico di quello che sarebbe arrivato in seguito.

The Drift e Bish Bosch

Nel 1995 esce quindi The Drift, un monolito per molti impenetrabile dove trovano spazio Mussolini e Jesse Presley, il gemello morto. Oltre a un utilizzo di rumori orchestrati come se Francis Bacon avesse deciso di passare dalla pittura alla musica e che potrebbero far apparire candidi provocatori persino i Throbbing Gristle. Lavoro difficilissimo ed estremamente esigente nei confronti dell’ascoltatore, The Drift pare essere quindi il punto di non ritorno di un approccio sia alla voce che alla musica che non ha più nulla di convenzionale. Invece, appena sei anni dopo, nel 2012 arriva Bish Bosch a scombinare ulteriormente le carte (?) in tavola.

 

Con le sue orchestrazioni da lounge dell’oltretomba e con rumori di percussioni che sembrano provenire da carcasse (sottolineo sembrano), Scott Walker definisce il suono di una Apocalisse già avvenuta dove la melodia è stata sconfitta in nome di un neotribalismo di marca occidentale assolutamente inedito, blasfemo e profano.

Scott Walker incontra i Sunn O)))

Inaspettatamente, solo due anni dopo, visti i tempi lunghi a cui ci aveva abituato, Scott Walker esce con una collaborazione con i Sunn O))). Soused è un crocicchio dove la voce di Walker, sempre più prestata alla musica popolare da un teatro dell’opera che mai si realizzerà, declama su droni sonori ipnotici e devastanti propri della formazione e ci regala una Brando che difficilmente riuscirò ad ascoltare nei prossimi giorni.

 

Si chiude quindi oggi una delle parabole artistiche più alte e, al tempo stesso, qui da noi meno conosciute che abbiamo attraversato gli ultimi sessant’anni di musica. E, per citare l’amico e fan che gli dedicò addirittura un film omaggio, 30th Century Man (cercatelo…) si spegne l’ennesima blackstar e ancora così non se ne vedono all’orizzonte. Un’altra brutta giornata per il sottoscritto.

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Marcello Valeri

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Collaboratore per testate storiche (Rockerilla, Rumore, Blow Up) è detestato dai musicisti che recensisce e dai critici che non sono d'accordo con lui e che , invece, i musicisti adorano.

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