jesu sun kil moon

JESU / SUN KIL MOON (Rough Trade – 2016)

 jesu sun kil moon

di Antonio Vivaldi

Era il 2003 e l’ascolto di Ghosts Of The Great Highway, primo album di Mark Kozelek a nome Sun Kil Moon provocò un senso di fastidio destinato a durare. Quanta presunzione e quanto poco rispetto nei confronti dell’ascoltatore in quello stream of consciousness esistenzialista, melmoso e tetro che poco si curava di una cosuccia di dettaglio come la melodia (persino Charles Manson sapeva scrivere melodie, persino lui, fu uno dei pensieri scatenati da quel deprimente ascolto). Occorsero dieci anni per riaccostarsi a Kozelek e fu l’album Benji a cambiare le cose: stavolta la sarabanda di funerali, disgrazie e psicosi dei testi veniva veicolata da strutture sonore più intense: ballate acustiche  ipnotiche, interpretate a mezza via fra laconicità e un pathos onnicomprensivo e debordante. Lo scorso anno Universal Themes riproponeva le stesse situazioni, addensando le stratificazioni sonore e risultando alla lunga abbastanza faticoso. Ora l‘inesausto Kozelek sembra avere trovato un nuovo vallone entro cui incanalare il suo torrente di parole e associazioni mentali nella persona di Justin Broadrick dei Jesu, rockisti dal riverbero facile. Questo disco in duo funziona in modo piuttosto semplice: Kozelek ci mette le parole e l’intenzione (sempre dolente, ma con un paio di passaggi sentimentali e quasi teneri) e Broadrick associa suoni  conseguenti tramite chitarre distorte, tastiere ed elementi elettronici, peraltro sempre mantenendo la struttura circolare che caratterizzava i pezzi dei due dischi precedenti. L’idea non sarebbe male se non fosse per due problemi. Il primo è che Broadrick non è mai memorabile nelle sue frasi strumentali e solo in rari momenti fa quel che dovrebbe fare: incalzare il canto, costringerlo a schiodarsi dal suo flusso narcotico. Il secondo problema è legato al Kozelek scrittore il quale, se  affrontato in un momento di scarsa disponibilità emotiva (tipo quando vorresti sentire il nuovo Massive Attack), rischia di sembrare un nerd della sfiga. Succede, ad esempio nell’unica quasi canzone del disco, Fragile, in cui il dolore per la morte di Chris Squire degli Yes si mischia con un’analisi delle canzoni degli Yes medesimi, alcune considerazioni sui bassisti rock (con menzione di John Paul Jones) e il ricordo dell’amico Christopher finito, ovviamente, male. Ah, c’è un terzo problema: il disco dura 80 lunghissimi minuti!

6/10          

 

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