Yung Lean – Stranger Recensione
Year0001 – 2017

Recensione: Yung Lean – Stranger

L’emo rap trova un interprete perfetto in Yung Lean.

Yung Lean – Stranger Recensione

Year0001 – 2017

La morte per overdose del giovanissimo Lil Peep, pochi giorni fa, ha portato alla ribalta un nuovo (fra i molti) sottogeneri del rap: l’emo rap, nel quale Yung Lean, con il suo terzo disco, Stranger, è esponente di spicco. Per emo rap si intende un tipo di produzione ispirata musicalmente dall’hip-hop, ma che sostituisce tematiche emo (depressione, autodistruzione) a quelle più consuete del rap. Che la crew dalla quale esce Yung Lean si chiami SadBoys è già tutto un programma. Così come il suo nome: Lean viene dal middle name di Jonatan Leandoer Håstad, ma è anche un drink a base di codeina.

Yung Lean tra America e Svezia

Come si sarà capito dal nome, Yung Lean è svedese. Nel 2013, a sedici anni, ha piazzato insieme ai SadBoys alcuni successi su youtube. E da lì ha inciso alcuni mixtapes e due dischi ufficiali prima di Stranger.  Nel 2016 è apparso su Blonde di Frank Ocean, un disco che con l’emo ha non poco a che fare, pur appartenendo a ben altra categoria. Nel frattempo a Miami Yung Lean incideva il suo secondo disco, Warlord, ma al termine del soggiorno americano finiva ospedalizzato prima a Miami, poi in Svezia per una crisi psicotica. Il video di Miami Ultra dove, abbigliato con un colorato vestito femminile, si scava la fossa sembra dirla lunga.

 

Ma dalla crisi Yung Lean emerge con Stranger, decisamente quanto di più compiuto abbia fatto finora. Jonatan Leandoer non è un granché come rapper, anzi il più delle volte neppure ci prova. E le basi sono classificabili come hip-hop solo in senso lato. Le contaminazioni pop e indie appaiono evidenti. Come dice lo stesso Jonatan, “se fossero gli anni ’70 sarei un artista punk. Ma sono nato nell’hip-hop”.

Stranger è un esperimento affascinante

I temi di Stranger sono tipici del genere, ma la scrittura di Yung Lean ha qualcosa dell’immaginario europeo, e nordico in particolare, che lo rende differente dalla media. Red Bottom Sky, con la ricorrente menzione del ghiaccio, è anche musicalmente il brano che colpisce per primo e che resta subito impresso. Strano che come video sia stata scelta invece Metallic Intuition.

Altrettanto atmosferiche sono Iceman e Fallen Demon, nella quale Yung Lean dichiara “I’m addicted to the feeling, I can’t get it out / I feel sick into the ceiling, hurt to see my life”. Ed è solo il preludio al brano-manifesto di Stranger: Agony. Qualche nota di piano leggermente stonato, al pari di Yung Lean, che canta “Take a pill and go to sleep / I’m chasing witches in the street / I’m the last page in your book / Can’t write a song, only do hooks”; la canzone si chiude con un coro di bambini e lascia una sensazione inquietante.

Anche sotto il profilo musicale Stranger è un disco strano, fuori da ogni genere ben definito, una specie di crossover fra l’ambient e l’hip-hop. E’ molto lontano dall’essere perfetto o un capolavoro, sia chiaro. Soprattutto nella parte centrale risente di una eccessiva semplicità tanto nella musica quanto nell’esecuzione vocale di Yung Lean, e rischia di suonare ripetitivo. Eppure alla fine affascina, cattura, più di altri dischi meglio riusciti, come capita con un certo squallore urbano dal quale ci sentiamo attratti anche se ci guarderemmo bene dal volerci vivere.

Yung Lean – Stranger
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