Tristan Da Cunha – Maris Stella: il mare come mistero e fonte d’ispirazione.
Colpevolmente non conoscevo i Tristan Da Cunha. A colmare questa mia lacuna ha provveduto il bel concerto a cui ho assistito in occasione del Tagofest tenuto a fine settembre a Pisa. Qui ho potuto anche procurarmi tutti i loro dischi.
I Tristan Da Cunha prendono il nome da una sperduta isoletta del Sud Atlantico che ha la particolarità di essere l’isola che si trova a maggior distanza dalla terraferma, e ispirano la loro poetica a un immaginario legato all’isolazionismo e alla solitudine, ma anche all’immensità del mare e agli uomini che lo percorrono. Questo ultimo lavoro fa espresso riferimento al diffuso culto di Maria protettrice dei marinai, raffigurata nella copertina in un bianco e nero sfuggente, molto sfumato che dà un senso di incertezza, quasi di un miraggio e corrisponde perfettamente alle sonorità evocate dalla musica.
La band proviene da Pavia ed è al quinto disco in dieci anni di carriera, Maris Stella è il primo a uscire per la Boring Machines e ne celebra i venti anni di vita. Da ricordare anche la partecipazione nel 2023, insieme a Paolo Monti e Giulia Parin Zecchini, al bel progetto Bosco Sacro. Questo lavoro vede l’innesto di Nicolò Vara alla viola che si unisce così al fratello Francesco alla chitarra e campionamenti e a Luca Scotti alla batteria e percussioni.
Il fantasmatico fluire di Maris Stella
Maris Stella si compone di nove movimenti e il disco appare come un fluire continuo, fra ondate di malinconia e brevi squarci di luce, un’opera avvolta nel mistero, dimensione consona alla band se si pensa che il loro precedente lavoro si intitolava Hidden Sea, dalle atmosfere intrise di spiritualità e misticismo
Fin dall’enigmatico Preludio, con il suo stile neoclassico alla Arvo Pärt, ci si immerge in atmosfere fantasmatiche fra vascelli fantasma, vischiose bonacce, paesaggi letterari da Conrad a Mutis a Melville; un immaginario che le musiche incantatrici dei Tristan Da Cunha evocheranno lungo tutte le nove tracce del disco.
Se la musica da camera della title track ci pervade di struggimento romantico nel farci sentire soli di fronte all’immensità e alla forza del mare, A Tidal Wave Will Push Them to the Light dilata il suono verso il post rock con i languori della viola temperati dagli interventi delle percussioni. Womb incede lentamente verso l’impennata finale e Wound è torbida e inquieta, sospesa fra paura e attrazione come il respiro ravvicinato di un cetaceo. I cori tingono di sacralità e ritualità la cupa e drammatica The Veil, elemento sottolineato dal bel video. Chiude la potente, ipnotica Continuum sorretta dal maestoso incedere dei tamburi, mentre synth, chitarra e droni di viola creano paesaggi a metà strada fra Godspeed You! Black Emperor e Sigur Rós.
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