Franco Califano – Tutto Il Resto È Noia
Ricordi - 1977

Articolo: Miracoli italiani 7 / Franco Califano – Tutto Il Resto È Noia

Ad Alberto, portiere d’un albergo romano, che lo amò in vita, lo pianse in morte e ancora lo canta

Miracoli italiani dimenticati … è il turno di Franco Califano – Tutto Il Resto È Noia

N’ho conosciute tante de mignotte. // Ma te lo giuro tu, le freghi tutte”. Si apre così Secondo Me l’amore… (So’ Distrutto), con un distico di endecasillabi perfetti, degno di Marziale. Fu così che andai a sbattere, adolescente, in Franco Califano. Fu subito amore e i debiti di gioventù, si sa, più ancora di quelli di gioco, vanno pagati. Chi lo ha amato con passione o detestato francamente lo ricorderà come crede e come può. Poeta di borgata, guascone impenitente, entertainer da night club, giullare della mala, volgarone belloccio da fotoromanzo, filosofo puttaniere, playboy dalla battuta grassoccia o “cantautore drogato”, come si definì lui stesso in Razza Bastarda. Sulla sua lapide nel cimitero di Ardea, dove Francesco, in arte Franco, riposa (forse) dal 30 marzo 2013, ha voluto fosse inciso “Non escludo il ritorno”.

Franco Califano

La tomba di Franco Califano

Un simile epitaffio basta già a riscattare una vita, figuriamoci una parabola musicale che nel 1977 tocca l’apice con due album epocali ed anomali (Tutto il Resto È Noia e Tac…!) per poi, mantenutasi per un po’ su di un piede in precario e fuggevole equilibrio, disegnare una linea discendente, a tratti rovinosa ma comunque punteggiata di autentica polvere di stelle e di una vera e propria (comme il faut, inattesa) resurrezione. Sgombrato il campo dal personaggio, Califano, autore fra i più fecondi del Dopoguerra, fino all’ultimo respiro (e anche dopo) è capace di disseminare gemme abbaglianti anche sotto cumuli di letame, accontentandosi  di scrivere canzoni indimenticabili, incise nel costume che muta e nella memoria stabile di un Paese che fra la seconda metà degli anni Sessanta e l’alba dei Settanta vive intera la parabola di splendore e miserie del miracolo italiano e del suo amaro risveglio.

Gli esordi

E La Chiamano Estate (1965) insuccesso di Bruno Martino e poi classico inossidato di Mina, La Musica è Finita (1967) e Una Ragione Di Più (1969) per Ornella Vanoni, Un Grande Amore E Niente Più (1973) per Peppino di Capri, Minuetto (1973) per Mia Martini, sono soltanto alcune delle perle che Califano fa rotolare ai piedi delle stelle e stellette della canzone italiana, scrivendo pensieri e parole, meno di frequente musiche, ché troppa confidenza con gli strumenti non l’ebbe mai – e mai lo nascose – restando sempre uno straordinario versificatore, non a caso più a suo agio nelle strofe che nei ritornelli, impareggiabile evocatore di rovine e morte stagioni, di amori franti e di solitudini incipienti, anche per via di titoli memorabili. chansonnier in italiano ed in romanesco, Califano alza però gli occhi anche al mondo della poesia e della musica in francese, e se Une Belle Histoire di Michel Fugain diventerà nel 1972 Un’estate fa, nessuno potrà poi più dimenticare quella ‘storia di noi due’ che si incenerisce con l’autunno.

Un autore di canzoni

Scrittore di canzoni Califano, per istinto e intima vocazione, ben prima che di raccolte o di dischi, sull’onda del successo arrisogli per bocca altrui si offre in proprio nel 1972 con ‘N Bastardo Venuto Dar Sud. L’esordio è acerbo, ma gli ingredienti ci sono già tutti, con le mani che affondano nella vita calda dei quartieri popolari e nel dialetto romanesco (Semo Gente De Borgata), e il primo grande monologo a tema (la donna dalle mani bucate) Beata Te… Te Dormi, in cui tuttavia il patetico sopraffà l’irriverenza.  In equilibrio precario e instabile, in bilico come sarà sempre fra melò, parodia ed eco di stornello, fra discese ardite e risalite rare e inaspettate, l’ispirazione di Califano fa centro pieno soltanto con L’urtimo Amico Va Via, che pizzica le corde da lì in poi sempre vibranti di una gioventù che si incenerisce e della tassa che con la maturità invariabilmente si paga alla vita.

Secondo Me l’Amore… (So’ Distrutto)

Califano è un fiume in piena creativa e appena qualche mese dopo è la volta di Secondo Me l’Amore… (So’ Distrutto). Nel piccolo e immobile laghetto della musica popolare del nostro Paese, la canzone che dà il titolo all’album cade come macigno in uno stagno e annega nel ridicolo il moralismo catto-democristiano della vita pre e post matrimoniale. Una donna libidinosa e mai sazia, il turpiloquio ed il sesso dilagano, politicamente scorrettissimi, in un mondo fatto fino ad allora di figurine tutte cuore e amore.

 

Difficile oggi comprendere quanto quella svolta linguistica sia stata libertaria e liberatoria conquista. Dopo sarà più facile, per le due cattive ragazze della musica italiana, Patty Pravo e Loredana Bertè, sfondare analoghe e anche più resistenti barriere. Dopo il bellissimo Pazza Idea del 1973 della Pravo (e quale sia l’idea pazza ormai lo sanno tutti) la Bertè avrà buon gioco con il quasi inascoltabile Streaking (1974) a mostrarsi nuda in foto e ad urlare un liberatorio “Cazzo!”, confessando veri o presunti pruriti saffici. Renato Zero, in bilico fra travestimento e provocazione estetica, arriverà buon ultimo, infilando tutti con Zerolandia (1978), maestro nel far credere di essere arrivato primo.

Dopo questa rottura delle acque violenta e liberatoria dominano perdita e disillusione, con È La Malinconia, mesta constatazione dell’impossibilità del combaciare di passato e presente nella corsa inarrestabile degli anni, con il rassegnato apologo sulla dispersione della felicità di Felici Noi e con l’incanto agro, da sogno svanito in una notte d’estate di Notti d’Agosto, in cui già risuonare i rintocchi di un senso di precarietà esistenziale e di vuoto interiore che saranno il leitmotiv di un’intera esistenza e di una vocazione di scrittura a cui non manca la lucida consapevolezza di un prossimo futuro di compromessi, in Poeta Saltimbanco, cronaca di una prostituzione annunciata.

1977: Franco Califano – Tutto Il Resto È Noia

Califano, uomo di canzoni e non di dischi, ma non di meno uomo che del suo tempo ha vizi e virtù, non può fare a meno di ammalarsi del morbo del decennio, il concept album (ne sarà contagiato anche Claudio Baglioni, con Questo Piccolo Grande Amore). De L’Evidenza Dell’Autunno (1974), variazioni sul tema archetipico della fine dell’estate e della giovinezza e del sopravvenire di una autunnale maturità, restano un titolo meraviglioso e la canzone omonima, fra le più belle che siano mai state scritte sullo svaporare pigro ed alcionio dell’estate. Ed è così che si arriva al 1977, annus mirabilis e davvero formidabile per Califano, momento cruciale di una carriera che da quel momento si registra sul calendario perpetuo della storia della musica e del costume italiani.

Franco Califano – Tutto Il Resto È Noia

Ricordi – 1977

Esce Tutto Il Resto È Noia e Franco Califano, dannunziano di borgata, amante della vita inimitabile, dei locali notturni, delle bische e della coca, si trova immerso, fuori Roma, nel milieu della Milano popolata dai bravi ragazzi di Francis Turatello, ben ricostruito nella biografia romanzata di Antonella d’Agostino Francis Faccia d’angelo. La Milano di Francis Turatello. Contrariamente al prevedibile e al titolo, l’album è tutt’altro che un inno vitalistico e uno sfoggio muscolare di eros. Califano si afferma qui e per sempre come disilluso, leopardiano cantore della noia e dell’inevitabile insufficienza del piacere, a cui pure si è condannati. All’orizzonte di questo triste e smargiasso epicureo, il terrore di una senilità incipiente, il fallimento inevitabile di un mediocre superuomo erotico – da cui scaturisce il comico- l’attesa di un destino di solitudine e sconsolati presagi di turpis senectus.

Un disco da un milione di copie

La foto di copertina di un album che in una settimana venderà oltre 1 milione di copie, ermetica per i più quanto una poesia di Oreste Macrì, parla al contrario con chiarezza inequivoca e ritrae il nostro con in braccio Eros Turatello, figlio di Francis, boss della malavita lombarda, rivale sanguinario di Vallanzasca, in arte “Faccia d’Angelo” e secondo alcuni figlio del boss italoamericano Frank “Tre Dita” Coppola, a cui Califano fu fraternamente legato fino all’efferato mortale accoltellamento in carcere nel 1981.

Franco Califano – Tutto Il Resto È Noia

Francis Turatello

Vita e morte di Turatello, re delle bische, dei locali e della prostituzione milanese, saranno in bene e in male determinanti per la carriera del cantante. La storia dell’amicizia fra i due, il legame intenso con il figlio di lui, saranno rievocati con notevole onestà intellettuale nell’autobiografico Senza Manette, scritto nel 2008 da Califano con Pierluigi Diaco, in cui Faccia d’Angelo vi appare come il sentimentale capace di commuoversi ascoltando Fijo Mio e come il killer spietato che può un attimo dopo spararti in faccia.

Tutto Il Resto È Noia cementa la fortuna di Franco Califano

Tutto Il Resto È Noia è un susseguirsi di pezzi memorabili, costantemente in bilico fra ben calibrato melò e gusto della parodia, fra melodia e scavo d’autore, percorso com’è di una vena scura di malinconia virile, ma anche da un brio espressionistico e teatrale irriverente e non di rado irresistibile.

 

M’innamoro De Te, dallo spleen pigro e indolente, certifica già in apertura l’esaurirsi della forza vitale, in una visione sfibrata dell’amore come necessità egoistica di vincere la solitudine. In La Vacanza Del Fine Settimana, monologo memorabile sulla mania dello sci, rivive, portata a livello autoriale, la tradizione del teatro giudaico-romanesco, che aveva il suo tempio nel Teatro Rossini, e che trova in Califano un erede ed un interprete insuperato. Roma Nuda, elegia notturna d’accento pasoliniano, con il suo incedere puntato e cabarettistico, è forse il momento più intenso dell’album, primo grande inno alla vita randagia e alle puttane, a cui farà seguito il più noto, ma non più bello, La Mia Libertà (nell’omonimo album del 1981). Bimba Mia è invece la prima, grande declinazione del tema della donna amante e figlia infine ribelle al suo pigmalione, che tornerà poi, con minor forza poetica, in Monica.

La title track e un finale politicamente scorretto

Della canzone Tutto Il Resto È Noia, assurta alla proverbialità e all’antonomastica, c’è poco da dire, se non che Califano non ne amò mai particolarmente le parti musicali, ritenute impari ai versi, e se non registrarla come la plastica cronistoria di una vita destinata a vedere risorgere ed appassire il piacere, fino all’infinita vanità del tutto. Il dittico che segue – l’elegante bossa nova di Buona Fortuna Annamaria e la mai troppo lodata Un passo dietro un passo – è una fine riflessione, questa volta distesa e rasserenata, sull’esaurirsi dell’amore e sul tema caro al nostro della ‘grandezza nell’addio’. E chi saprebbe sintetizzare meglio di così: “Nun semo ragazzini / che s’illudemo a fa’. // Spegnemo li violini / smettemo de sonà”. Nessuno, appunto.

 

Si arriva alla fine d’un fiato e senza un attimo di stanchezza, con la scissione interiore di Sto Con Lei (portata al successo da Ornella Vanoni), con la poco nota Vivere E Volare, autoanalisi di una frenesia di vita che maschera un desiderio di morte, e con l’altro grande pezzo dell’album, Una Favola D’Estate, che su ritmi mariachi declina il tema eterno della fine dell’estate come momento di separazione e perdita. Spezza il ritmo, con ironia e saporoso turpiloquio, il finale calembour Pasquale L’Infermiere, geniale e politicamente scorrettissima variazione sul tema della paternità incerta.

Fra i dischi italiani più belli

Rolling Stone ha catalogato il disco al 57° posto fra i 100 dischi italiani più belli di sempre e ci pare sia stato timido e pauroso, non soltanto verso un album bello e inclassificabile, ma soprattutto verso un autore restio ad ogni catalogazione e, fra mille inciampi della sorte, fino all’ultimo fedele alla propria vocazione di chansonnier popolare e raffinato. Franco Califano, perseguitato dalla smania di successo e dal lato oscuro della bella, facile e dolce vita, ma anche da una vocazione tenace ed ossessiva alla dissoluzione e alla dispersione di sé, dà voce come nessun’altro, nel panorama della musica popolare di allora, a quel tempo incerto e di trapasso di un Italia che già intravede un “autunno malinconico” in cui, sperperati quei pochi spiccioli di illusione e di vita, non restano che il tedio e il vuoto a fare da compagni. C’è ancora il tempo per qualche anno di follia, poi la vita presenterà il conto, sotto forma di biglietto per un personale viaggio all’inferno.

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Enio Bruschi

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Ha iniziato ad ascoltare musica nel 1984. Clash, Sex Pistols, Who e Bowie fin da subito i grandi amori. Primo concerto visto: Eric Clapton, 5 novembre 1985, ed a seguire migliaia di ascolti: punk, post punk, glam, country rock, i pertugi più oscuri della psichedelia, i freddi meandri del krautrock e del gotico, la suggestione continua dell’american music. Spiccata e coltivata la propensione per l’estremo e finanche per l’informe, selettive e meditate le concessioni al progressive. L’altra metà del cuore è per i manoscritti, la musica antica e l’opera lirica. Tutt’altro che un critico musicale, arriva alla scrittura rock dalla saggistica filologica. Traduce Rimbaud.

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