A oltre 20 anni dalle prime, Madonna propone le sue Confessions II.
“Dobbiamo ballare, celebrare e pregare con i nostri corpi. Sono cose che facciamo da migliaia di anni: sono vere e proprie pratiche spirituali. Dopotutto la pista da ballo è uno spazio rituale. È un luogo in cui ci si connette: con le proprie ferite, con la propria fragilità. Fare rave è un’arte. Significa spingersi oltre i propri limiti e connettersi a una comunità di persone affini. Suono, luce e vibrazioni rimodellano le nostre percezioni, trascinandoci in uno stato di trance. La ripetizione del basso non la sentiamo soltanto, ma la percepiamo, alterando la nostra coscienza e dissolvendo ego e tempo”.
Con questa riflessione antropologica alla Lévi-Strauss (nientemeno!), Madonna ha annunciato, sul suo sito ufficiale, l’uscita del tanto atteso Confessions II. E non potrebbero esserci parole più indicate per definire non solo l’ultimo capitolo della “queen”, ma un universo musicale che, piaccia o meno, continua a godere di ottima salute. Del resto, è stato detto di tutto e di più prima della data di pubblicazione dell’album, al punto che scrivere una nuova recensione rischia di essere superfluo. Sapevamo già che sarebbe stato il miglior disco di Madonna degli ultimi vent’anni, sapevamo che la presenza di Stuart Price sarebbe stata una garanzia ed eravamo certi che, dopo l’ascolto dei due singoli usciti, saremmo stati ricatapultati nell’epoca gloriosa di uno dei suoi capolavori. Confessions On A Dance Floor (2005), insieme a Like A Prayer (1989) e a Ray Of Light (1998) è, per chi scrive, un disco fondamentale per la storia del pop.
Un sequel rischioso
Quello che non ci siamo chiesti è perché Madonna abbia scelto di guardare al passato per un decoroso ritorno. Avrebbe potuto chiamare a raccolta i più grandi autori e produttori esistenti e consegnarci un ultimo capolavoro. E invece ha deciso di concentrarsi su un disco, su un periodo, e di conseguenza su un ambito, e sfornare un dignitoso quanto rischioso sequel. Le risposte sono tante e non c’è che da sbizzarrirsi. Forse celebrare un glorioso passato le permette di riappropriarsi del suo primato? O forse l’industria musicale tende a emarginare le popstar mature che inseguono trend giovanili? O forse ancora tornare in un ambito già dominato riduce il rischio di suonare fuori tempo massimo? Perché, diciamolo, dati alla mano e non me ne vogliano i fan, gli ultimi episodi di Madonna non hanno certo brillato per numeri stratosferici. Collaborazioni discutibili (Quavo, Maluma), strizzate d’occhio a un contesto musicale contemporaneo fuori target e cambi di casa discografica e produttori non hanno giovato al mantenimento dello status della regina indiscussa del pop, mentre nuove leve raggiungevano le vette un tempo occupate da Lady Ciccone.
Madonna 2026
Confessions II non contiene una nuova Hang Up e non cerca il singolo perfetto. Nel nuovo album Madonna sembra aver ritrovato una sorta di misura e un proprio centro artistico: meno provocazione fine a sé stessa e più consapevolezza. Non si sa se ci sarà un nuovo tour e va bene così. Anche le ultime esibizioni live hanno suscitato qualche perplessità: Madonna non è Tina Turner. Ed è proprio questa serenità creativa, questo essere nei propri panni, a rendere il disco uno dei capitoli più riusciti della seconda parte della sua carriera. Quindi nessun tormentone, ma una serie di piacevoli “tormentini” che costruiscono un percorso coerente in cui la pista da ballo diventa non solo il luogo della memoria, ma anche quello dell’accettazione e della catarsi. Un bel prodotto, quindi, il cui unico limite potrebbe essere l’eccessiva lunghezza: sedici tracce e oltre sessanta minuti di durata complessiva, una selezione più severa avrebbe accresciuto l’incisività.
Le nuove canzoni
Si parte benissimo. Il primo singolo, che apre l’album, I Feel So Free suona come una dichiarazione d’intenti che non lascia dubbi. Siamo in piena era “Confessions”. Ma ancora di più siamo nel tour che ha seguito quel fortunato capitolo. Uno show che si apriva con un’enorme mirror ball dalla quale usciva Madonna che, recitando sulle note di Future Lovers, apriva le danze. Altrettanto emblematica è l’apertura di I Feel So Free: “Thanks for coming, sometimes I like to just hide in the shadows, create a new persona, a different identity, I can be whoever I wanna be”, un incipit che fa il paio con l’iconico “Would you like to try?” del passato. Anche qui i fantasmi di Donna Summer e Giorgio Moroder si fanno sentire piacevolmente.
Si prosegue con una manciata di canzoni meno potenti ma non meno gradevoli; il pop annacquato di Bring Me Your Love, secondo singolo, con Sabrina Carpenter, funziona e gli ascolti lo premiano. Danceteria, un omaggio ai club newyorkesi dei tempi che furono, è un concentrato di energia e memoria sostenuta da una melodia particolarmente azzeccata, senz’altro uno dei momenti migliori del disco. Ancora Read My Lips e Everything tengono vivo il ritmo senza cadere troppo nell’autocitazione. Vanno bene anche le altre due collaborazioni: Bizarre con Martin Garrix e My Sins Are My Savior con un ritrovato Stromae, canzoni che scavano tra i ricordi con una rara maturità nella sua recente discografia. Fragile è il pezzone pop perfetto piazzato in dirittura d’arrivo, ci riporta ancora più indietro del 2005 ai tempi in cui la dance di Madonna era meno “deep” e più melodica.
Per finire Betrayal, con citazioni addirittura di Satie su un tappeto di synth morbidi e un beat che pulsa, è un altro momento ben riuscito, mentre si può passare oltre a The Test (Ft. Lola Leon, la sua figlia maggiore). Ottima, infine, la chiusura con L.E.S. Girl, un brano elegante e quasi cinematografico in cui la linea melodica si sviluppa lentamente, in una ballata dall’atmosfera notturna. La voce di Madonna appare serena, consapevole e quasi riconciliata con il suo ingombrante passato. E proprio in questa scelta, lontana da effetti speciali, che emerge la forza di Confessions II, l’album più recensito del momento e che forse adesso merita solo di essere ascoltato. Anche perché con gli ascolti migliora.
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