Un disco di inattesa potenza: Jack White – Frozen Charlotte.
Inizia con il botto il nuovo disco di Jack White, Frozen Charlotte: G.O.D. and the Broken Ribs ha un piglio da predicatore apocalittico, con i suoi riferimenti che spaziano da Adamo ed Eva a Wall Street, e inanella un riff dopo l’altro con furore. L’avevamo già ascoltata come insieme alla b-side (si sarebbe detto una volta) Derecho Demonico, nonché eseguita dal vivo in vari programmi, tra cui il Saturday Night Live, ma giustamente White la spinge in avanti anche sul disco, consapevole della potenza del pezzo.
L’uscita dell’album è fissata per il 10 luglio 2026, stessa data in cui prenderà il via un tour nordamericano, mentre in Europa – inclusa l’Italia – ci sono state già varie date introduttive.
Cosa rappresenta la copertina?
La copertina attrae subito lo sguardo: riproduce la scultura di una bambola realizzata dallo stesso Jack White nell’ambito della sua mostra “These Thoughts May Disappear” alla Newport Street Gallery di Londra. Raffigura un teschio (death’s head) posto sul corpo di una Frozen Charlotte, un tipo di penny doll ispirata a una ballata popolare su una fanciulla morta assiderata. La Frozen Charlotte è una particolare bambola in porcellana (china) prodotta artigianalmente in un unico pezzo solido e priva di giunture tra il 1850 e il 1920 circa. Si trattava di oggetti generalmente molto economici — da cui anche il nome penny doll, riservato soprattutto agli esemplari piccoli e a buon mercato — che godettero di notevole popolarità in epoca vittoriana.
La band e lo stile del disco
Sul disco, a parte ovviamente White, che compone e produce, oltre a suonare la chitarra e cantare, ci sono Patrick Keeler alla batteria, Dominic Davis al basso, Bobby Emmett alle tastiere. È la band che l’ha accompagnato direttamente dall’ultimo tour alla sala di incisione, e si sente.
Non viaggiamo in territori molto diversi da No Name, ossia un blues rock granitico, costruito intorno ai riff di chitarra. In più, dalla sua, Frozen Charlotte ha una foga che il precedente raggiungeva solo a momenti. Oltre alla già citata G.O.D. and the Broken Ribs, diversi momenti (per esempio Raising the Grain, You’ll Never Fix Me e Thick as Thieves) suonano veloci, urgenti, incalzanti, aggiungendo qualcosa di nuovo al “canone” Jack White. Più tradizionali altri momenti, come il singolo, già uscito, Dollar Bill.
Neighbors Blues: una conclusione eccellente
C’è poi, in Frozen Charlotte, un finale straordinario: Neighbors Blues, unico brano superiore ai cinque minuti (lì dove nessuno degli altri arriva a quattro), in cui trova un riff lancinante che mette i brividi al pari della narrazione che sembra rinviare alla psicosi dell’America contemporanea: “Got so many problems / That my neighbors think they can fix / And I ain’t got no problems / That my neighbors think they cannot fix / Yeah my hedges are too high aren’t they? They want to keep an eye on me / So they can get their licks” (Ho così tanti problemi / che i miei vicini pensano di poterli risolvere. / E non ho nemmeno un problema / che i miei vicini credano di non poter sistemare. / Già, le mie siepi sono troppo alte, vero? / Loro vogliono tenermi d’occhio, / così possono prendersi le loro soddisfazioni).
Serve un po’ come chiusura logica di questo ottimo album: con lo sguardo apparentemente rivolto alla musica del passato, di fatto Jack White parla al presente, del presente.
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