Lenny Kaye - Goin' LocalYep Rock Records

 Lenny Kaye, l ’outsider indispensabile.

 “Music exists in the present tense”. Come a dire: tenetevi pure la nostalgia. Per me la musica resta una maniera di vivere per indagare il senso dell’essere, il tempo che passa, la mortalità, l’identità. La connessione speciale tra gli esseri umani, per dirla tutta in una volta.

È la filosofia artistica, semplice e profonda, di Lenny Kaye. Il distinto, pacifico e allampanato rocker il 27 dicembre compirà ottant’anni tre giorni prima della sua gemella astrale Patti Smith, con la quale ha condiviso uno dei percorsi più improbabili e affascinanti nella storia del rock’n’roll. Nato da genitori ebrei che quando aveva un anno cambiarono nell’attuale il cognome originario Kusikoff, continua a credere, Lenny, che lo slancio primordiale d’un ragazzo nel fondare una band risieda nel bisogno profondo di esprimersi e di diventare chi ha sempre sperato di essere. 

Lui, architetto del Patti Smith Group, ha evidentemente trovato la sua espressione migliore al fianco della sacerdotessa del rock. Lei lo andò a cercare nel 1970 al Village Oldies, il negozio di dischi sulla Bleecker Street a New York dove faceva il commesso, dopo aver letto un suo articolo nella rivista Jazz & Pop. Il 10 febbraio del ’71 la accompagnò per la prima volta alla chitarra a un reading di poesie. Senza le intuizioni musicali di Kaye, l’arte di Patti non si sarebbe mai trasformata nella bruciante epica passionale che tutti conoscono.

Esistenzialismo rock 

Chi ascoltasse Goin ‘ Local, il suo primo (finalmente) album solista (Yep Roc Records), non penserebbe che lui è una figura imprescindibile nei percorsi del rock. Oltre che dare l’identità sonora alla poesia di Patti Smith, non si può non ricordare, nell’estrema sintesi delle sue benemerite attività, la produzione, con il collega Steve Addabbo, dei primi due album di Suzanne Vega (da quarant’anni adoro canzoni mesmeriche come Small Blue Thing, Marlene On The Wall, Wooden Horse, Ironbound/Fancy Poultry). C’è qualcosa, nell’artigianato folk minimalista e letterario di Suzanne, che ritorna nella narrativa di Lenny. Sarà quel senso di appartenenza comunitaria molto newyorkese già esplorato in ben altra epoca e stile da Laura Nyro, sarà la resilienza invincibile della chitarra acustica. Certo è che Goin’ Local, nel suo elaborare la bellezza del rallentamento per connettersi alla realtà circostante (da Caparezza allo spirito buono di Franco Cassano, giunge approvazione), coglie il valore del momento presente. 

Esistenzialismo rock? Senz’altro. Ma in una declinazione matura e personale. Kaye ha parlato del tentativo di cercare una “chiusura artistica”. Sarà. Quello che però si ascolta è il desiderio aperto, disarmato, di raccontarsi. Autodefinirsi nel presente per non restare nel passato. L’atto più autentico, ha spiegato, consiste nel “privilegio di entrare nella mia stessa testa e sentire che suono ho per me stesso”. Ecco, quindi, che la volontà d’instaurare legami autentici rispecchiandosi negli altri diventa una risposta naturale alle assurdità del mondo. 

L’ombra del punk rock

Patti Smith era ancora una poetessa bohémienne quando Lenny, incaricato da Jac Holzman, proprietario della Elektra Records, scelse personalmente nel 1972 le canzoni di Nuggets: Original Artyfacts from the First Psychedelic Era, 1965-1968. Si trattava d’un doppio album con ventisette tracce selezionate di band che non avevano raggiunto la fama, ma che non meritavano di essere dimenticate. Fu nelle note di quella raccolta che Kaye usò l’espressione “punk rock”, tra i primi a farlo dopo, nell’ordine, Ed Sanders, cantante, poeta e fondatore dei Fugs che se ne servì il 22 marzo 1970 sul quotidiano Chicago Tribune parlando del suo primo album solista, seguito dai critici Dave Marsh, Greg Shaw (1949-2004) e Lester Bangs (1948-1982). 

Goin’ Local non è un album punk, come del resto non lo era Nuggets. Però rappresenta la chiusura d’un cerchio aperto proprio allora perché rivendica lo spirito di quella raccolta di pepite: fare un rock artigianale, radicato nel territorio, lontano dalle logiche delle grandi multinazionali della musica. Le atmosfere evocate da Lenny Kaye con le sue chitarre sono quelle del pop psichedelico, del folk rock e del garage rock degli anni Sessanta. Semmai l’attitudine punk è nell’urgenza espressiva del proprio io attraverso la semplicità che non porta a cercare la perfezione, ma la sincerità quasi amatoriale.

Un diario crepuscolare

La title-track inizia con delle schitarrate che sono una via di mezzo tra l’incipit straccione di Exile on Main Street e la pervicacia acida dell’allievo Steve Wynn. Dà l’impressione d’un vigore dimostrativo, quasi a voler dire: “Visto che lo sappiamo fare sempre il garage rock?”. Il resto del disco non è così. Fluisce empatico, riflessivo e malinconico, con la serenità laica di Kaye che mi rimanda per l’ispirata narrazione a certe ballate di Roger McGuinn. 

This Love e If I Were You sono due filastrocche confessionali che esplicitano la natura intimista del disco. Let’s Make a Memory, con il pianoforte di Matthew Shipp che sfiora il jazz e gli interventi vocali di Lisa Burns, è una ballata crepuscolare dall’andamento cinematografico. A Friend Like You vede Kaye ritornare chitarrista folk rock per un inno alla gratitudine per l’amicizia. Be That As It May (May Day) è una ballata minimale dall’arrangiamento spoglio tra Bob Dylan e il buddismo zen. Solstice, scritta con Patti Smith, invita a ballare alla luce della luna e il cantare sussurrato con overdubbing fa venire in me\nte Bernard Sumner in Brotherhood. 

La cantilena psichedelica di World Book Night, una festa letteraria sul distribuire gratuitamente libri per diffondere l’amore per la lettura, celebra con spirito naif la parola scritta in ogni sua forma. Pennsylvania Girls, oltre a sfruculiare i Beach Boys celebrando la transizione femminile dalle spiagge assolate californiane alla praticità operaia dello stato dove Kaye vive, è un’agreste ballata d’atmosfera nobilitata dal violino di Tim Carbone. L’acustica Poppy è la commovente meditazione poetica sull’accettazione del distacco dalle persone care che si perdono. The Things You Leave Behind è un inno jingle-jangle che rialza i giri e rappresenta il culmine dell’album con la sua volontà di mettere ordine nell’archivio personale dell’anima. La dodicesima e ultima canzone, con gli archi di David Mansfield, è un dolcissimo tributo allo zio di Lenny, Larry Kusik (1919-2011), storico paroliere autore, tra gli altri, del tema de Il Padrino. Fu proprio lo zio Larry che nel 1966, vedendo il nipote muovere i primi passi nella musica, gli scrisse il brano folk di protesta Crazy Like a Fox, spingendolo ad adottare lo pseudonimo di Link Cromwell.

Il primo e l’ultimo disco solista?

L’incredibile rinascita senile di David Crosby (1941-2023) e la qualità del rock della terza età da Bob Dylan a Paul McCartney, alla stessa Patti Smith, fanno ben sperare che il primo album di Lenny Kaye non sia anche l’ultimo. La natura colloquiale d’un artista che da tempo non ha più nulla da dimostrare, ma che conserva intatto il desiderio di fare musica per stabilire relazioni umane estranee a ogni velleità da music business, è un ulteriore incentivo all’idea d’una continuità. Intanto vale la pena gustarsi l’ecologia emotiva di Goin’ Local, un album che si ascolta per ritrovare il senso delle cose e di sé stessi quando il mondo diventa complicato.

Non è un disco indimenticabile, nessuno gli aveva chiesto di esserlo. Lenny Kaye, con dolcezza spesso sussurrata, ci trasmette le lezioni ricevute dall’esperienza quasi chiedendo di ascoltare le nostre. E in questa volontà di condivisione umana oltre il mito e le sue medaglie c’è anche la restituzione al rock della sua funzione primaria ben oltre l’intrattenimento: essere la colonna sonora della ricerca d’identità e di redenzione dell’uomo moderno. 

Lenny Kaye - Goin’ Local
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Pietro Andrea Annicelli è nato il giorno in cui Paul McCartney, a San Francisco, fece ascoltare Sergeant Pepper’s ai Jefferson Airplane. S’interessa di storia del pop e del rock, ascolta buona musica, gli piacciono le cose curiose.

Di Pietro Andrea Annicelli

Pietro Andrea Annicelli è nato il giorno in cui Paul McCartney, a San Francisco, fece ascoltare Sergeant Pepper’s ai Jefferson Airplane. S’interessa di storia del pop e del rock, ascolta buona musica, gli piacciono le cose curiose.

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