You’re Gonna Need A Little Music: il piacevole ritorno degli Yard Act tra conferme e nuove direzioni.
Con il terzo album, You’re Gonna Need A Little Music, gli Yard Act consolidano la loro posizione che va ormai oltre il post-punk degli esordi, stile che li ha resi una delle band più interessanti degli ultimi anni. Registrato tra Leeds e Los Angeles il disco vede per la prima volta James Smith e compagni suonare contemporaneamente nello stesso studio, una scelta che rende il nuovo lavoro più diretto e coeso rispetto ai precedenti.
Prodotto principalmente da Justin Meldal-Johnsen, noto per le collaborazioni con Beck e St. Vincent, You’re Gonna Need A Little Music spazia tra funk, garage-rock, spoken word e una spruzzata di pop. Il risultato è un piacevole concentrato di energia e, a tratti, intuizioni azzeccate capaci di confermare il quartetto di Leeds ai livelli in cui lo abbiamo lasciato due anni fa con Where’s My Utopia?
James Smith continua a essere il fulcro del progetto con il suo stile a metà tra spoken word e un cantato sempre più presente, e la band risulta più sicura nel fondere influenze diverse senza perdere un’identità decisamente peculiare.
Anche dal punto di vista dei testi You’re Gonna Need A Little Music risulta un progetto ambizioso. Le undici nuove tracce affiancano alla satira politica riflessioni più profonde su identità, realtà e alienazione. In un brano compare anche un personaggio immaginario, Janey, alter ego del front man che racconta emozioni e contraddizioni senza parlare in prima persona.
Le nuove canzoni
L’album è stato anticipato dal singolo Redeemer, pubblicato il 7 maggio, a cui sono seguiti New Beginnings e Empty Pledges. Una scelta, per chi scrive, decisamente stravagante e non rappresentativa dei momenti migliori dell’album. Redeemer è un pezzo cupo, sorretto da un basso minaccioso e una percussione rozza e martellante in cui James Smith incalza l’ascoltatore, alternando parlato e canto, per raccontare la figura di un ambiguo redentore. Gli altri due singoli pur essendo più luminosi e accessibili, non riflettono in pieno il nuovo corso della band.
Nuovo corso che viene ampiamente espresso nella title track o nella successiva Cherophobe Rock, entrambi con un che di originale nella loro totale diversità. Più dance il primo e più rock sghembo il secondo, rappresentano i momenti più sorprendenti dell’intero lavoro, tirati al punto giusto e valorizzati da due linee melodiche che restano impresse al primo ascolto.
Bene anche la ballata britpop Janey Said, caratterizzata da chitarre limpide, pianoforte e un bel crescendo emotivo, e la conclusiva Over The Barrel, un’altra ballata rock che procede fluidamente senza mai esplodere, lasciando spazio a sfumature cinematografiche in un’atmosfera piacevolmente caotica.
Come terza prova niente male! Forse manca ancora il pezzone definitivo per cui gli Yard Act saranno ricordati, ma al momento va bene così.
Be the first to leave a review.

