New Threats From the Soul: la strana (e ampia) idea di country di Ryan Davis.
Sette brani con minutaggi che vanno dai circa sei ai quasi dodici minuti sono un dato abituale per un album di progressive rock, non certo per il secondo sforzo discografico di un cantautore di stampo country americano. E invece Ryan Davis, ex componente degli State Champion e originario di Louisville in Kentucky, dopo che già si era fatto notare nel 2023 con l’album di esordio Dancing On the Edge, ha voglia di sorprendere con un disco dall’inusuale struttura. Per l’occasione assembla una band (chiamata – senza troppa fantasia – Roadhouse Band) di ben sette elementi in cui non manca nulla, dagli strumenti cardine di un qualsiasi disco country, come il violino o la pedal steel, ad elementi più modernisti come synth e qualche software di programmazione.
Oltre ai sette della Roadhouse Band tanti ospiti (di cui uno famoso) per Ryan Davis
A questi si aggiungono più di 15 ospiti, tra cui spicca quasi come nume tutelare il concittadino Will Oldham (aka Bonnie Prince Billy) ai cori. Forse proprio da lui sarebbe utile partire per spiegarvi questo New Threats From the Soul. Perché se la title-track in apertura viaggia su canoni che potreste aspettarvi da un Chris Stapleton, già il mid-tempo Monte Carlo/No Limits mostra la stessa passione del ‘Principe’ nel rileggere la tradizione nashvilliana con amore e originalità, con cambi di ritmo e melodia continui ad evitare la monotonia.
Le lunghe canzoni di New Threats From the Soul
Il trucco di Davis, che sfoggia un vocione d’ordinanza per il genere (in verità più simile a quello di Bill Callahan che ad un qualsiasi seguace di Johnny Cash come intonazione) è tutto nei testi, verbosi, a tratti apparentemente astrusi, e alquanto articolati di immagini spesso sospese tra l’ironico e l’intimista. È un mondo mentale tutto da scoprire che costituisce uno degli elementi chiave per capire queste lunghe canzoni, con l’episodio più prolisso (Mutilation Springs, a cui fa seguito più tardi Mutilation Falls, e insieme fanno più di 20 minuti di canzone) che quasi ricorda certe cavalcate verbali di Mark Kozelek / Sun Kil Moon.
A volte, come nel caso dell’incedere classicissimo dell’ottima Better If You Make Me, Davis unisce la tradizione con un cantato volutamente sgraziato e meno impostato, mentre nel lento racconto di Simple Joy, immerso in pedal steel e batterie elettroniche, sembra ribadire che la tradizione deve essere per lui un pentagramma su cui scrivere la propria visione personale di una country-song. Chiude sulla stessa linea Crass Shadows (At Walden Pawn), tra rumori e suoni di strumenti giocattolo e un songwriting mai banale.
Non è un disco facile New Threats From the Soul, non siamo a livelli di tour de force di un disco degli Swans, ma poco ci manca. Lo consiglio comunque anche al di fuori della cerchia di fans di musica americana per originalità e ampio raggio di ispirazioni.
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