James Blake live welovegreen 2

WE LOVE GREEN FESTIVAL (Paris, 4/5.06.2016)

James Blake live welovegreen 2

Da LCD Soundsystem a James Blake a PJ Harvey. What’s not to like? L’organizzazione!

di Marina Montesano

A poche ore gli organizzatori annunciano: stivali o scarponi obbligatori! In effetti le piogge battenti hanno ridotto i luoghi green in distese di fango appiccicoso. Ed è così che troviamo il Bois de Vincennes; un po’ triste, a dire il vero, ma la programmazione di uno dei primi festival che aprono la stagione è quest’anno tale da far dimenticare in fretta le intemperie del clima. We Love Green ha infatti spostato dall’ovest all’est di Parigi la sua sede e tenta di entrare nel novero dei festival che contano davvero: con LCD Soundsystem e PJ Harvey quali headliners si può dire che abbiano fatto centro. Diverso il discorso sull’organizzazione, come vedremo.

Girl Band live

Sabato pomeriggio tentiamo di farci largo sulla seconda delle quattro scene previste; una delle quali è comunque chiusa a causa del maltempo e degli annullamenti. C’è Joseph Mount dei Metronomy in DJ set che presenta il nuovo disco, in uscita fra un mese, più una selezione di altri brani. La scena è evidentemente troppo piccola per accogliere tutti, impossibile muoversi, e allora scegliamo di andare sulla principale dove nel frattempo si esibiscono i Girl Band, quartetto irlandese noise privo di ragazze, che si trovano di fronte alcune centinaia di spettatori in uno spazio atto ad accoglierne molti di più: un’inversione tra loro e i Metronomy sarebbe stata opportuna, ma il poco pubblico apprezza questa band piuttosto amata dalla stampa indie ma ben poco accattivante in un pomeriggio piovoso e fangoso.

PNL live

Dopo una mezz’ora di intervallo, durante la quale la gente comincia a farsi vedere anche qui, sono sul palco i PNL: duo francese che ha costituito una delle sensazioni dello scorso anno; eseguono un cloud rap lento e ipnotico, si autoproducono, fanno tutto in proprio e con questa logica sono arrivati a vendere un numero notevole di dischi (oltre 50mila per Le Monde Chico) e a farsi amare da una parte della gioventù francese – com’è evidente anche al We Love Green. I due fratelli Ademo e N.O.S. (in realtà Tarik e Nabil), solo a tratti spalleggiati dalla loro crew, rappano tra una canna e l’altra, su basi lentissime che tendono a somigliarsi un po’ troppo fra loro. Anche se il sample di Forbidden Colours di Ryuichi Sakamoto su Thicki Thicki è una trovata geniale. Simpatici se non altro per l’attitudine totalmente indipendente degna del punk di altri (brevissimi) tempi.

Hot Chip live welovegreen

La musica si fa più movimentata con gli Hot Chip, che come sempre propongono un live dance, allegro, leggero e verso il finale con i figli piccoli di Alexis Taylor e Joe Goddard (e magari anche di altri) a scorrazzare sul palco. Gli inglesi hanno ormai un bel numero di canzoni in grado di funzionare dal vivo: stasera ci sono One Life Stand, Flutes, Need You now, Huarache Lights, Ready For The Floor e altre ancora, per un’oretta di set. Non sorprende più la conclusione con la cover di Dancing In The Dark, diventata consueta, mentre è una bella novità l’inclusione dell’omaggio a Prince con Erotic City.

LCD live

Ora l’attesa è tutta per LCD Soundsystem. Gli schermi laterali mostrano un palco ingombro di percussioni e synth, mentre il tempo torna minaccioso. Il ritorno di James Murphy & Co. li ha sicuramente proiettati in una dimensione di attesa e di successo maggiori rispetto a quella degli anni precedenti allo scioglimento; nel set, oltre a non esserci le cover che avevano inserito negli USA in omaggio a Bowie e a Prince, non si segnalano neppure brani nuovi; il che potrebbe significare che un nuovo disco è lontano, oppure che in un festival si preferisce dare al pubblico ciò che conosce. Ma tutti questi ragionamenti perdono d’importanza quando gli LCD attaccano a suonare: I Can Change, You Wanted A Hit, Losing My Edge e tante altre arrivano con un mix di potenza e raffinatezza dinanzi al quale è difficile star fermi; è dai tempi dei Talking Heads più funky che non si sentiva niente del genere. In un certo senso le loro qualità emergono ancor più se poste a confronto con i pur bravi Hot Chip: lì abbiamo la leggerezza, qui un set massiccio come un concerto heavy metal. La pioggia non impedisce alla band di suonare per un’ora e mezzo, anche se gli strumenti, coperti di cavi elettrici in modo preoccupante, vengono protetti con alcune coperte per evitare che i musicisti ci restino (“è la terza Nancy”, scherza James Murphy, indicando Nancy Whang al suo fianco); ma ballare in mezzo a nuvole d’acqua ha un che di apocalittico che ben si sposa con la musica. Apocalittica è anche l’uscita dal Bois de Vincennes: ma di quella scriveremo più tardi. Degli LCD Soundsystem si può dire solo che sono una delle migliori live band in circolazione (speriamo per molto).

LCD live 1

Savages live welovegreen

La domenica è sempre fangosa, ma senza pioggia e persino con qualche sprazzo di sole. La programmazione del primo pomeriggio è rovinata dal fatto che l’organizzazione annuncia nuovi orari, che però arrivano alle tre passate; questo significa che ci perdiamo i Limiñanas con Pascal Comelade, che avranno presumibilmente suonato di fronte a un pugno di persone. Arriviamo invece per le Savages, che avevamo visto dopo il primo LP Silence Yourself al Rock En Seine, e che evidentemente hanno fatto da allora immensi progressi. Soprattutto la cantante Jehnny Beth che, dinanzi a un pubblico che risponde con partecipazione modesta, scende dal palco, si fa largo tra e sulla folla, e in breve accende gli animi. Le canzoni appartengono tanto al primo quanto al secondo Adore Life, mentre si chiude con Fuckers, apparsa solo su singolo.

James Blake live welovegreen

Poi è la volta di James Blake, con la consueta formazione a tre che si porta dietro dagli esordi e che continua a funzionare benissimo. I tre giovanotti restano seduti tutto il tempo, ed è un miracolo che un set del genere possa aver successo in un festival, complici la simpatia che emana dal palco, la capacità di ricreare completamente live (Blake a un certo punto ci tiene a sottolinearlo) sonorità così complesse, e soprattutto un’infilata di canzoni bellissime. Si comincia con alcuni brani lenti dal nuovo The Colour In Anything: Choose Me, Love Me In Whatever Way, Timeless, Radio Silence lasciano senza fiato; mentre Limit To Your Love riceve gli applausi maggiori. Dopo comincia una sezione più ritmica, quasi club-oriented, con I Hope My Life e Voyeur, e poi Blake regala una Retrograde dalla bellezza lancinante. Infine il crescendo di The Wilhelm Scream sigilla un’ora di perfezione.

Air live

Molto atteso anche il ritorno degli Air, che ovviamente giocano in casa. Ascoltandoli si capisce perché Kevin Parker dei Tame Impala è un grande fan della loro musica; questo misto di electro, psichedelia, pop e prog ha segnato molta musica contemporanea. Nicolas Godin e Jean-Benoît Dunckel, vestiti di colori tenui, sono accompagnati da un tastierista e un batterista; quattro sugli undici brani sono tratti (inevitabilmente) da Moon Safari e tre da Talkie Walkie, inclusa la bella Cherry Blossom Girl. Ma ovviamente l’ovazione maggiore è riservata a Sexy Boy, piccolo classico senza tempo.

PJ Harvey live welovegreen

Però a questo punto l’attesa per PJ Harvey, headliner della domenica, è spasmodica. Se il tour per Let England Shake aveva visto una scena quasi stilizzata con lei da una parte e il trio Mick Harvey – John Parish – Jean-Marc Butty dall’altra, tutti immobili o quasi, è evidente che per The Hope Six Demolition Project Polly Jean ha pensato a qualcosa di completamente differente. Appena sulla scena echeggiano le prime note di Chain Of Keys, sul palco marcia una band di nove elementi, inclusi (oltre ai tre già ricordati) anche gli italiani Enrico Gabrielli e Alessandro Stefana. Vestita di nero, gonna cortissima, maniche lunghissime, una coroncina in testa, PJ impugna il sax, il suo primo strumento, che suonerà a più riprese nel corso della serata; l’impatto visivo e sonoro è forte: fra percussioni e fiati sembra di sentire a tratti una brass band, senza parlare dei cori solo maschili che accompagnano la voce acuta e potente di PJ. La prima parte del concerto è dedicata alle canzoni del nuovo disco, fra le quali spiccano The Ministry Of Defence e The Orange Monkey; poi c’è un’inserzione di tre brani da Let England Shake, con una potentissima The Word That Maketh Murder; il più celebre dei brani di White Chalk, When Under Ether, e ancora si torna all’ultimo con alcuni fra i suoi brani più belli: Dollar Dollar (dove il sax alla fine esprime tutte le emozioni che le parole non dicono), The Wheel e The Ministry Of Social Affair. Poi, a sorpresa, una micidiale 50ft Queenie: se la prevalenza del timbro acuto scelto dalla cantante negli ultimi tre dischi dovesse far sorgere dubbi sulla potenza della sua voce, stasera sono dissipati. Ed ecco ancora altri due classici, Down By The Water e To Bring You My Love – sulla quale la parentesi di Dirt suona minacciosa al punto giusto. Si chiude con River Anacostia. L’unico momento in cui PJ si rivolge al pubblico in altro modo che con le canzoni è per ringraziare brevemente e presentare la band: e mai come stasera sono vere le parole pronunciate da James Blake qualche ora prima, quando scusandosi per la scarsa interazione, dice: meglio far parlare la musica.

 PJ Harvey live welovegreen2

Se sotto il profilo delle proposte musicali questa edizione di We Love Green è stata a dir poco eccellente, resta da commentare l’organizzazione del festival, che è stata invece tutto il contrario. Poche le informazioni, lunghissime le code per cibo e birra, insufficienti i bagni; un sistema cashless di difficile attivazione (a un euro per scheda il guadagno su 20mila presenze non è male) e del tutto inutile visto che le carte di credito erano accettate (particolare taciuto quando il sistema veniva pubblicizzato online); ma soprattutto la prima notte un’uscita dal festival priva delle più elementari norme di sicurezza, con un imbottigliamento durato per circa 45 minuti, nel buio e nel fango, senza alcuna presenza della security. E al termine la sorpresa di non trovare più, almeno per migliaia di persone, navette e metro. Questo riguarda poco la cronaca musicale, ma tanti sono i fan, anche italiani, che girano per i festival di primavera e d’estate. Adesso sono avvertiti.

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