Articolo: I dylanologi, brutta razza. Bob Dylan e i suoi interpreti

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Dal giorno in cui David Kinney ha pubblicato il suo libro The Dylanologists, non c’è più scampo. Chiunque si occupi dei testi di Bob Dylan – dai massimi esperti come Michael Gray ai più modesti contribuenti alla causa come me – viene definito un dylanologo. Bob Dylan ovviamente ci disprezza.

Una nuova setta: i Dylanologi

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Sua Bobbità non ha ovviamente tutti i torti, sembriamo degli avvoltoi. Possibile che non ci resti nulla di meglio con cui occupare la nostra vita? Niente da fare, è una malattia. Non è nemmeno detto che ci rispettiamo l’un l’altro. Io per esempio ne ho individuati due di dylanologi che non mi piacciono affatto. Il primo è Clinton Heylin, l’autore della biografia Behind The Shades. Non perde occasione di rinfacciare a Dylan tutte le scelte sbagliate nei suoi dischi. Perché non hai messo quella canzone e tolto quell’altra da quell’album e non dall’altro? Adesso, Bob, ti dico cosa avresti dovuto fare. Ma chi si crede di essere Clinton Heylin?

Io arrivo a pensare che non esista un disco sbagliato di Bob Dylan. Anche le sue scelte più discutibili hanno una motivazione e vanno inquadrate in un determinato periodo. E’ vero per esempio che l’ultimo Dylan che canta Sinatra può annoiare, ma forse lui sta tentando nuove vie per la sua voce da ultrasettantenne. E’ stato bello riscoprire un capolavoro assoluto come Blind Willie McTell in un’edizione successiva, perché l’album a cui il brano era inizialmente destinato – Infidels – non sarebbe stato un contenitore adatto. Dylan non è uno sprovveduto che ha bisogno delle indicazioni dei critici.

Interpretare Bob Dylan

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Il mio nemico numero due è un docente di nome Cristopher Ricks che secondo me rappresenta un filone molto più subdolo e pericoloso. Ha scritto un libro del tutto inutile intitolato Dylan’s Visions of Sin in cui accumula una profusione di citazioni e rimandi letterari senza mai dare una sola spiegazione dei testi delle canzoni. Mette le parole di Dylan in una specie di centrifuga o frullatore, le condisce con riferimenti dotti, shakera il tutto e ti dimostra quanto lui – il professorone – sia colto e autoironico. Cosa c’entra con la musica rock?

Uno dei suoi seguaci, Tony Beck, ha recentemente scritto Understanding Bob Dylan, la cui esplicita premessa è quella di non basarsi mai sulle interviste o dichiarazioni rilasciate da Dylan stesso perché tanto Dylan “non è affidabile”. Ci siamo capiti? L’ermeneutica è arrivata al punto in cui si interpreta Dylan nonostante Dylan. L’autore delle canzoni è diventato un peso morto, come se non capisse quello che ha scritto. Sta a noi svelarlo, lui non è in grado di comprendere se stesso. Per questo – dicono i nuovi dylanologi – esistiamo noi universitari.

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Per questo noi dylanologi rischiamo di trasformarci in avvoltoi. Ci fa quasi più comodo un Dylan morto. Tolto lui verranno da noi a chiedere lumi. Ma io intravedo un’altra possibilità ancor più inquietante. Così come uno scrittore di pulp fiction di nome Ron Hubbard divenne il guru e fondatore di Scientology, nei miei peggiori incubi vedo i seguaci di Bob fondare una nuova religione, la dylanology…

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Trevigiano di nascita e romano di adozione. Nel maggio 2016 ha pubblicato “Ballando con Mr D.” sulla figura di Bob Dylan, nel maggio 2018 “Da Omero al Rock”, e nel novembre 2019 “Twinology. Letteratura e rock nei misteri di Twin Peaks”.

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