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Ivan Wildboy,  7 agosto 2021

La musica torna lentamente dal vivo. Con pochi concerti internazionali si può riacquistare la dimensione del live di strada, fatto per divertire e intrattenere, scoprendo magari che la musica al di là del business è anche (soprattutto?) questa.

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Foto: Emanuele Appio

A ciascuno il suo. Io non sono un frequentatore abituale di concerti, anzi, dopo diversi anni e qualche delusione, diciamo che ho smesso senza fatica. Sarà che alla dimensione live ho sempre preferito l’ascolto in solitaria in quanto misantropo elettivo, e poi mai sopportato il pubblico e neppure le pose da star…

Marina mi ha invitato, con la grazia che da sempre accompagna le sue richieste, a recensire, ce ne fosse stata l’occasione, qualche concerto che poteva capitarmi di vedere questa estate, in latenza di uscite discografiche dato il periodo. Quindi mi appresto a recensir il primo live che vedo dal secolo scorso.

Ivan Wildboy è un trio in circolazione, da quanto ho potuto intendere,  dal 1990 (!) e regala al pubblico un genere che è il liscio della nostra generazione, il rock’n’roll nelle sue forme più primeve e finanche revivaliste nel loro essere innovative e viceversa.

La formazione questa sera vede Ivan, leader maximus, alla voce e chitara, Marco Castellano al contrabbasso e basso elettrico “a violino” e un metronomo umano, Giorgio Mattiauda che, a fine concerto scopro essere altissimo, alla batteria con un set basico ma efficacissimo. L’abbigliamento è quello tipico da goodfellas, scarpa bicolore, pantalone nero, camicia bianca, reggimaniche e cravattino nero. Insomma l’immagine c’è.

Ordinata la pizza, ecco anche il rock’n’roll di Ivan Wildboy

Il concerto mi giunge inaspettato. In realtà si stava andando a mangiare una pizza dopo una breve toccata a Cuneo dove ho appena preso il cofanetto degli LCD Soundsystem con The Long Goodbye, ristampa in cd del concerto che uscì solo in LP anni orsono e quindi son felice sia per l’acquisto che per la pizza in arrivo.

Scesi dall’auto siamo assaliti da un ciclone rockabilly assolutamente inedito alle mie orecchie in una piazza che è solita ospitare, quasi sempre, piccoli set di cover di cantautorato, ma stasera invece si farà fatica a star fermi persino mentre si mastica. Che l’evento sia devoto alla radice profana del genere è dato dall’esibizione attaccati ad una chiesa sconsacrata, si veda da Anton La Vey in su.

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Foto: Emanuele Appio

Il repertorio di Ivan Wildboy

La scaletta è impressionante: Chuck Berry, Eddie Cochran, Jerry Lee Lewis (che renderlo senza pianoforte non è impresa da tutti), Beach Boys, Beatles, ovviamente Bill Haley e finanche gli Stray Cats ed una enorme mole di altri padri fondatori e il tutto reso assolutamente personale e “metabolizzato” dalla band e quindi ben lungi dalla versione karaoke o semplicemente covers, elemento raro e prezioso alle orecchie del presente scribacchin.

A metà set scopro, dopo 12 anni, che Elisabetta adora il rock’n’roll. Non ci si conosce mai sino in fondo. Prova a coinvolgermi in passi di danza ma essendo uomo di legno non riesco ad andare oltre il vetusto piedino batti-tempo. Lei intanto coltiva il desio di iscriverci ad un corso di ballo swing…

Quando parte un blues, il papà del rock, ci si mette qualche minuto a realizzare che è in italiano e che è composizione originale del frontman. La performance prosegue inarrestabile, spruzzate di garage, surf e psychobilly qua e là. Con passione divertita sia il frontman che il contrabbasista regalano, agli astanti divisi tra cateterizzati e nuove leve (di legno pure loro, quindi io son eterno giovine), siparietti tipici del genere. Il contrabbasso (che si scoprirà in privato accompagnare Marco Castellano dai tempi del conservatorio) è “trattato” con rinforzi in metallo siderurgico per consentire numeri di alta acrobazia sia sui tavolini che sull’asfato, Ivan Wildboy non si risparmia suonando in posizioni laocoontiche e persino il metronomico drummer Giorgio Mattiauda, autentico Charlie Watts della serata, nella sua apparente immobilità è inarrestabile motore ritmico.

La Bamba non arriva mai

Simpatico l’accennino più volte ripetuto all’incipit del La Bamba di Richie Havens senza mai portarla a real inizio e simpatico pure quando, al termine di un set durato ben più di un’ora e mezza, dichiarino di finire con un brano più slow e parte Tuttifrutti… Ma la menzogna è dietro l’angolo e in realtà si prosegue ancora con bis e tris, compreso l’omaggio all’universalmente riconosciuto primogenito, ovvero Rock Around The Clock.

Se ci mettiamo anche che, di fronte ad un pubblico pantagruelico e seduto e un fanbase composto da 2/4 ballerini che, non più di primissimo pelo, hanno performato dall’inizio alla fine senza sosta, il trio ha prodotto uno degli migliori, genuini e calienti live della mia carriera pre-esilio, e questo mi ha fatto assai riflettere sulla fruizione della musica oggi: siamo davvero certi che i carrozzoni strapompati delle cosiddette stars che, ormai coverband di se stesse, ripropongono stanchi repertori per folle osannanti siano quello che le roots del genere avevano previsto agli albori oppure è bene cercare le origini del genere in performance sanguigne come quella di stasera, dove il concetto di divertimento che dovrebbe stare alla base raggiunge vette di altezza?

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Foto: Emanuele Appio

 

A fine set io ed Elisabetta ci avviciniamo al palco. Durante il live Ivan ha incoraggiato il pubblico ad acquistare il loro cd interamente composto da brani originali, giusta promozione per una esibizione che al pubblico non è costata nulla, a loro diversi litri di sudore, e scambiamo due chiacchere. Scopriamo che girano parecchio, che adattano il set al pubblico e non viceversa, altro segno di rispetto desueto, e che è in preparazione un nuovo album di inediti.

Precisazione: sarà l’unico cd venduto, tristezza infinita. La gente dimentica che suonare è un lavoro, forse distratta dal fatto che i musici si divertono, ma dietro live come questo ci sono anni e anni di prove e disciplina… Si preferisce pagare o comprare altro e qui è meglio che me tenga er cecio in bocca.

La chiacchierata termina con il sottoscritto che si propone come interprete di Human Fly dei Cramps qualora decidessero di metterla in repertorio (e sanno di cosa sto parlando), compresa calzamaglia in pelle e ingoio di microfono. Le risate ci accompagneranno per diversi minuti sino quasi a destinazione casa…

Marcello Valeri

 

Ps: erano anni che non assistevo a un concerto così contagioso. Impossibile restare fermi. Una ventata di Musica e sana umanità. Costringerò il Valeri, in  sede privata, a due passi di danza su…

Elisabetta Nasuti

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Collaboratore per testate storiche (Rockerilla, Rumore, Blow Up) è detestato dai musicisti che recensisce e dai critici che non sono d'accordo con lui e che , invece, i musicisti adorano.

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